Michele Mininni

La cerimonia infinita del tuffo in mare Intervista

Michele MinniniMichele Minnini
06/11/2014

Un pezzo, "Endless Ceremony", che gira attorno al concetto e al movimento dell'unico tuffo in mare dell'anno. Saltare, scendere nel profondo e risalire tra uno stormo di sax. Michele Mininni è uno dei nuovi e più promettenti producer italiani: ecco la nostra intervista.

 

Proviamo a definire insieme la musica che produci. A me sembra un autoscontro tra dub, trance e un grande amore per il kraut. Tu cosa mi rispondi?
Hai colto nel segno, c'è la kraut come dici ma anche la trance, che invece è un po' più nascosta. Non mi riferisco tanto al genere in sé, alla trance olandese per intenderci, ma alla sensibilità che è dentro quel tipo di musica, l'intenzione di ricreare un senso di stratificazione e di catarsi all'interno di un pezzo, mantenere un livello di tensione alto. È questo quello che mi interessa. Sono uno abbastanza facile alla noia, e non devo cadere nella noia ascoltando i miei pezzi.

Hai ascoltato "Superimpositions", il nuovo di Lorenzo Senni?
Sì, e mi è piaciuto tanto. Si sente che c'è un lavoro certosino fatto in studio sul suono, aldilà della scrittura in sé. Magari non rispecchia appieno il mio modus operandi.

Perché, qual è il tuo approccio?
Io prediligo la scrittura di un pezzo, anche per qualche limite tecnico. Non sono un producer smaliziato sul suono. Vengo da una formazione di musica "scritta": post-rock, post-punk, new wave, etc. Fermo restando che poi uno dei dischi che più mi ha influenzato negli ultimi anni è l'ultimo di James Holden, che è al limite della scrittura. È straordinario il progetto che quel disco ha alle spalle, questa corsa primitiva al suono, quest'approccio viscerale mescolato con l'elettronica più mentale. Però quando l'ho visto live al roBOt, il mese scorso, la sensazione è che i pezzi più emozionanti siano comunque quelli più scritti: "Seven Stars" che sembrava "We Suck Young Blood" dei Radiohead, e anche "The Caterpillar's Intervention", che si portava dietro questi echi di no wave, ipnotica e bellissima.

"Endless Ceremony" è effettivamente una sintesi di quello che dici. Un pezzo che segue un certo tipo di progressione e ha una sua struttura precisa che convive con questa forte componente emozionale.
"Endless Ceremony" è nata come un tuffo in mare, l'unico all'anno che faccio, tra l'altro. Era quella l'idea che volevo rendere, una parte iniziale che ascende, la parte centrale come un'immersione in profondità e la conseguente risalita in superficie nella parte finale. Per dare più colore ho usato dei synth e un sax alla James Chance, mi piaceva l'idea che suonasse sporca, senza tanti ghirigori.

Ci sono sempre storie come questa dietro i pezzi?
Sì, l'esigenza mi arriva sempre da un approccio visivo, al bar, camminando in giro, ritrovo sempre qualcosa che mi cattura l'attenzione. "Tupolev Love" ad esempio mi è venuta in mente mentre andavo a buttare la spazzatura. C'era un lampione, sul marciapiede di fronte casa mia, che aveva questa luce che stava per fulminarsi e quindi funzionava a intermittenza. Sarò stato fermo a guardarla cinque minuti, poi sono salito in camera e ho cercato di riprodurla, c'è la chitarra all'inizio del pezzo che mi restituisce esattamente quell'idea.

Con quali mezzi produci?
Poco e niente, Ableton Live e qualche Vst, la mia tastierina MIDI, mi metto lì e mi faccio gli acidi nel cervello, niente di eccezionale.

Tutto da un appartamento a Glasgow...
Ma la storia di Glasgow non esiste, è nata da un equivoco (ride, nda). Semplicemente stavamo preparando la press coi ragazzi di Optimo e gli dissi che vivevo a Lecce, ma che non sapevo quanto la gente potesse essere realmente interessata a questa mia provenienza. C'è stato questo misunderstanding, loro hanno capito che la gente qui non era interessata alla mia roba, e che per farmi apprezzare avevo avuto il bisogno di scappare fuori. Ma io a Glasgow non ci sono mai stato. Vivo a Piazza Sant'Oronzo, più Lecce di così.

Credo sia una cosa molto affascinante riuscire a capire quanto il territorio, gli spazi che uno vive, influenzino il processo e l'idea stessa di una composizione.
Non credo sia il mio caso. Nelle mie produzioni il territorio o gli spazi intorno, come dici tu, non entrano. Non ho molta sintonia col posto in cui vivo, alla fine sono poche le persone che fanno robe come le mie, con le quali posso condividere un certo tipo di sensibilità. Mi sento isolato per certi versi, così finisce che mi chiudo nella mia stanza e il territorio me lo costruisco in testa.

Prima di iniziare a produrre hai fatto il dj per tanti anni. Ti ha formato come esperienza?
Parecchio, e continuo a farlo con piacere. Ti mette di fronte alla necessità di ascoltare tanta musica e alla possibilità così di formare il tuo gusto. Dopo aver fatto il dj per diverso tempo, ero curioso di vedere rispetto a quello cosa poteva venire fuori da qualcosa che facessi interamente io. Il progetto è nato per curiosità, ecco.

Sei riuscito da subito a farti pubblicare da due label straniere, Optimo e Curle Recordings, la prima con una storia molto importante anche. Com'è successo?
È stato lo scorso anno, ho iniziato a mandare mail in giro alle label allegando i due demo, e ricevere le risposte, leggerle al telefono mentre stavo lavorando, è stato veramente un momento bellissimo. L'ho vissuto come un ritorno al mondo, una cosa commovente quasi. Per la prima release ho avuto anche l'opportunità di scegliere tra diverse proposte, Optimo ha un approccio molto empatico, sono una label stimata che si muove bene, e poi JD Twitch (boss dell'etichetta, nda) è veramente simpatico. Con Curle è stata più o meno la stessa cosa, mi è piaciuta l'attenzione che hanno riservato al pezzo, il fatto di voler stampare il vinile in un certo modo, fare remixare la traccia dai Rocketnumbernine...

I progetti per il futuro?
Vorrei prepare un live con degli altri musicisti, un batterista, un bassista, uno ai synth, vediamo se si riesce. Per quanto riguarda delle nuove produzioni ho già delle robe in testa, è che devo più che altro vedere in quale direzione andare. Sempre per quel discorso che mi annoio facilmente.

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