Merk & Kremont: da Viale Monza alla conquista del mondo Intervista

Merk & KremontMerk & Kremont
18/11/2015 di

Vado a intervistare Merk & Kremont, non so bene cosa aspettarmi, non li ho mai conosciuti anche se nel giro si dice siano due bravissimi ragazzi e un po' invece a me piacciono gli stronzi. Al solito, mi ci ritrovo di più.

L'intervista si terrà nel loro studio a Milano dietro viale Monza. Arrivo ed è una palazzina con giardino, ti esprime serenità, un ambiente da subito familiare, mi ricorda un po' il cortile di mia nonna, il classico posto in cui si può passare l'infanzia senza uscirne e senza essere contaminato dal mondo dei drogati che c'è dietro la ringhiera. 
Mi accoglie Giordano, uno dei due ragazzi, mi porta subito nel loro studio sotterraneo ricavato sotto casa. Mentre scendiamo sento un bel cassone violento. Più mi avvicino più un suono gigante, big room totale, mi avvolge. E sono solo le 3 del pomeriggio. Stanno producendo, sono tornati il giorno prima dall'Asia e stanno già producendo. Questo mi fa capire in pochi secondi che hanno mille scadenze e mille impegni. 

Ci sediamo con calma. Uno dei due, Federico, ha la febbre, Giordano è più in jetlag. Cerco di non essere pesante. Sono due ragazzoni biondi, faccia pulita e intelligente, sembrano proprio i bravi ragazzi, quelli che in Funny Games ti suonano alla porta. Ma per chiederti davvero le uova. 



Perché vi chiamate così?
M: Io mi chiamo Federico Mercuri, avevo 13 anni e giocavo a tennis e lì, semplicemente, la mia abbreviazione era Merk.
K: Io mi chiamo Giordano Cremona, mio nonno suonava i cucchiai, faceva l'artista di strada e visto che si chiamava Max Kremont ho deciso di mantenere il nome d'arte. Che poi se li leggi sono speculari, solo che non abbiamo ancora trovato un modo per renderlo con il logo.

Come avete iniziato? Siete molto giovani e avete già fatto moltissime cose
K: Abbiamo iniziato separatamente ma ci siamo conosciuti grazie a un amico in comune che ci ha insegnato a mettere mano sui sequencer e ci ha fatto incontrare per produrre qualcosa assieme. Abbiamo così prodotto la prima traccia “I need your love” con la voce di una nostra amica, Diletta. Il problema è che siamo partiti con tracce cantate che sono le più difficili, e questa in particolare è davvero da tenere nascosta e speriamo non esca mai dai nostri hard disk. Poi per fortuna abbiamo abbandonato le tracce cantate e siamo passati ai bootleg (remix non ufficiali di pezzi famosi) perché è la maniera migliore per farsi notare da qualcuno. Se tu sei il primo a fare un remix è probabile che qualche dj grosso mentre cerca le tracce da suonare ti noti e suoni. 

M: Ad esempio abbiamo fatto il bootleg di Adele che poi è stato suonato da Provenzano, e da lì abbiamo preso coraggio.
Abbiamo quindi messo giù “Underground” e abbiamo partecipato a un contest della Spinnin' Records.
All'inizio avevamo fatto il botto, dopo i primi giorni che eravamo su però la nostra traccia è passata dal primo posto al quarto, poi quinto e via a scendere, perché sai la gente non è che ti vota tutti i giorni. Il contest comunque non si basava solo sui voti delle persone, ma anche su quello di una giuria. Potevamo continuare a rimanere lì e aspettare, ma visto che la traccia piaceva e avevamo già molte offerte da altre etichette non ci andava comunque di bruciarcela, così abbiamo scritto alla Spinnin su Twitter 
“ciao vogliamo levare la canzone dal contest” e loro ci hanno risposto “No ragazzi facciamo una release con voi e altri due artisti”. E così è nata la nostra prima release. 


 

Me lo ricordo, era tipo il 2012,  e c'era anche un post dalla pagina de Il Pagante che chiedeva di supportarvi. Quanto è servitor l’appoggio de Il Pagante nella vostra carriera?

M: Sì ma tutto questo è avvenuto prima. Merk & Kremont esistono da prima, o se vuoi in parallelo,  a Il Pagante. È una storia un po' a parte. Il Pagante è stato un progetto parallelo partito dal liceo a cui abbiamo collaborato, l'abbiamo fatto tanto per scherzo. I componenti del pagante sono tre: Roberta, Federica e Eddie. Roberta era la mia fidanzata dal liceo. Una sera eravamo a Sestri Levante e abbiamo deciso di fare una canzone sulla gente che sboccia. Ma visto che non c'entrava niente con noi abbiamo usato Il Pagante per farla uscire. Il primo video l'abbiamo fatto con l'iPhone. 

K: Eddie invece è mio cugino. Prima cantava un altro ragazzo, lui faceva il rapper e abbiamo pensato di metterlo dentro. Ma davvero era un gioco, uno scherzo da liceo. Dopo la prima traccia siamo stati contattati da Clapis che ci aveva chiesto se gli producevamo qualche traccia e alla fine in 15 giorni gli abbiamo prodotto l'album, in tutto 11 tracce. 
Abbiamo fatto i miracoli per tirare fuori quelle tracce. Clapis adesso ha fatto anche un film! Per noi è stato molto divertente perché non dovevamo seguire per forza il nostro stile, potevamo azzardare divertendoci perché non lavorando a nostro nome abbiamo avuto la possibilità di essere più creativi e capire anche cosa piacesse al pubblico. 


Torniamo alla Spinnin'. Da lì avete iniziato la grande scalata?
K: Non fu proprio l'inizio, però il giorno dopo che la Spinnin' ha rilasciato la canzone Martin Garrix ci ha scritto e ci pressava per fare un remix. Ci siamo sentiti su Skype per iniziare a collaborare, ma la settimana dopo è uscita “Animals” ed è sparito.

M: Da li abbiamo prodotto un po' di strumentali tra cui “Thunder”. La traccia girava bene ma avevamo bisogno di qualcuno “famoso” che la ascoltasse. Così abbiamo pubblicato “Tundra” che, dopo un giro di contatti e collaborazioni con Paris & Simo è arrivata a Fedde Le grand che l'ha suonata all'Ultra di Miami nel 2013. Poi ci ha scritto Nicki Romero per avere la promo di “Tundra” per suonarla al Sensation. Era la nostra occasione e non l'abbiamo bruciata: gli abbiamo mandato il promo pack di “Tundra” ma nella mail c'era anche un'altra traccia: “Zunami”. 
Nicky si è innamorato di “Zunami” ed è uscita con lui.

Mi sembra di capire che oltre ad una passione maniacale per le produzioni c'è anche una strategia: avete 20 anni ma mi sembra di avere già a che fare con maestri del marketing e del posizionamento nella music industry. Avete saltato a piè pari il paragone con i connazionali e avete puntato all'estero, ma sempre partendo dalla vostra passione per la produzione musicale. Aiuto siete alieni! 

Guarda per noi non cambia niente puntare all'Italia o all’estero. Abbiamo puntato in alto, ci siamo detti
 “puntiamo al mondo”, poi tanto diventeremo conosciuti anche in Italia.

Se parli con l'amica di tua madre, lei lo capisce che sei un musicista?
Se la canzone ha il cantato sì. Altrimenti, anche per mia madre, è rumore, ritmo, ma non viene percepita come una canzone. 



Vaglielo a spiegare Beethoven…! Qualche settimana fa Major Lazer in Italia hanno suonato “Sciamu a Ballare” dei Sud Sound System, voi quando siete all'estero suonate mai qualche pezzo della nazione in cui siete ospiti? Come la vedete questa mossa? 


K: Il lavoro del dj è quello di osare, se trovi una canzone che fa impazzire la gente la metti. 

M: Magari sì, stiamo parlando di musica non di politica. È roba per divertirsi non per mettersi a fine serata a farsi le pippe. In ogni paese in cui andiamo magari non mettiamo la hit di quel posto ma usiamo al microfono un po' di frasi che fanno ridere della loro lingua, noi ci vogliamo divertire non stare a tavolino a scegliere tutte le tracce presi male.
K: L'obiettivo è far divertire la gente. Se vedi che stanno fischiando magari poi non ti ripeti, ma una prova ci può stare. 



Quindi voi siete sempre a produrre... e lo show? Siete tipo Steve Aoki che non sta mai in consolle o Ingrosso che tiene invece tutta l'attenzione sulla musica?
Noi siamo una via di mezzo. Se vai a sentire Aoki sai che l'apice dello show è quando ti arriva la torta in faccia, se invece vai a sentire Ingrosso è quando mette “Don't you worry child”. Per noi la via di mezzo sta nel fare musica bella e ricercata che magari non senti in altri dj set e musica invece più facile, che coinvolge di più.

Come scegliete il set?

K: Noi lo impostiamo così, ci piace partire con del groove da ballare più che da saltare, poi tagliamo con qualcosa che ti spiazza, tipo anche hip hop, roba che la gente non si aspetta ma che quando arriva si dicono tutti “la voglio ballare che la conosco” e verso la fine andiamo con le legne. Non ci piace fare un set flat, ci piace crescere scendere e di nuovo. 
 

Quante nazioni avete girato? 

M: Le nazioni davvero non te lo so dire, però posso dirti che abbiamo girato tre continenti: Europa, Asia e America. 

K: Quest'anno puntiamo all'Australia e all'Africa, anche se suonare in Africa è molto difficile ma ci teniamo tanto a riuscire a girare tutti i continenti del mondo. 

Siete appena tornati dall'Asia, come funziona lì? 


Guarda siamo tornati con la febbre e distrutti. Abbiamo fatto 7 date in 10 giorni e i dayoff erano per spostarci, con 3 giorni di riposo finale. Il pubblico è il migliore che abbiamo visto finora, vengono per divertirsi e ascoltare la musica.
 In Giappone vedi che la gente ti ama, ti segue dall'inizio alla fine. In Indonesia è più difficile da concepire per noi perché non esiste la cultura del dancefloor, è più relax. Il dancefloor è composto da un pochino di spazio tra i tavoli alti. Ballano attorno ai tavoli e si fanno portare i drink.

Ma si scatenano?
Nel limite dello spazio. Ma loro si divertono tanto così, a differenza di altri paesi in cui la gente viene per stare ammassata in prima fila, è obbligata a ballare ma poi magari a fine serata non si è neanche divertita. Loro hanno il proprio spazio e si divertono tantissimo. 



La data più bella della vostra carriera, finora?
Il Cocoricò. Sai è stata sempre la discoteca in cui andavamo da piccoli, è stato un po' capire che il sogno era diventato realtà. Le conquiste che si vedono nel pratico, insomma.

Se dici Cocoricò, con tutti i casini successi quest'estate, viene subito da pensare al rapporto tra la vostra musica, chi la ascolta e la droga. Voi ne usate?

K: Molta gente tende ad associare l'elettronica allo sballo, sono due realtà compatibili ma non necessarie. Noi non ci sballiamo. È appena successo che uno dei Blasterjack ha rinunciato a girare proprio perché ci aveva dato troppo tra alcool e droghe, e ha dovuto mollare. Credo che essere un dj professionista voglia dire proprio non sballarsi perché altrimenti non ce la fai a reggere questi ritmi

M: Penso che se ci fossimo sballati una sola sera di questo tour in Asia ci saremmo rovinati tutte e due le settimane perché nel volo successivo saremmo stati malissimo, la sera dopo avremmo suonato male perché non avremmo dormito e poi saremmo stati incazzati per avere suonato male.
Poi ci sono casi e casi però l'edm è più pulito come ambiente, anche la musica è meno da viaggio. Se vai a serate techno o tech house la concezione della serata è più da viaggio, il dj stesso ti trasporta con la musica. L'edm è più per fare festa, casino.

I target sono diversi, però appunto viene da pensare a Villalobos o Fatboy Slim che dichiarano che il dj deve essere più fatto del suo pubblico
M: Quella è la vecchia scuola, nella nostra scena edm succede quasi il contrario: molti fanno finta di essere ubriaconi per far vedere alla gente che fanno festa, ostentano. In realtà la vivono come un lavoro al 200%. Io penso a vivere la serata in maniera positiva senza sballarmi, voglio godermela senza eccessi ma viverla tutta. Non come molti dj edm che appena finiscono i 90 minuti prendono e vanno via.

Ultimo vinile preso?

Il nostro, “Amen”. Abbiamo scoperto tramite Andrea Maggio, il presidente, il nostro amico che ci aiuta in tutto, che avevano fatto il nostro vinile in tiratura limitata

Voi non lo sapevate?

No! E l'altro che abbiamo comprato è quello di Avicii 


Sembra ovvio ormai che il dj ha preso il posto che una volta era destinato alle band, e dalle rockstar tossiche siamo arrivati ad una schiera di ragazzi molto preparati in termini di musica, marketing, strategia che lasciano a casa il vecchio  “produci, consuma, crepa” con un più attuale “produci, vendi, guadagna”.
Non appena varco il portoncino del loro studio per andarmene, sento ripartire la musica a tutto volume. Hanno la febbre, hanno sonno, ma hanno delle scadenze sulle produzioni e sono già sotto - e non a fare il giro dei bar di Milano con le groupies. Il successo che hanno, direi che è del tutto meritato.

 

Commenti (1)

  • Marco Crespi 18/11/2015 ore 15:30 @mk030166

    "Sembra ovvio ormai che il dj ha preso il posto che una volta era destinato alle band".
    La tristezza di questa frase si commenta da sè.

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