Matilde Davoli - Tra la metropoli e il mare Intervista

Matilde DavoliMatilde Davoli
10/05/2016 di

Matilde Davoli ha alle spalle tantissimi anni in diverse formazioni salentine, oltre a fare di mestiere il tecnico del suono. Il suo primo album "I'm calling you from my dreams" è stato uno dei nostri preferiti del 2015, classificandosi al nono posto della nostra classifica di fine anno. Di conseguenza non potevamo non invitarla al nostro MI AMI Festival, dove si esibirà sabato 28 maggio (qui le prevendite). Abbiamo fatto due chiacchiere con lei per tirare un po' le somme di questo primo anno da solista.

Dopo oltre un decennio di collaborazioni artistiche – Studio Davoli, Girl With The Gun (con Populous) e molte altre - finalmente hai spiccato il volo. Com'è stato cimentarsi per la prima volta da soli su un progetto musicale, dall'inizio alla fine?
È stato diverso! Tutto cambia quando sei da solo, ti ritrovi in un limbo di indecisioni dal quale è difficilissimo uscire, i dubbi ti assalgono e la paura delle troppe responsabilità ti soffoca. Ma è sicuramente bello perché sei libero di poterti esprimere al cento per cento senza compromessi, senza filtri. Facile e difficile allo stesso tempo.

Il tuo disco è una specie di incrocio tra certi synth alla Tame Impala, le melodie anni '60 italiane, e un tocco folk maledettamente dolce. Come sei riuscita a trovare un equilibrio tra generi e melodie diverse, e a realizzare un disco che si presenta omogeneo e compatto? 
Dalla descrizione che fai, mi viene veramente facile pensare che quello che dici in effetti si rispecchia perfettamente in quelli che sono stati i miei progetti precedenti, appunto Studiodavoli e Girl With The Gun. Gli Studiodavoli erano la mia anima 60’s mentre Girl With The Gun ha rappresentato la mia anima folk per tanti anni. La passione per questi due generi l’ho avuta da sempre, da quando ho imparato a suonare, quindi mi sembra abbastanza ovvio che arrivata a un certo punto, dopo tanti anni di dischi e collaborazioni, sia riuscita in qualche modo a fondere le due cose (spero ovviamente nel migliore dei modi). Quando mi sono ritrovata a scrivere questi pezzi ancora non sapevo che avrei fatto un disco solista, sinceramente ancora non sapevo proprio cosa avrei fatto con queste canzoni. Ho cominciato a scrivere (come faccio di solito) senza domandarmi cosa o perché e senza pensare a un genere specifico. Di solito è quello che faccio normalmente: mi siedo, comincio a suonare con vari strumenti e poi solitamente ne esce fuori qualcosa. Giorno dopo giorno, a un certo punto mi sono ritrovata con un bel po’ di pezzi in mano totalmente finiti, arrangiati e con una forte identità che non poteva non essere ricondotta a me. Tutti i pezzi erano troppo personali, così ho preso coraggio (ma tanto) e ho deciso di far uscire questo lavoro con il mio nome.

A proposito del suono, una delle cose più apprezzate del tuo lavoro è che suona davvero bene. In questo ti sei giocata la tua competenza di ingegnere del suono. Quanto e come hai lavorato su quest’aspetto?
Be', grazie di cuore! Solitamente quando lavoro alle mie cose tendo a mixare già mentre registro. Non so se sia una cosa usuale, ma ho bisogno di sentire il sound “giusto” anche se il pezzo è fermo a un paio di linee melodiche abbozzate. In base a come effetto e tratto il suono so che il pezzo può prendere una direzione precisa che farà da guida alla realizzazione della canzone finita. Ovviamente questo è un gran bel vantaggio per me. Chiaro che essere un ingegnere del suono o produttore aiuta a snellire tantissimo la parte di produzione pura e semplice, ma nel mio caso posso dire che addirittura è una componente fondamentale già nella prima parte della stesura dei pezzi.



Il disco l'hai letteralmente “suonato e cantato”, oltreché scritto, arrangiato e registrato da sola. Non si rischia in questo modo di non riuscire più a vedere i punti deboli del proprio lavoro?
Assolutamente sì. Il fatto di fare tutto da sola mi porta a momenti di impasse devastanti. Fortunatamente ho avuto quelle due/tre persone (musicisti anche loro) alle quali potevo chiedere aiuto e con le quali mi potevo confrontare liberamente. Mi sono stati dati tanti pareri e consigli, ho chiesto aiuto tante volte e loro sono stati la mia salvezza, anche se poi magari ho fatto comunque di testa mia… (ride). Però anche solo un consiglio, la maggior parte delle volte, mi aiuta a trovare la via d’uscita e la direzione giusta.

"I’m calling you from my dreams" parla di amici, della famiglia, di persone e luoghi che hai lasciato indietro. Tra questi c’è Lecce e il Salento, che hai lasciato da tempo per Londra, ma dove ritorni tutte le estati, fino all'arrivo di Settembre. Com'è cambiata la tua sensibilità musicale con il trasferimento in una metropoli?
Guarda sinceramente non credo che sia cambiata, almeno dal punto di vista musicale. Credo che il cambiamento sia avvenuto su altri fronti piuttosto. Città come Londra ti temprano tantissimo, soprattutto perché non è facilissimo viverci e integrarsi. Ti senti lo straniero di turno, anche se loro non ti considerano così, ma ho notato che in generale soprattutto noi italiani, soprattutto se musicisti, abbiamo un complesso di inferiorità enorme che non ci permette di esprimerci al meglio in contesti un po’ più vasti come quello di una metropoli straniera. Praticamente è una lotta di autostima continua e tu devi stare lì a fare il tifo per te stesso costantemente.

Cosa ascolti sulla via del ritorno, e qual è il primo posto dove vai non appena metti piede a casa?
Vorrei tanto risponderti con dei bellissimi titoli, ma la verità è che sulla via del ritorno si dorme alla grande visto che i voli disponibili per rientrare in Salento sono tutti all’alba in orari massacranti. Le tappe non appena rientrata a casa di solito sono sempre quelle (e ci mancherebbe altro): il pranzone in famiglia, il caffè con gli amici, un salto allo studio di registrazione Sudestudio e se c’è il sole un saluto al mare è d’obbligo.



Quali sono i sogni da cui ti sei sentita chiamata e a quali hai dovuto eventualmente o temporaneamente rinunciare?
Il mio cassetto è stracolmo di sogni, come ogni cassetto che si rispetti immagino. Fino ad ora non ho dovuto rinunciare a nulla fortunatamente, ma sono tante le occasioni che sto aspettando e che ancora non si sono presentate. Mi reputo fortunata sotto questo punto di vista, ma certo è che dipende sempre e solo da noi stessi: i sogni non sono fatti per rimanere chiusi in un cassetto ma per essere inseguiti.

“Salvation” e molte altre tracce hanno una forte influenza anni ’80, periodo musicale con cui hai dichiarato (nel track by track per dlso) di avere un rapporto di odio/amore. Ci spieghi meglio?
L’influenza anni ’80 è stata veramente involontaria, non sono partita con l’idea di fare un pezzo che suonasse in quel modo, e questo vale praticamente anche per il resto del disco. Non sono mai stata una grande fan di quel periodo, devo essere sincera, ma in questi ultimi anni ho riscoperto dischi e sonorità che mi ero persa precedentemente e che mi hanno fatto riscoprire quel periodo che io ho sempre considerato (sbagliando) come un momento di “oscurantismo musicale”. La riscoperta è stata in larghissima parte merito del mio improvviso amore per i synth, usati e abusati (se vogliamo) nel mio album. Per questo ho dichiarato di avere un rapporto di amore/odio. Diciamo che "Salvation" è un buon riassunto di quello che mi piace degli anni ’80.



Quali sono i suoni che in questo momento ti appassionano e ti affascinano di più?
Ascolto sempre tante cose di generi diversi, e a volte faccio lunghi tuffi nel passato per cercare di scovare qualcosa che non conosco. Resto dell’idea che le migliori ispirazioni si possano avere dalla vecchia guardia invece che dalla nuova, ma questa ovviamente è una cosa del tutto personale. Mi ritrovo purtroppo sempre più spesso a pensare che la musica oggi sia un po’ più vuota, meno potente, meno penetrante, come se le persone avessero cose meno importanti da dire, o forse si drogano di meno, non lo so (ride). Questa riflessione vale tanto per l’Italia quanto che per l’estero. La qualità della musica magari si è mediamente alzata, specialmente la produzione musicale intesa tecnicamente, ma allo stesso tempo si è appiattita tantissimo, i dischi che ascolti per mesi interi e che ti rendono dipendente sono sempre di meno.

Come “suona” il disco dal vivo? Cosa ti aspetti dal tuo live al nostro MI AMI Festival?
Sono riuscita dopo tante peripezie ad ottenere un live abbastanza fedele al disco in una formazione di 4 persone, il minimo sindacale insomma (dato che il disco è parecchio arrangiato). Sul palco vedrete basso, batteria, chitarra e tanti synth. Spero di divertire ma sopratutto divertirmi tantissimo e sono sicura che sarà così.

Tag: elettronica

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