Mauro Ermanno Giovanardi sceglie sempre con cura le parole da non dire

È una massima che gli ha trasmesso Alda Merini, e a cui ha dedicato il titolo del suo nuovo disco solista, uscito oggi. Un lavoro collettivo, firmato da un gruppo di amici "tutti numero 1", con l'ambizione di rendere sempre più forte la "nuova canzone d'autore"

Joe negli scatti di Silvia Rotelli
Joe negli scatti di Silvia Rotelli

Si intitola così, E POI SCEGLIERE CON CURA LE PAROLE, il nuovo disco di Mauro Ermanno Giovanardi, una delle penne più "illuminate" della musica italiana recente. Esce oggi per Woodworm Label, dopo cla pubblicazione di un mini EP di 4 brani, e dei singoli Veloce e Anni Zero. È un lavoro collettivo, quello del frontman dei Lacrus: Leziero Rescigno, che ha co firmato la produzione artistica di tutto il lavoro, altrettanto fondamentale Lele Battista alla consolle per le registrazioni.

Anche i testi del disco – la cui genesi, molto particolare, ci verrà raccontata dallo stesso Joe qua sotto – sono frutto del lavoro di un gruppo allargato. L’artista ha infatti coinvolto autori e musicisti con cui ha scritto i brani a quattro mani. Tra loro Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Cheope e Anastasi. L'obiettivo era quello di dare vita a Canzone d’Autore del terzo millennio, "dal sapore elettronico con i canoni di questo stile assolutamente ribaltati, dove il focus è tutto sulla voce". 

Ecco la nostra conversazione con Mauro Ermanno Giovanardi.

Hai detto che è il tuo disco più pensato. Come mai?

Perché ha avuto una lunga, lunghissima gestazione, iniziato prima del Covid e poi messo in stand by per la lavorazione del disco dei La Crus e del relativo tour a seguire, per cui ho avuto modo, nel tempo, di affinarlo nei suoi minimi dettagli, in tutte le sue sfumature, di pensarlo al meglio nella sua complessità, riflettere su tutto fino a quasi un mese dalla consegna. Il mastering, ad esempio, l’ho rifatto 4 volte. Pensa che durante la lavorazione di “Per Cantare Più Forte” composto con Lorenzo (Colapesce) mi fece sentire in anteprima “Musica Leggerissima”. 

E alla fine?

È stato un percorso lungo ma sono super soddisfatto di come è venuto. In tanti mi stanno dicendo che è forse il mio miglior disco solista. E questo fa un enorme piacere. Dopo aver superato la soglia dei 60 anni, che abbia ancora così tanta voglia di metterci tutta questa passione, energia,   disciplina, tempo, mi sembra un vero atto d’amore. Insomma che la musica abbia ancora un ruolo così importante nella mia vita, da tutti i punti di vista. Anzi mi sto accorgendo di diventare sempre più esigente, perché alla fine noi siamo quello che lasciamo. 

Il travaglio da cosa deriva?

Ho dovuto fare delle scelte difficili come ad esempio metterlo in stand by per lavorare al disco dei La Crus, o prendere delle decisioni senza via di ritorno da un punto di vista artistico e di visione totale del lavoro. Volevo suonasse sin dall’inizio come una sorta di Canzone D’autore del Terzo Millennio. Evitando chitarre, bassi suonati e batterie vere. Volevo un suono contemporaneo, elettronico e raffinato allo stesso tempo. E ribaltare i canoni dell’elettronica soprattutto da un punto di vista ritmico, dove solitamente i rullanti sono sempre in primo piano. Ci sono anche brani con la cassa in 4 ma è una pulsazione, un battito del cuore. Mai da dance hall. Insomma tutto doveva essere al servizio della voce. E della parola. Vediamo se questa scelta ha pagato. Devo anche dire che in tutto questo ho avuto due compagni di viaggio fantastici. Lele Battista che ha registrato tutti i brani e mi ha seguito nei miei deliri, e soprattutto Leziero Rescigno, che ha prodotto il disco insieme a me e arrangiato il tutto. Un produttore bravissimo che meriterebbe più visibilità. È un musicista con una conoscenza dell’armonia pazzesca. Capacità, che se fai questo lavoro è determinante.

Perché alla fine hanno "vinto" i La Crus?

Guarda per due cose diametralmente opposte. Cuore e testa.  Cuore perché era più o meno da 15 anni che quasi quotidianamente mi arrivavano messaggi privati o commenti che mi chiedevano “a quando una reunion dei La Crus?” “Ma tornerete mai insieme?” “Ma un nuovo disco?”  Per cui qualche giorno prima del primo lockdown, un caro amico e fonico con cui abbiamo lavorato sia con i La Crus, che io con i miei dischi solisti, Marco Tagliola, ci ha praticamente obbligati ad andare a cena tutti e quattro e ci ha letteralmente detto: “Continuo a sentire gente che ha voglia dei La Crus, ma vi assicuro tanti. Per cui visto che probabilmente staremo rinchiusi per qualche mese, creiamo una cartella su Google Drive dove ci buttate e buttiamo dentro, me compreso, idee, suggestioni, spunti, musiche, melodie, tutto quello che ci e vi viene in mente. Se poi non funziona avremo solo buttato via qualche mese di lavoro. Ma se invece produciamo qualcosa di interessante ne riparliamo. Se non ci provate ora, siete dei coglioni” Questo è quello che realmente ci siamo detti quella sera. Io e Alex eravamo i più scettici. Io avevo il mio disco già per metà fatto. E alla fine mi sono fatto convincere da Tagliola che mi disse che strategicamente poteva avere senso. Più per me che per tutti gli altri. C’ho pensato qualche notte, e alla fine ho accettato. 

E questo era il secondo motivo, quello legato alla testa.

Alla fine sono contento di questa scelta. Abbiamo fatto uno dei nostri dischi più belli ed ispirati, che secondo me è allo stesso livello del primo, di "Dentro Me" e "Dietro La Curva Del Cuore". Abbiamo fatto un tour bellissimo e ricevuto bordate di amore e di affetto dal pubblico, e io con calma ho avuto modo di pensare, ripensare e soppesare il mio disco facendo impazzire tutti quelli che stavano collaborando con me a questo progetto. 

Cosa intendi per disco esistenzialista?

Che ha uno sguardo più rivolto al mondo, verso tematiche più sociali, più etiche, più filosofiche, che in passato Ci sono pochissimi brani in cui il soggetto è il rapporto amoroso. Invece ci sono più sguardi e riflessioni sulla direzione in cui stiamo andando come persone. Che vivono immerse in un modello capitalista con tutte le sue contraddizioni. 

Perché è importante scegliere con cura le parole? La musica lo fa oggi?

Un paio d’anni fa ho lavorato ad uno spettacolo su Alda Merini, e studiando il suo materiale sono incappato in questa frase da una sua intervista:  “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”. Ho pensato fosse super potente, e che in fondo, da quando con Alex (Cremonesi) ho iniziato a scrivere i testi per i La Crus, è stato sempre quello l’obiettivo che ci siamo imposti. E che poi ho continuato a sviluppare anche nei miei dischi solisti. Abbiamo sempre scelto con una cura smodata le nostre parole. Forse era il caso di iniziare a sottolinearlo.

Quando hai capito che era il titolo giusto?

A un certo punto avevo paura che questo titolo fosse un po’ troppo lungo, un po’ troppo Wertmülleriano. Ma anche qui sono super contento della scelta. Perché le parole non sono innocenti, hanno un peso, una responsabilità, una memoria. In un tempo che consuma e cancella tutto in fretta, scegliere le parole diventa un gesto etico prima ancora che poetico. Invece rispondendo alla seconda domanda   non so quanto peso la musica oggi dia alle parole. Sicuramente ci sono artisti anche giovani che hanno capito e sentono il peso di questa responsabilità, di quello che dicono, di quello che lasciano ma in generale credo ci sia più abuso che buon uso delle parole. 

Come e perché hai scelto quei coautori?

Era da un po’ di tempo che pensavo a questa idea di un “Collettivo Della Parola”. Di lavorare a 4 mani con colleghi che innanzitutto e soprattutto stimi, con cui sei legato da grande e sincera amicizia, e con cui più volte ci si è detto: “dai, dovremmo scrivere qualcosa insieme” e poi non lo si è mai fatto. A questo punto del mio percorso, non avendo più nulla da dimostrare o tantomeno ego-trip da nutrire, ho pensato fosse la volta buona. Far confluire diverse teste in una narrazione collettiva, dove un verso può prendere una direzione piuttosto che un’altra e diventare qualcos’altro ancora. 

Pregi e difetti di scrivere con personaggi così?

Quando lavori con dei numeri uno, devi agire più di fioretto che di spada, stare attento e muoverti con delicatezza con ogni personalità, però è stato molto più semplice e divertente di quello che può sembrare. Come in una partita di ping pong con le parole al posto della pallina. C’è stato sempre massimo rispetto tra di noi, e con un patto non scritto. Che mettendoci la faccia e l’ugola, l’ultima parola doveva essere necessariamente la mia. Ma non c’è mai stata tensione. Mai. Diciamo che è stato come dirigere un’orchestra con grandi Maestri agli strumenti. E che sanno il fatto loro. 

Cosa o chi ti piace nella musica italiana oggi?

Sono tra le tante cose anche uno dei giurati del Premio De Andrè ed ho avuto modo di sentire negli ultimi anni un po’ di artisti interessanti e ti sparo due nomi che mi sono piaciuti un botto: Santoianni che ha vinto il De Andrè due anni fa, e Federico Baldi. Fede è un performer pazzesco. Un Gaber più punk. Sono rimasto folgorato da lui la scorsa estate ad Isernia, durante le semifinali. Una teatralità e dei testi davvero sorprendenti. Spessi ed ironici allo stesso tempo. Santoianni invece è una super penna e probabilmente scriveremo qualcosa insieme prossimamente. Così di cuore ti ho detto le prime cose che mi sono venute in mente senza pensarci. Perché mi sono davvero piaciuti tanto. Invece per rispondere al “cosa” faccio i complimenti a Manuel per il lavoro che sta facendo con Carne Fresca e con il tour I Suoni Dal Futuro. Bravo. Bravissimo. 

 

Sto alla larga da quelli che se la tirano solo perché vanno su un palco.

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L'articolo Mauro Ermanno Giovanardi sceglie sempre con cura le parole da non dire di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-03-20 11:11:00

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