Mezzosangue - Dell'odio e dell'amore. Storia rap di un'esplosione incontrollata Intervista

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27/02/2015 di

“Soul of a Supertramp” è un disco sorprendente, di quelli che riescono ad incanalare l'odio in altre forme fino a farlo diventare qualcosa di poetico e bellissimo. Mezzosangue – che adesso ha 24 anni ma ha iniziato a fare rap quando ne aveva 12 – sta portando avanti il suo percorso, sicuramente complicato, continua a mettere in discussione le sue certezze e spera di incrinare anche quelle degli altri. Un talento raro: musica di rabbia e d'amore insieme. La nostra intervista.

Partiamo dall'inizio: davvero hai cominciato a fare rap a 12 anni?
In realtà la mia storia musicale parte prima. Prendevo varie lezioni di musica, intorno ai sei-sette anni ho cominciato a suonare il pianoforte, poi la chitarra. Il rap arriva tra i dodici ed i tredici anni.

È stata il classica guerra adolescenziale contro la musica che si ascoltava in casa?
È più legato a determinati problemi a casa. Si sono create delle situazioni piuttosto pesanti che mi hanno portato verso un altro tipo di musica. Mi serviva qualcosa che mi parlasse sul serio, che mandasse un messaggio chiaro. Non più canzonette, insomma. Avevo bisogno di un impatto diverso, di qualcuno che mi dicesse che la vita è anche sofferenza, e che non c'è solo l'amore o la bellezza.

E chi è stato il primo a dirtelo?
Ti direi Kaos, mi ricordo che le prime tracce rap che ho sentito in assoluto sono state “Ciao Ciao”, il pezzo insieme ai Colle der fomento, oppure “La via del vuoto”, che è sempre stato il mio cavallo di battaglia quando dovevo affrontare un momento pesante. E poi ascoltavo Jedi Mind tricks, A.O.T.P., Non Phixion.



Com'era il quartiere dove sei nato?
Stavo in zona Cinecittà, e dipende: se vai poco più su è un quartiere ottimo, se vai poco più giù c'è la stazione della metro Alagnina, la sera puoi trovarci di tutto.

Tu stavi poco più giù o poco più su?
Io stavo in mezzo (ride, NdR)

Tu sei andato a vivere da solo molto presto, verso i 17 anni. Perché?
Sempre per via della situazione a casa che ti dicevo prima. Sono sopraggiunti problemi di tipo economico, sai i buffi, le banche... Sono cose di cui preferisco non parlare ma si è creata una certa situazione che ha portato la famiglia a sfasciarsi ed ognuno è andato a vivere per conto suo. Io all'inizio non sapevo nemmeno dove stare, sono stato un po' da amici, un po' in altri posti.

Che lavori hai fatto?
Un po' di tutto: il cameriere, l'assistente sociale, le ripetizioni, qualsiasi cosa mi capitasse sottomano la facevo.

E adesso che lavoro fai?
Il musicista.

È tantissimo che fai rap ma il tuo primo mixtape è uscito solo tre anni anni fa, perché?
Ne ho fatti parecchi, almeno tre o quattro, ma poi li ho cancellati. Penso che ci sia molto lavoro da fare prima di esporsi al pubblico. Nel momento che decidi di esporti con la tua musica devi essere arrivato ad un punto maturo dove sai già chi è la musica e la musica sa già chi sei sei tu. Tutto quello che viene prima, il rapporto tra voi due, deve rimanere privato.

Quanto ci hai messo a scrivere “Soul of a Supertramp”?
Circa un anno e mezzo. Anche se è da tempo che lavoro all'idea del concept. È un disco che parla del lato interiore delle cose: parla di una persona che per cercare la verità è disposta a fare un viaggio, questo viaggio lo porterà ad abbandonare la città che, metaforicamente parlando, rappresenta tutto l'insieme dei saperi, le conoscenze, i dogmi, ecc.

Temi di questo tipo – i dogmi, le conoscenze, le verità – diventano difficili da capire se si considera la tua storia personale. Immagino che pochi dei ragazzi che ti ascoltano hanno avuto un percorso simile al tuo.
Certamente, molto spesso mi ritrovo a parlare con persone che fraintendono completamente quello che dico. Anzi, la cosa che più apprezzo è quando qualcuno prende quei significati e li stravolge. Mi capita di leggere diverse interpretazioni delle cose che ho scritto – magari tra i commenti sotto ai video o via Facebook - e, a volte, sono addirittura più belle dell'idea che avevo io. La musica è anche questo, è uno scambio.

Tu però hai sempre ribadito che la musica deve avere un messaggio chiaro: in alcune interviste tagli il rap in due categorie, quello che dice qualcosa e quello che non dice niente. Immagino concorderai con il fatto che è una divisione un tantino rigida.
In realtà è cambiato il mio modo di vedere la cosa. Se prima la consideravo una critica da fare, ora non posso più permettermi di essere così rigido. Il concept di “Soul of a Supertramp” racconta appunto questo: è il viaggio di uno che si distacca da tutto quello che aveva creduto come fondamentale e granitico. C'è molto più dubbio ora.

Ci sono più paure.
Sì, sicuramente. Mettere in dubbio qualsiasi cosa può spaventare ma è il primo passo per scoprirne la vera essenza.

Parliamo di odio. “Out of mind”, la terza traccia di “Soul of a Supertramp”, è abbastanza significativa in tal senso. Oltretutto assomiglia vagamente ad una canzone che mi è sempre piaciuta di Gué Pequeno, “Dichiarazione”, sul suo primo disco solista; anche se immagino non ti farà piacere il paragone.
Oddio, il paragone non mi disturba. Ho imparato il valore del rispetto. Ognuno fa la sua battaglia, fa il suo percorso e non c'è motivo per cui dovrei non rispettare qualcuno. Sicuramente i suoi messaggi, o il suo tipo di approccio alla musica, sono diversi dai miei, ma che io rispetti chiunque nella scena è indubbio.

Che è un po' paracula come risposta.
Non direi. “Out of my mind” fa parte della prima parte del disco – meglio dire: della costruzione del disco – e rappresenta il protagonista, prima del viaggio, come una persona piena di odio, e lo senti ad ogni inizio strofa: odio, odio, odio. Se dovessi seguire un discorso del genere ti direi che odio Gué ed il rap di un certo tipo, ma poi il percorso dell'album ti porta a mettere in discussione certi atteggiamenti, certi giudizi a priori e inizi a considerare meglio il percorso di ognuno. È una forma d'amore anche quella. È un po' lo stesso discorso su “Touchè”, non se hai presente.

Certo che ho presente.
È un pezzo ironico dove faccio l'esempio di Fibra, e faccio l'esempio di Fibra perché ognuno ha fatto un percorso che lo ha portato a fare certe scelte ed a diventare una certa persona e, di conseguenza, a scrivere certi testi. È il percorso che mi interessa, non tanto giudicare le singole scelte. In più c'è da dire che bisogna sempre ascoltare tutto: in ogni disco puoi trovare tantissime cose, ogni rapper può avere quella cosa che non sopporti e molte altre che invece rispetti davvero.

“Musica Cicatrene mixtape”, il tuo primo disco, si chiudeva citando quella scena di “Quinto potere” dove il giornalista esorta i telespettatori ad incazzarsi. Quello spezzone l'hanno usato in molti, nella Zanzara di Giuseppe Cruciani su Radio 24, ad esempio, era praticamente diventato lo slogan degli indignati più qualunquisti. Cercare di infiammare la rabbia delle persone - e nelle tue canzoni lo fai spesso - ti mette automaticamente su un campo di gioco complicato. Che ne pensi?
Troppo complicato, decisamente. Avendoti spiegato un minimo la mia storia personale, per me è stato automatico. Nel senso: arrivano i debiti, i pignoramenti, la tua famiglia va in crisi. È normale che uno vada, poi, ad informarsi su banche, finanza, stock e flussi, e così via. Quello che ne deriva è una critica sociale nemmeno così scontata. Ormai c'è il problema che appena dici qualsiasi cosa di quel genere sarà subito associata al populismo o alle generalizzazioni...

...era il succo della mia domanda.
Lo so, ma io sono convinto di questo: se non lo facessi quante persone vorrebbero informarsi? Come potrei spingerle a mettersi anche solo in discussione? Non dico aizzare le masse, ma un minimo di dubbio devi istallarlo nelle persone.



Perché citare il nuotatore Benoît Lecomte?
È il primo che ha attraversato l'oceano a nuoto. Metaforicamente è un'immagine molto forte: aveva perso il padre e per lui attraversare l'oceano era una conquista, sia personale che sociale. È una cosa che nasce dalla sofferenza e diventa poi un'impresa epica. Molti, in senso lato, potrebbero essere Benoît Lecomte.

Ti consideri uno che adesso può fare il musicista di mestiere perché ha lavorato tanto o perché aveva il talento per riuscirci?
Io penso che tutto parta dal lavoro. Se vuoi realizzare qualcosa, qualsiasi cosa, e decidi di metterci davvero anima e cuore, alla fine ci riesci. È normale che accada. Sicuramente c'è anche un minimo di talento, dai. Non farmi fare il modesto (ride, NdA).

A chi ti rivolgi in “Armonia e caos”?
Allora, il discorso è complicato. La puoi intendere come io che mi rivolgo alla musica o come i due elementi che dialogano tra di loro: il caos che parla all'armonia, l'armonia che risponde al caos. La partenza è il dualismo, è una persona divisa in due.

E pensare che credevo ti fossi innamorato di qualcuno.
(ride, NdA) Bella domanda, credo di sì. Sicuramente della musica.

Che è un po' facile come risposta.
Ma che domande... Credo di sì, dai, diciamo così (ride, NdA).

C'è qualcosa che ti rimette sempre in sesto in qualsiasi situazione?
Un beat fatto bene. Ti può esser capitata qualsiasi cosa, sia personale che in ambito lavorativo, ma se torni a casa e hai un beat che mena come deve non c'è più nessun problema. È quello il senso di “Musica Cicatrene”: quel giorno, mentre scrivevo quella canzone, pensavo che sarei potuto essere anche all'inferno e mi sarebbe bastato un beat fatto bene ed un foglio e ne sarei uscito.

In alcune interviste dedicate a “Musica Cicatrene” avevo letto che accreditavano Squarta come il direttore artistico del disco. Che lavoro deve fare un direttore artistico in un album rap?
In realtà devono averlo riportato per sbaglio, quel disco l'ho fatto tutto da solo. Squarta ha contribuito molto di più su “Soul of a Supertramp”. Il lavoro del direttore artistico consiste nel darti determinati consigli, del tipo: l'ordine delle tracce, farti capire che alcune canzoni magari sono simili e forse è meglio eliminarne una o posticiparla al disco successivo, cose di questo tipo. Poi io ho un carattere particolare, ci vuole qualcuno che sappia assecondarlo e gestirlo.

Hai un brutto carattere?
Tendo ad essere leggermente egoista. Che poi metta sempre le altre persone al primo posto è un altro discorso, ma di fondo c'è sempre questa convinzione - spudorata, senza dignità - che quel che dico io sia la verità.

Hai registrato pezzi molto diversi in questi due album, nel primo ci sono alcuni brani che sono dei veri treni in corsa – prendi la title track, ad esempio – mentre in “Soul of a Supertramp” la voce è molto più calma e morbida. Come si arriva ad avere più registri vocali?
In realtà è un insieme di più cose: c'entra l'esperienza fatta durante le registrazioni, l'attitudine e lo studio dove registri. Per esempio, una canzone come “Musica Cicatrene” l'ho registrata in camera mia e poi mixata in studio, hai un approccio al microfono completamente diverso. Quella tirava come un treno perché era stata scritta e registrata in camera, io non dovevo fare altro che urlarla.

In realtà uno si immagina che in studio puoi urlare quanto vuoi mentre in casa ti preoccupi dei vicini.
Ma a me non fregava un cazzo dei vicini (ride, NdA). Scherzi a parte, camera tua è un ambiente completamente diverso, è come se fossi dentro te stesso. È una condizione mentale particolare che ti porta ad un'esplosione incontrollata. In studio c'è un tipo di professionalità e di qualità differente, senti anche più pressione addosso. E poi con gli anni e, soprattutto, facendo molti live, impari anche ad impostare la voce in un certo modo. La senti che la mia voce al telefono non è impostata come la ascolti su disco, no? C'è un lavoro dietro che ti porta ad avere più sfumature, che è poi sono quelle che notavi tu sulla differenza tra i due album.

Quanto ci metti a scrivere un pezzo?
Troppo, veramente troppo. Poi dipende, magari c'è quello che ti viene in una settimana mentre un altro richiede mesi.

Sei uno che legge molti libri?
Ultimamente meno, ma di solito sì. Adesso mi sto concentrando su un libro che tratta il tema dell' “alieno come coscienza”. Si chiama “Il palpito dell'uno”, di Angelo Bona. Mi sta piacendo parecchio.

Che cosa ascolti ultimamente?
Di americani Kendrick Lamar e Schoolboy Q, di italiani ultimamente sto sentendo poco. Quello che continua ad attirarmi, qualsiasi cosa faccia, è Salmo. Ha sempre un tipo di attitudine molto sua e particolare. Devo ancora ascoltare quello nuovo di Mecna ma lo farò presto.

Qual è disco di rap italiano più importante uscito negli ultimi cinque anni? Quello che lascerà davvero un segno.
Ultimi cinque? “The Island Chainsaw Massacre” di Salmo, direi lui.

Per te ha ancora senso parlare di hip hop hardcore nel 2015?
Guarda, io vengo da un tipo di insegnamento e da un tipo cultura molto purista. Man mano che accumuli esperienza vieni a scoprire, in realtà, che molti di quelli che avresti catalogato diversamente sono i più hardcore. Sono quelli che fanno le cose come vogliono senza farsi troppi problemi su come suona o su come potrebbero essere poi etichettati. Vogliono semplicemente fare musica e la fanno davvero. Invece da altre persone ti capita di sentire questioni di cui, alla fine, non capisci l'utilità. Discorsi del tipo: questo no perché, quest'altro no perché, quest'altro no perché. Hai capito?

Ho capito.
Si ritorna sempre al viaggio del protagonista di “Soul of a Supertramp”. Ho ridefinito molti dei concetti che prima credevo granitici e fissi. Ormai per me l'hardcore rappresenta l'attitudine di fare quello che mi sento dentro, qualunque cosa sia. Anche la canzonetta più stupida possibile, se ho voglia che sia tale, può essere hardcore. È l'approccio che conta. Ho cercato anche di spiegarlo in una barra: “fare l'hardcore non è essere snob, non è essere un flop 
è sentire il sangue che scorre vero ogni cazzo di giorno che c'ho”.

Tag: roma rap italiano

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