Mudimbi - Spontaneo e onesto, come il bambino della foto Intervista

tutte le foto sono di Cosimo Nesca - Mudimbi Micheltutte le foto sono di Cosimo Nesca - Mudimbi Michel
19/04/2017 di

Mudimbi è in giro da tanto: negli anni ha collezionato esperienze e ha preso la rincorsa in vista del disco d'esordio. Molti di voi avranno visto la campagna virale con cui si è presentato in tantissime città d'Italia: il suo viso tondo di bambino è comparso sui muri di mezza Italia. Questo disco, "Michel", è finalmente qui. È passato in redazione per una chiacchierata ed ecco quanto ci siamo detti.

Partiamo da Michel: da dove nasce questo bisogno di onestà che ti ha fatto scegliere di mettere in copertina la tua faccia da bambino e nome e cognome a firma del progetto?
Nasce dal fatto che la roba che c'è in giro di colleghi e amici, fatta di immaginari articolati, mi risultava un po' pesante. All'inizio ho cercato di inventare questo trip megagalattico. Poi, però, mi sono reso anche conto che io non sono così: il mio modo di scrivere è senza fronzoli e mi rendo conto che funziona e che è così che mi viene naturale fare. Al momento in cui mi sono trovato a scegliere un'idea per l'album, ho fatto un tot di passi indietro e mi son detto: "facciamo la cosa più onesta possibile". Dal momento che il mio nome d'arte è il mio cognome e che la foto in copertina è quella che mia madre tiene sul comodino - mi piaceva mettere una cosa importante per lei in una cosa importante per me, l'album - è stato naturale chiamare così l'album.

Mi puoi raccontare la storia della foto?
Considera che è l'unica foto che mia madre ha di me sul suo comodino ed è l'unica foto di me che io ho sempre visto. Molte delle mie foto, essendo i miei divorziati, le teneva mio padre e non sono mai riuscito a riprenderle fino a poco tempo fa. Quella ha quindi un significato speciale per mia madre. La cosa che mi è piaciuta è che una foto che prima era solo sul comodino, all'improvviso se l'è trovata tutta Italia in giro.

A proposito: io ho visto la tua faccia in giro a lungo prima dell'annuncio del disco, tanto a Milano quanto a Bologna. Com'è nata l'idea e chi è che ha attaccato tutti questi adesivi in giro per l'Italia?
Hanno fatto tutto i fan. Durante i live regalavo adesivi con il mio viso a chi veniva a sentirmi suonare. L'idea, una volta decisa la cover, è stata quella di dare gli adesivi ancor prima che venisse annunciata l'uscita del disco e vedere cosa sarebbe accaduto. Sapevo che la foto di un bambino senza nome né altro avrebbe suscitato interesse. Prima che la cosa prendesse davvero piede, ricevevo foto di amici che mi dicevano: "ho visto la tua faccia a Bologna". Tuttora mi arrivano! Anche Noyz Narcos ha postato la foto e ci ha taggato su Lil Wayne.

Parlando proprio del disco: com'è nata la collaborazione con Maicol&Mirco?
Maicol&Mirco l'ho conosciuto al bar tre o quattro anni fa quando ero davvero agli esordi. Lui mi disse che avrebbe voluto darmi una mano tramite un fotografo del suo team, e ho cominciato, in effetti, a collaborare con tutti anche se pensavo di non essere ancora pronto. Ma a Maicol prudevano le mani e infatti abbiamo tirato giù molte idee. Una volta arrivati al concept del disco, quello che doveva essere soltanto un gioca&colora è diventato un qualcosa in più e ho deciso ufficialmente di coinvolgerlo. Lui è orgogliosissimo, tant'è che ha già finito di disegnare la scenografia per il live in stile scarabocchi.

Come siete arrivati dal gioca&colora al booklet definitivo?
Parlando con un amico che è anche il mio attuale grafico e fotografo, Daniele Troiano. Lui è uno di quelli che se gli porti un'idea fa di tutto per smontartela e cercare di capire quanto sei convinto. Mi ha detto: "Bello il gioca&colora, però che noia colorare 12 disegni" e in effetti gli ho dato ragione. Mentre ci pensavo, ho ritrovato sulla mensola un libro che mi avevano regalato, Wreck This Journal. In quel libro, per ogni pagina hai una cosa da fare: strapparla, cucirla, lanciarla dalla finestra. Ho deciso così di inventarmi 12 giochini ad hoc per queste dodici canzoni.

Per molti versi, vedo questo tuo disco come un vero e proprio biglietto da visita: ha nome e cognome, ha il tuo viso in copertina che volendo riprende Nas e Lil Wayne, spazia molto come sound...
Guarda, non l'ho pensato sinceramente come biglietto da visita. Non è che ci sono dodici tracce tutte diverse per far vedere quanto sono bravo a fare tutto, sono dodici tracce che mi piacciono. Nel prossimo potrebbe esserci il liscio.

Parliamo delle tue influenze: quando ascoltai "Supercalifrigida" all'epoca, rimasi colpito da questo flow molto ipnotico che richiama la Giamaica, per esempio.
Dalla Giamaica c'è un bel po': come tutti ho iniziato dal rap, e sono finito nelle dancehall perché c'era il microfono aperto e quindi magari cantavo i miei testi. Mi hanno chiesto allora degli special, delle canzoni fatte per essere giocate nei clash. Ne ho fatte un paio, giravano, i vari sound mi chiedono ancora vari specials e continuo a gravitare attorno a questo universo. "Supercalifrigida", per esempio, la scrissi su "Wipe Out Riddim" per un Sound System: mi trovai nella condizione di dover scrivere qualcosa che ipnotizzasse l'orecchio e iniziai a incastrare le sillabe. Considera poi che da lì sono finito alla grime, alla dubstep, alla techno e alla tekno. Questa cosa d'ipnotizzare mi è rimasta.

Se uno trova un genere che gli si confà, per esempio la dancehall, si sposa quello e va avanti su quello. Come sei finito tu a gravitare attorno a tante situazioni?
Ballando. I generi su cui scrivo sono quelli su cui mi piace ballare; fondamentalmente, a tutte le serate a cui andavo e in cui mi trovavo ubriaco nel dancefloor, iniziavo a fare freestyle da solo e pensavo: "ma perché nessuno ci scrive, lo farò io". Soffro molto la noia ed è quindi naturale cercare qualcosa di nuovo.

Come hai selezionato i produttori per "Michel"?
In realtà non li ho selezionati, ho coinvolto tutti i produttori che ho conosciuto. Abbiamo selezionato le tracce, al massimo. Aquadrop l'ho conosciuto in fila al Rocket anni fa e da lì rimanemmo in parola; Ceri e Riva me li presentò Oliver Dawson, ragazzo con cui collaboro, in studio; gli Ackeejuice Rockers li conobbi a una serata, prima ancora di iniziare e suonare parlammo di possibili collaborazioni e abbiamo colto la palla al balzo; Jeeba & Zaghi sono membri della band che segue Nina Zilli e me li ha presentati Stefano Luciano: feci ascoltare loro "Risatatà", registrato all'epoca su un beat di Macro Marco, si presero benissimo e tirammo fuori anche "Chi"; Ale Bavo mi fu presentato da Stefano, mentre Filo Q lo conoscevo già. Li ho conosciuti tutti on the road, faccio fatica a produrre più di una traccia con la stessa persona.

Perché?
Perché ho voglia di cambiare, ho paura che a fare due cose con la stessa persona queste suonino uguale. L'ho sofferta molto con The Clerk: quando sono andato a casa sua, lui mi ha lasciato il suo mac dicendomi di scegliere qualsiasi cosa mi piacesse. Ho iniziato a scrivere ispiratissimo, ma mi sono reso conto che scrivevo sempre più o meno le stesse cose. Le cose che The Clerk mi aveva dato da ascoltare avevano un certo tiro e io riuscivo a scrivere solo di certe cose; per questo nell'album spazio così tanto.

Tu hai citato "Chi": un brano che dura 9 minuti e che nella seconda parte diventa dub, quasi onirico. Com'è nato il brano e come siete giunti a quella seconda parte?
"Chi" ho iniziato a scriverla quattro o cinque anni fa, l'ho ripresa in vista dell'album. Abbiamo messo in piedi la produzione ed è venuto tutto molto fico. Ora, non ricordo a chi è venuta in mente l'idea di tenere un po' di strumentale, fatto sta che m'hanno sorpreso: hanno proposto d'inserire tutta la strumentale, giocando con i delay. Mi è piaciuta molto, ma m'aspettavo durasse molto meno e che fosse per questo incollata alla traccia, loro se l'aspettavano come una traccia a parte, un bonus; alla fine è uscito questo traccione di 9 minuti e mi hanno detto: "be' dai lo mettiamo in coda, non in mezzo". Io l'ho voluta mettere dov'è e non l'ho mai skippata.

Il tuo modo di scrivere è spesso caustico, anche quando devi parlare di qualcosa di più canonicamente "tenero" come l'amore. Da dove nasce questo tuo modo di scrivere?
Il mio modo di scrivere è il mio modo di parlare; le cose che faccio sono le stesse cose che faccio e dico da ubriaco il sabato sera. Il classico cazzeggiare lo metto su carta, nei video e nelle idee. È la cosa più naturale per me e non saprei dirti come. Piuttosto mi chiedo: gli altri come scrivono? Ogni tanto scrivono certe menate e usano certi paroloni, non so se sono così nella vita o se l'arte è la valvola di sfogo. Io sono uguale in tutto e per tutto: onesto. Sono io così.

Rispetto alla libertà di parola, tu come ti poni? Mi spiego: tu comunque dici cose a volte anche molto pesanti e ci sta perché comunque il rap è anche narrazione, ironia ecc. Ti è mai venuto in mente però che qualcuno avrebbe potuto prendere seriamente questa cosa e di conseguenza limitarti?
No, mai. Mi è successo che mi abbiano chiesto un featuring e che io abbia scritto una roba megaporno, ero felicissimo e loro mi hanno chiesto di smussare per provare a portarla in radio. Volevano mettere le mani nel testo, per fortuna è morta lì e comunque non l'avrei comunque voluta far uscire, viste le difficoltà. Anni dopo, mi hanno ricontattato e ho fatto finto di nulla. Con "Supercalifrigida" mi lapidarono le femministe e ci parlai in privato, senza mettere manifesti; gli spiegai chi sono io, la mia storia e gli spiegai cos'è l'ironia secondo me. Finimmo questa chiacchierata con loro che mi chiesero scusa perché comunque non si erano informate su chi sono, su dov'è che finisce il personaggio. Io penso che la gente che non ci arriva è gente che non ci vuole arrivare e non sta a me portarceli.

Il tuo live e i tuoi fan nella situazione live come sono?
Il live è un carnevale e io sono molto fisico: dinamico, tengo molto il palco e mi muovo molto. Sento il bisogno, nei confronti di chi mi guarda, di spremermi fino all'ultima goccia. Una volta mi è capitato di rivedermi in un video e mi sono dato la carica: pensa che ficata! Voglio vedere la gente che ride, che urla, che mi dà qualcosa e che mi spinge a dare a mia volta. Uno dei palchi più difficili che ho avuto è stato quello del Locomotiv a Bologna, in apertura a Dargen: sembrava di stare a teatro. Poi nei giorni successivi mi hanno scritto, ma lì in quel momento l'unica alternativa è fissarsi su qualcuno che si sta prendendo bene e ti dà la carica. A me prende bene guardare la gente che si prende.

 

Perché hai smesso di bere?
Non è che ho smesso, è che prima era una cosa molto più abitudinaria. Bevevo per noia o perché finiva il week-end o perché mi trovavo fuori in giro. Non che abbia problemi di salute dovuti all'alcol, però la testa ha iniziato a ragionarci su. Poi risparmio un sacco di soldi. Ora mi ubriaco solo per occasioni speciali e magari torno a casa sanguinante, quando ne vale la pena.

L'impressione che mi sono fatto durante questa chiacchierata è che tu abbia sedimentato negli anni le idee, le collaborazioni, i testi per poi scoppiare tutto insieme. Dove pensi che arriverà questo salto?
Lo scoprirò quando atterro. Non ne ho la più pallida idea, non so cosa aspettarmi, non mi sono fissato obiettivi per il disco. Esso stesso è così trasversale che non so cosa pensare. Poteva già andare peggio: i miei fan potevano essere scontenti. So che devo lavorare, devo spingere, fare le mie scelte e tenere una direzione che già so.

Tag: intervista

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