Una questione di appartenenza: Mauro Ermanno Giovanardi racconta "La mia generazione" Intervista

Tutte le foto sono di Silvia RotelliTutte le foto sono di Silvia Rotelli
26/09/2017 di

Qualche giorno fa è stato pubblicato "La mia generazione" la raccolta di cover curata da Mauro Ermanno Giovanardi, insieme a una serie di illustri ospiti, per raccontare un certo movimento musicale italiano di fine anni '90, da cui sono uscite band ancora in attività come Afterhours, Marlene Kuntz, Cristina Donà, e altre che non esistono più, come i CSI o i Ritmo Tribale. In questa lunga intervista ne approfittiamo per parlare in generale dello stato di salute non solo del rock ma anche della musica italiana in generale.

Quando hai iniziato a concepire questo progetto, non hai mai avuto paura che si trasformasse in un'operazione per nostalgici o peggio ancora, di uscirne come il vecchio cantautore che rivendica una certa superiorità della musica della sua generazione su quella attuale?
Ma certo. Mi sono reso conto fin dall’inizio di quali fossero i rischi di un progetto cosi. Capivo che fosse la cosa più pericolosa e difficile che avessi mai fatto, per cui ho cercato davvero di bypassare tutta la retorica, il revival, il ricordo di quanto eravamo fighi. Ho evitato discorsi tipo "adesso non c’è più un cazzo". Ho voluto fare un omaggio, quasi da storico antropologo.
Mi sono messo a disposizione delle canzoni con onestà, sincerità e umiltà, come un attore fa col copione, per raccontare una stagione davvero importantissima della musica italiana.
Ho fatto in modo però che non fosse un disco di cover, altrimenti ci avrei messo una settimana. Se avessi fatto un disco di inediti (visto che ho del bel materiale da parte), ci avrei messo sei mesi. Invece ci ho messo più di un anno e mezzo perché il rischio era alto. 



Al di là del concept che è già rischioso di suo, quali sono state le altre difficoltà che hai incontrato?

Paradossalmente è più facile cantare un brano di Mina che di Ferretti, perché se fai il verso a uno come Ferretti, che ha un modo personale e unico di cantare, non fai più arte. Devi costruire qualcosa che sia credibile al confronto con un brano iconico come "Forma e sostanza", che tenga botta con l'originale. Per cui ho cercato di rispettare lo spirito originario, facendone una versione mia che non fosse una semplice cover. Questo è l'approccio che ho usato per tutti i brani, ma su alcuni le difficoltà sono stati maggiori: bisognava reinventarsi il modo di farle, perché rappare, cantare, declamare e salmodiare sono lavori diversi. Ho dovuto fare anche un bel bagno di umiltà.

Da dove sei partito per trasformarli in "versioni tue"?
Sono partito sempre dal testo: sono convinto che solo se hai un testo che ti si appiccica addosso, se tutti i versi ti arrivano allo stomaco, puoi farlo diventare tuo. Per fare un lavoro serio è stato poi necessario destrutturare tutti i brani, riprenderli, riaprirli, lavorarci armonicamente.

Ho notato che hai voluto rispettare le melodie, non le hai cambiate per nulla.
Sì, sarebbe stato più facile in quel processo scassare tutto, ma è stato molto più difficile cercare di tenere la melodia originale e cambiare tutto il resto. Ho dovuto fare un lavoro armonico, se non ci fossero stati Leziero Rescigno, Gianluca De Rubertis, Marco Carusino e Lele Battista avrei fatto molta più fatica anche perché i brani erano tutti estremamente diversi tra loro. La differenza che c’è tra rifare una serie di canzoni degli anni sessanta e pezzi di questa stagione è l'arrangiamento. Morricone scriveva e arrangiava per Mina, Paoli, Endrigo, ma finché non entrava la voce il pezzo poteva essere di chiunque. Qui è esattamente l’opposto. Ognuno di noi faceva a gara per essere diverso dall’altro, per cui c’era anche la difficoltà di compattare questo materiale. Per certi versi, come ti dicevo prima, fare un pezzo di Ciampi è più facile anche perché è passato così tanto tempo e tu hai un background così diverso dal suo, che se anche ne fai una versione piano e voce verrà diversa, immagina poi cosa sarebbe se la suonassi con la band. 

Secondo te perché in quella seconda metà degli anni '90 ci fu questa concentrazione di eventi storici per la musica underground italiana?
Tutte le rivoluzioni accadono perché ci sono delle congiunzioni che fanno sì possano succedere. Secondo me non ci saranno più rivoluzioni come per esempio quella del punk. Quella degli anni '90 italiani è ancora più irripetibile perché bisogna pensarla come pre e post internet, pre e post Napster. In quella stagione era molto più importante esserci a un concerto che mettere un mi piace, l’approccio alla musica era più sacrale.
Un motivo è da ricercarsi nel fatto che noi siamo arrivati nel momento giusto: c’era una generazione di ragazzi che era figlia della cultura anglofona ma orfana in Italia di gruppi con esperienza che cantassero nella propria lingua. Tutti noi, che cantavamo in inglese, abbiamo realizzato quanto fosse fondamentale farci capire anche dalla signorina in prima fila, guardandola negli occhi... anche dicendo delle stronzate (ride). Ci siamo tolti quella velleità di scimmiottare i gruppi stranieri e siamo maturati. Contemporaneamente le major hanno capito che esisteva una scena che avrebbe potuto esssere apprezzata da un pubblico più vasto. Tutti noi siamo passati dall'avere 100 a 2/3000 persone ai concerti. Stefano Senardi fondò la Black Out e nel giro di sei mesi tutte le major avevano una loro sottoetichetta, donandoci una visibilità enorme.



Invece adesso sembra che stia accadendo il contrario, per certi versi: non sono le major a mettere sotto contratto le band dell'underground, ma sono le etichette indipendenti che stanno andando a prendersi i propri spazi. Penso alle recenti esperienze di Bomba Dischi, Woodworm o Carosello, per citarne alcune.
Questo è possibile perché alcuni artisti sono figli legittimi del nostro modo di fare, prendi uno come Motta, ha la stessa sacralità, lo stesso tipo di cultura della scena a cui appartengo io. È una delle cose più interessanti che ho ascoltato recentemente. Chiaramente però la società è molto cambiata.

Credo che la parola "società" sia fondamentale per parlare de "La mia generazione". Parto dal presupposto che ci sarebbe da analizzare cosa significhi "rock" adesso. Io me lo chiedo spesso e penso che bisognerebbe ampliare il campo semantico di tutto quello che può essere compreso dentro la parola "rock". Ma secondo te, quali sono le condizioni diverse a livello di società, educazione ed economia, per cui si dice che il rock, in Italia, non si fa più? Spesso si associano per esempio gli anni '80 al benessere economico e alla musica più frivola. Adesso che stiamo uscendo dalla crisi quello che ascoltiamo è più frivolo? Il rock ha perso la sua funzione disturbante?
È una questione molto interessante da analizzare (fa una lunga pausa, ndr). A un certo punto, io ho avuto l’impressione che il rock fosse diventato reazionario, e quindi che mancasse quell'aspetto di ribellione che dovrebbe contraddistinguerlo. Se il rock comincia a diventare reazionario anche la ribellione diventa solo estetica. Io non ascolto molto hip-pop, però a volte mi chiedo se loro siano i nuovi cantautori, più dei cantautori indie, che hanno la forma, ma forse le voci che raccontano oggi lo specchio della società in cui vivono sono quelle dei rapper. Primo perché è molto più facile, non avendo anche le melodie a cui pensare, si può essere più diretti. Quante volte sulla carta scrivi dei versi belli e poi la melodia te li fotte perché diventano ridicoli? Con il rap non c’è questo rischio. Molto ha influito internet. Noi siamo stati fortunati, perché allora si vendevano dischi, al massimo ti potevi fare una cassetta. Oggi si vendono un decimo di dischi che si vendevano prima, ma grazie a internet tutti possono dire la propria.
Da un punto di vista umano è una rivoluzione incredibile, la rete ti da la possibilità di dire qualunque cosa, così come con un programmino che scarichi ti puoi fare un disco a casa. È bellissimo da un punto di vista sociale, è proprio il massimo del socialismo: non c’è bisogno di avere soldi, contratti discografici. Se hai talento e sei bravo, smanettando un po' puoi fare un disco fighissimo e promuovertelo.
L’altra faccia della medaglia è che non tutti hanno qualche cosa da dire e rispetto al periodo che omaggio nel disco manca un filtro. Nelle etichette indipendenti e nelle major, se portavi dei brani non a fuoco, c’era qualcuno che ti poteva dire come migliorare un'intuizione. Senza questo filtro escono delle cose che forse era meglio non uscissero. Si ingolfa un mercato già saturo.

A proposito di rap, tu hai voluto fare "Aspettando il sole", un pezzo rap. Oggi i conservatori del rock tendono a rifiutare il rap ponendolo in antitesi con l'autenticità del rock. Con i dovuti distinguo di tematiche affrontate e realizzazione, negli anni '90 era diverso, avevate un atteggiamento più inclusivo?
Sì, perché noi dobbiamo tanto alle Posse. Eravamo uniti da un retaggio culturale, non tanto musicale, ci esprimevamo in modalità diverse, ma venivamo tutti da ascolti anglofoni e cercavamo di avere un suono internazionale cantato in italiano. I più attenti si ricordano che sono state le Posse a sdoganare questa cosa. Noi stavamo intuendo che confrontarci con la nostra lingua era fondamentale, ma i primi a farlo sono stati loro.

In ogni caso, a parte Motta che già mi hai detto che ti piace, ci sono delle band che secondo te possono aspirare a ricevere lo stesso tributo tra 20 anni? Chi sono i nuovi classici contemporanei?
I Baustelle sono figli del nostro modo di fare, e spero in Brunori Sas. Mi piacciono un casino le sue cose e ci conosciamo bene. Lui conosce molto bene le band presenti nel mio disco, ma è più vicino a noi culturalmente che musicalmente. I suoi riferimenti musicali sono più orientati ai cantautori italiani degli anni '70, invece noi ci riferivamo all’Inghilterra. Cantavamo in italiano con un suono internazionale. Spero che tra 20 anni ci ricorderemo di lui e non di quello di "Andiamo a comandare" (ride).

L'esperienza di Rovazzi insegna però come il mezzo musica sia oggi usato molto diversamente. Prima era utilizzato da chi ci sapeva fare per lanciare dei messaggi. Ora può essere uno dei tanti modi con cui esprimersi: che sia un video in cui si parla su YouTube, che sia una canzone, un libro, un post su Facebook...
Bravissima. Ti giuro che sono rimasto abbastanza scioccato quando è uscita “Aspettando il sole”. La settimana dopo scopro su Twitter che il brano era nella Viral di Spotify al terzo posto. Sono andato a vedere quindi chi ci fosse nelle prime posizioni. Al primo posto c’era “Non fare la sottona” di Gordon, una canzone trash, però in fondo il trash ci sta, è sempre esistito. Al secondo posto c’erano "Le focaccine dell’Esselunga" di OEL. Ti giuro Chiara, io ho ascoltato qualsiasi gruppo che prendeva i pezzi, li destrutturava, ne ho sentite di canzoni strane nella mia vita, ma quando è finito quel pezzo... non credevo si potesse fare una partita dove da una parte c’è una squadra di rugby e dall’altra una di pallacanestro. Non riuscivo a capire se era un gioco, uno scherzo… 

Però è interessante come reazione. L'avresti potuta derubricare semplicemente come trash, invece ne sei rimasto spiazzato.
"Le focaccine dell'Esselunga" mi ha davvero sconvolto, non capisco se è una cosa da blogger, da dj, se è una pubblicità. L'ho raccontato al mio parrucchiere che ha un figlio di quattordici anni, e mi ha confermato che il ragazzino ha fatto una festa con i suoi amici e mentre sentivano il pezzo ballavano e mangiavano la focaccina dell’Esselunga. Quando ero ragazzino io la musica era anche identificazione, mi vestivo in un certo modo perché volevo essere diverso, volevo farti capire che arrivavo da un altro percorso.

Andiamo nello specifico delle canzoni. Com'è stato riprendere in mano un brano dei La Crus a 22 anni di distanza?
Ero indeciso se inserire "Nera Signora", in generale se mettere un pezzo mio, perché non volevo autoincensarmi. Poi ho capito che è stato un pezzo importante per un sacco di persone. È stato comunque meno difficile di quello che pensavo perché avevo voglia di capire quanto fossi cambiato. Come persona, come uomo e come artista mi sento molto diverso da allora, se non lo fossi sarebbe davvero un dramma. L'ho affrontato come se fosse un inedito.

Lo fai sembrare semplice...
Ho voluto metterla per raccontarmi, per far vedere quanto fosse cambiato il mio mondo, com’è cambiata e cresciuta la mia voce, perché ci ho lavorato moltissimo. Faccio fatica a sentire i pezzi dei primi due dischi dei La Crus, mi prendono tutti per pazzo quando lo dico. Avevamo avuto difficoltà nel passaggio dall’inglese all’italiano. Ci rendevamo conto che cambiava la modalità, la lingua in bocca ti sbatteva in una maniera diversa. Non so quanto fossi in grado di gestire non tanto la voce, ma l’espressione. Quello che non mi piace, non perché stoni o non canti bene, è che manchi un po’ di colore, un po’ di vita. Ci voleva esperienza e capire come usare l’italiano nei testi. Anche nella scrittura: con l’inglese tutti i verbi li puoi far finire allo stesso modo, per esempio in -ing, e puoi fare tutte le rime del mondo. In italiano puoi chiudere in cinque modi, e poi il peso delle parole... uno dei più bei complimenti della mia vita me l'ha fatto Ivano Fossati, sentendo la mia versione de "La costruzione di un amore". Mi disse che aveva apprezzato che ad un testo già così carico io non avessi aggiunto pathos, anzi, fossi andato a togliere. Capisci però con l’esperienza che più il testo è spesso e più non lo devi caricare, altrimenti diventa caricaturale. Rispetto a 22 anni fa quindi la differenza fondamentale risiede nella mia espressività.



In generale è stato più difficile confrontarti col rappato di "Aspettando il sole" o col parlato de "Il primo Dio"?
Non ci ho dormito la notte perché volevo tantissimo fare “Aspettando il sole”, è uno di quei pezzi che mi è sempre piaciuto un casino. All'inizio era l’unico pezzo con il punto di domanda e ho cercato di mettergli un vestito in cui mi potessi sentire a mio agio, con i miei riferimenti, spostandolo di immaginario. Pensavo fosse il pezzo più difficile da cantare. Quando abbiamo registrato le strutture definitive dei pezzi, le prime take di voce che ho voluto fare erano quelle di “Aspettando il sole”, perché se non fossi riuscito a cantarlo l'avrei scartato. Un paradosso di questo disco è che ci sono delle canzoni con una melodia, un ritornello, che ho rifatto 6/7 volte scegliendo poi le parti migliori di ogni take, invece "Aspettando il sole" l'ho fatta una volta sola. Per "Il primo Dio" la difficoltà maggiore era capire come raccontare quella storia in un altro modo. Visto che nel sound c’era tanto blues, ho costruito un film: l’ho voluta mettere alla fine, e io racconto quella cosa come un narratore, come uno speaker di radio, quelli che aprono le trasmissioni alle sei della mattina.

Per concludere la panoramica sui brani e la nostra intervista, vorrei fare un gioco. Adesso ti dico dei titoli e vorrei che senza pensarci troppo, mi dicessi il primissimo ricordo che ti viene in mente. Cominciamo da "Huomini".
Edda
in gonnella, in uno dei concerti di quel periodo. Edda dal vivo era una bestia, un animale da palco.

"Cieli neri". Non ci pensare troppo.
Sarò sincero, quel disco non mi piaceva molto, era un po’ troppo anni '80 per i miei gusti personali e ci stavamo staccando da quelle cose. Però quando ho sentito quel brano ho pensato che Morgan fosse veramente bravo.

"Lasciati" dei Subsonica.
I pianti. Ho pianto per amore con quel pezzo.

Ci sono canzoni che hai lasciato fuori a malincuore dalla tracklist definitiva?
Mi sarebbe piaciuto fare qualche cosa da "Sanacore", ma essendo un manico dell’espressione della mia voce non ho voluto mettere un brano in una lingua di cui non sono padrone al 100%. Poi “Tutti al Mare” dei Virginiana, anche “Corri” dei Tiromancino. Alcuni li farò dal vivo. E poi voglio fare un pezzo dei Prozac+, voglio vedere che versione ne tiriamo fuori.

Tag: intervista

Commenti (2)

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  • Faustiko Murizzi 26/09/2017 ore 18:36 @faustiko

    Bellissimo il passaggio sulla canzoni dell'e focaccine dell'Esselunga.

  • max10 28/09/2017 ore 18:37 @max10

    Allora, anche se e' una tipica frase banale lo devo dire, ho amato, amo e sempre amero' i La Crus, il nuovo di Giovanardi e' cantato (come sempre) da Dio, arrangiato alla perfezione e le canzoni sono tutte bellissime eppure c'e' qualcosa che a parole non riesco a descrivere, non mi vengono piu' i brividi come quando ascolto un qualsiasi pezzo dei La Crus. Non so perche' e la cosa mi da anche fastidio perche' stimo Giovanardi moltissimo pero' nonostante questo disco merita non meno di 7 non riesco ad "amare" queste canzoni, come sempre l'ho acquistato in vinile e lo ascolto con piacere ma mi chiedo (e ti chiedo, Mauro Ermanno) in un futuro prossimo posso/possiamo sperare in un disco reallizzato insieme a Malfatti/Cremonesi?
    Chiaramente questo commento non vuole essere una critica, anzi, ad avercene di artisti veri come te!
    Grazie.
    Massimo

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