Le storie che mi hanno “toccata”: Mèsa racconta Touché Intervista

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02/03/2018 di

Metà romana e metà siciliana, Federica Messa, in arte Mèsa, ha studiato lettere, ha letto “Walden” di Henry David Thoreau a 16 anni e non fa scherma. A tredici mesi dalla presentazione di un'ep omonimo, pubblica “Touché”, il suo disco d’esordio targato Bomba Dischi, un album che suona a metà tra il punk anni '90 e Cristina Donà. Noi l’abbiamo incontrata in una caffetteria dell’EUR in una rigida mattinata romana e ci siamo fatti raccontare cosa c’è dietro al titolo, dietro alle immagini, dietro alle canzoni, dietro al mare.



Partiamo da “Oceanoletto”, che forse è il pezzo meno aderente alla tua forma.
Ho voluto che fosse il primo singolo anche per provocazione. Ci si lamenta dell'assenza di cose diverse, e mentre l’altro singolo “A chi” è un pezzo pop, “Oceanoletto” secondo me è una forma estrema: canto pochissimo, c'è molto suonato, ha una struttura difficile. Lo abbiamo registrato in studio, quasi non doveva entrare nel disco, ma mi piaceva e lo abbiamo messo alla fine. Non so se ha avuto senso o meno, però secondo me ha fatto storcere il naso a chi ascolta un certo tipo di musica. 

Nelle tue canzoni non c’è quasi mai un’azione, è come se fosse tutto una riflessione postuma. Ci sono canzoni che raccontano una storia, nelle tue invece siamo al momento successivo: la storia è già successa e tu rifletti. Ti ritrovi?
Fatta eccezione per “Lividi a pois”, che racconta una storia, mi ritrovo: è proprio questo il senso del touché, un termine della scherma che abbiamo usato come pretesto grafico e fotografico.

Ma tu fai scherma?
No (sorride, ndr). Nell’uso comune si dice touché quando qualcuno ti dice una cosa che, sebbene ti faccia arrabbiare, è vera, e quindi ammetti che quella risposta ti ha “toccato”. Nelle mie canzoni succede lo stesso: sono io che rifletto e ammetto che le storie mi hanno battuta. Nella scherma, quando l’avversario ti tocca non è l’arbitro a dirlo, ma sei tu ad ammetterlo.

In questo senso la prima canzone “Non me lo ricordavo” è emblematica, perché nella riflessione emergono due linee poetiche che acquistano senso in tutto il disco: il ricordo e l’incomunicabilità, riassunta nel verso “facevamo lunghe passeggiate sul lungomare del tuo silenzio”.
Acquistano senso anche perché le canzoni sono quasi tutte dello stesso periodo. Forse la più vecchia è “Canzone retorica”, una delle primissime che ho scritto in italiano, ancora molto legata allo schema ritmico inglese.

Da che episodio nasce?
Dalla delusione di un rifiuto, di cui però ero già certa. Sono domande retoriche, di cui conoscevo già la risposta. Le indirizzo a me stessa, è uno sfogo.

È un modo per arginare quell’essere “toccati”.
Esatto. Forse è proprio la prima canzone touché. Il titolo ovviamente è venuto dopo, ma racchiude questo tipo di riflessioni.

Nel precedente ep c’erano il rapporto con la colpa e l’accettazione. In “Touché” cosa c’è di più?
Penso sia un lavoro molto più maturo sia dal punto di vista lirico sia negli arrangiamenti. Nell’ep, di cui sono molto orgogliosa, la voglia di fare una cosa che mi piacesse al 100% l’ho un po’ soffocata. Questo disco invece l’ho fatto suonare proprio come volevo che suonasse. Ne ho fatto un disco identitario e unitario, perché le canzoni sono legate tra loro.

Forse l'eccezione in questo caso è “Un esercito orizzontale”.
È la più recente, ed è la mia canzone politica.

È l’unica in cui c’è uno slancio verso la questione generazionale, con quel verso “e tu ce l’hai un’idea da sposare?”.
È una canzone generazionale. L’ho scritta per il premio “Non è mica da questi particolari che si giudica un cantautore” (concorso di scrittura di canzoni su commissione che si tiene a Roma da due anni, ndr): ero su un treno che doveva portarmi da Torino a Trieste, e ho scritto questa specie di “Panegirico di Traiano” (ride, ndr), un confronto tra la nostra generazione e quella dei nostri genitori, che pensano che siamo dei fancazzisti quando in realtà non è vero. L’ho scritta a 25 anni, l’età in cui mia madre si è sposata, e questo mi ha “toccato”. “Ce l’hai un’idea da sposare?” è una domanda retorica, perché un’idea da sposare ce l’abbiamo tutti, solo che è più difficile realizzarla.

In un passaggio della canzone accosti la noia, il lavoro, il 1900 e le linee rette. Cos'hanno in comune?
Che non sono tutte cose brutte, ma le due generazioni le usano in modo diverso. Io sfrutto la noia per scrivere canzoni, magari la generazione dei miei la aspetta per riposarsi. Il lavoro se lo sono preso tutto loro, così come il Novecento.

Perché hai scelto di riarrangiare tre canzoni presenti nel tuo ep?
Ho riarrangiato “La colpa”, “Morto a galla” e “Tutto” perché sono quelle che sono piaciute di più anche a livello di visualizzazioni o richieste ai concerti. Sarebbe stato un peccato non farlo, perché avevano senso in un disco che presenta la mia identità.

Ma c'è un pezzo a cui sei più legata rispetto ad altri?
Sicuramente “Non me lo ricordavo”, già su Youtube in un arrangiamento con fiati e chitarra. Qui lo abbiamo reso un po' più rock.

Usi spesso la forma dell'elenco. È semplicemente un meccanismo di sfogo?
Non sono una persona programmatica, nasce tutto in un preciso momento, ma non torno mai a rivedere le cose. “Tutto” o “Non me lo ricordavo”, che sono canzoni con tante parole, le ho scritte in venti minuti, mezz’ora.

Come Guccini con “La locomotiva”?
Che cazzo di paragone! (ride, ndr)

Insomma, Mèsa non scrive a tavolino.
No. Molti lo fanno e così affinano la scrittura, ma se devo stare troppo su una canzone vuol dire che non è nata bene. È come se fossero dei lampi, che fermo e provo ad arrangiare; quello che sento di dover dire lo faccio entrare nella metrica del giro di chitarra che ho in mente. “Lividi a pois” è nata come una lettera, era una storia che stavo scrivendo a una persona; mi sono piaciute le immagini che avevo disegnato e l’ho trasformata in una canzone.

Questo è un disco molto suonato, e non è un fatto secondario, anzi è proprio un'impronta. Ogni canzone ha un colore sonoro azzeccato.
Il lavoro di arrangiamento lo abbiamo fatto in quattro. Magari tutto nasce nella mia camera, ma poi con i tre ragazzi con cui suono da ormai due anni (Enrico Bertocci alla chitarra, Alessandro Palermo alla batteria e Eugenio Carreri al basso, ndr) proviamo a dargli una direzione.

Ed è un disco che, rispetto all’ep, ha un suono meno pop.
Suona volutamente meno pop. Nell’ep era tutto più morbido, qui mi sono avvicinata alla musica che ascolto. È una questione identitaria, e l'etichetta in questo senso mi ha dato assoluta libertà.

La pienezza di suoni però non fa perdere di vista quello che dici. L'omogeneità fra testo, musica e voce porta l'ascoltatore ad arrivare alla fine senza distrazioni.
Era esattamente il mio scopo (sorride, ndr).

In “Morto a galla” c’è uno spunto letterario proveniente da “Vergogna” di John Maxwell Coetzee (“forse i cani sentono l'odore dei pensieri”). Nel disco c’è altra letteratura? Cosa leggi di solito?
Ultimamente non ho letto molto, ma ho letto molti classici quando ero all’Università, ho adorato Elsa Morante e Italo Calvino (Mèsa è laureata in lettere, ndr), ma personalmente amo la letteratura biografica, che mi ha portato a leggere qualsiasi cosa su Kurt Cobain, e la letteratura di viaggio, come la beat americana.

Ma hai un libro che preferisci in assoluto?
Sì, “Tracks” di Robyn Davidson. È la storia vera di una donna che a 26 anni, per evadere dalla sua quotidianità, decide di percorrere il deserto australiano con due cammelli e senza acqua per arrivare all’oceano indiano. Questo tipo di libri è quello che si rivede, naturalisticamente parlando, nelle mie canzoni.

Le letture fanno sì che poi nelle canzoni si crei un immaginario a cui l'ascoltatore può attingere.
Ma anche le esperienze personali. Ho fatto la scout per una vita, e andare nei boschi senza cellulare nel freddo di gennaio non era affatto immaginario, ma molto concreto. Ci sono esperienze che hanno segnato il mio modo di vedere le cose.

Al momento stai leggendo qualcosa?
Sto leggendo “Girl in a band” di Kim Gordon, a proposito di “rock in gonnella”, come dice Brizio di Bomba dischi.

Nel tuo disco c’è tanto mare. Come mai?
Sei la terza persona che me lo fa notare, ma non ho una risposta. Però è vero, in ogni mio pezzo c’è l’acqua.

Conrad diceva che “il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza”.
Probabilmente ha ragione Conrad. In realtà non ho mai pensato programmaticamente a inserire il mare, o l’acqua, nelle mie canzoni. Avendo origini siciliane il mare l’ho sempre avuto negli occhi, ma non credo sia questo il motivo. L’acqua è l’elemento naturale che mi calma, forse la ragione è semplicemente questa.

Tag: nuovo album intervista

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