Giuradei - Milano, 01-02-2008 Intervista

28/02/2008 di

(Ettore Giuradei - Foto da internet)

Un nuovo album pronto e un lungo tour in tutta Italia partito in questi giorni. Un buon momento per una chiacchierata con Ettore Giuradei e suo fratello Marco. L'intervista di Marco Villa.



Una breve presentazione…
Ettore: Abbiamo iniziato fondamentalmente tre anni fa, anche se è da un po’ che scrivo canzoni. Ho iniziato a fare qualche uscita prima con un chitarrista e poi con mio fratello Marco, che all’inizio suonava solo la batteria e il pianoforte. Poi si sono uniti altri due musicisti e si è deciso di chiamare Malacompagine questa formazione di strumentisti, con cui abbiamo prodotto il primo disco, “Panciastorie”, uscito due anni fa. Ora i Malacompagine non ci sono più e insieme a Marco abbiamo costruito un gruppo per la produzione del disco nuovo, che uscirà tra poco, a Marzo. È una coproduzione tra Mizar e Novunque. Siamo molto soddisfatti di come è venuto.

Riferimenti: Jannacci, Conte, De Gregori, Capossela. Possono andare bene?
E: Di sicuro tutti questi. L’unico particolare che cerco di far venire fuori per distinguermi da tutti quei cantautori è una ricerca di energia, provare a essere meno intellettuale, meno cantautore rispetto a come è sempre stato inteso il cantautore e far venire fuori di più l’anima “rockettara”, tra virgolette. Qualcosa che, pur non facendo rock, esprima un’energia diversa, più attiva, cattivella: poi dal concerto non viene certo fuori il cattivo, ma almeno provo a trasmettere l’ansia di dire “cazzo, ci sono! …vita…energia!”. Se tu prendi alcune canzoni di “Panciastorie” e togli le elettriche o la batteria, forse risultano troppo romantiche o sdolcinate, mentre se a un certo punto entra il distorto o una batteria molto presente, si usa l’aspetto strumentale per dare risalto al versante più angoscioso della canzone e del perché è nata la canzone.

Cito il libretto del primo disco: “Panciastorie è il tentativo di creare una canzone d’autore che non si appoggi solo malinconicamente sulle parole ma che trovi nell’arrangiamento lo sfogo della sua motivazione più viscerale”.
E: Per assurdo però il disco nuovo è molto più cantautorale nel senso classico del termine: chitarra acustica, contrabbasso, piano e non c’è assolutamente la chitarra distorta. Però in un paio di canzoni la batteria è molto importante: ad esempio, in “Prendimi in un mazzo di fiorellini”, quando si alza di tonalità facciamo entrare la batteria in modo davvero violento. Fino a quel momento abbiamo usato solo chitarra e voce, raccontando questa storiella su un valzerino: a un certo punto però ci sono dieci secondi di violenza pura prima di tornare al valzerino. Abbiamo preso una strada decisamente più acustica, ma senza perdere l’aspetto viscerale delle canzoni. Per quanto riguarda i testi, sono sempre improntati sulle mie esperienze personali, quindi fondamentalmente amore - spesso malinconico - piacere e qualche incazzatura. In più, a differenza del primo disco, ho usato un testo non mio, prendendo una parte di una poesia di Pasolini che ho musicato per uno spettacolo teatrale.

Nei testi si trovano una poetica e un immaginario ben delineati. Tuttavia se si fa cantautorato non ci si può esimere dal confrontarsi con la possibilità di fare canzoni politiche…
E: Abbiamo visto insieme il concerto di Daniele Sepe e alla fine del concerto ha fatto parlare per venti minuti un fisarmonicista molto attivo a livello di canti popolari e canti di lotta. Secondo me, però, è molto più politico quando suona rispetto a quando fa parlare una persona del genere. Credo molto in una lotta politica mentre scrivo una canzone e mentre la canto, però non penso che sia nel messaggio meramente politico che ti do, ma nella sensazione che ti lascio. Se tu vieni via da un mio concerto triste o contento e hai voglia di ascoltare il mio disco, beh, forse è molto più politico questo che dirti di votare di qua o di là, viva la guerra e abbasso la pace. O forse è il contrario.

Parlare di scene musicali è sempre un discorso sterile, che non arriva a nulla: tuttavia per l’indie si fa, per il cantautorato invece no. Però, come diceva Dente in una chiacchierata di qualche mese fa, trent’anni fa questa scena esisteva ed era forte tanto a Milano, quanto a Roma. Per te è plausibile ricreare una volontà di incontro oppure lo spirito del tempo è “ognuno per i cazzi suoi”?
E: Io ti posso parlare della nostra esperienza. Ad esempio, conosciamo molto bene e apprezziamo Giuliano Dottori e cerchiamo di organizzarci le date vicenda. Ma anche con i Mariposa c’è una consapevolezza del fatto che stiamo facendo cose interessanti: a livello puramente pratico non si fa molto, ma c’è una condivisione di idee che magari alla fine si concretizza in una chiacchierata ogni tanto. È una stupidata, però c’è un’idea di condividere minimamente quella che può essere la futura scena cantautorale. Sicuramente ho trovato più appoggio in una realtà come Cisco Bellotti, che ci ha visti un anno fa a Milano alla Scighera e ogni tanto ci fa suonare di spalla . Il fatto che uno che ha già un nome “si abbassi”, tra virgolette, a farsi promotore di una nuova voce cantautorale è senza dubbio un atteggiamento solidale, che effettivamente nella scena indie non è così facile trovare. Mi sembra poi che stia venendo fuori un bisogno anche da parte del pubblico di ascoltare qualcosa di nuovo a livello cantautorale. Il cantautore affermato più giovane che c’è in Italia è Capossela, che comunque ha quarant’anni: non c’è un cantautore sotto i trenta che abbia un tiro popolare. Anche gli stessi Gazzè e Silvestri hanno ormai quarant’anni e da quindici suonano ad un certo livello.

Chi indicheresti come possibili “cantautori di domani”?
E: Secondo me ci sono alcuni nomi interessanti, però effettivamente, a livello di gusto personale, se devo consigliarti un cantautore oggi ti consiglio Ettore Giuradei (risate, NdA). Siamo convinti di portare avanti una cosa che ci piace molto ed effettivamente fai fatica a trovare un concerto che ti prenda veramente. Ho visto Larry Yes, un tipo americano che è venuto a suonare a Brescia: una bomba, bravissimo. Però se mi vieni a chiedere un concerto di un cantautore che mi sia piaciuto tantissimo, cazzo, alla fine preferisco pubblicizzare quello che facciamo noi. Mi piacciono molto le mie canzoni, magari negli altri apprezzo la qualità, il loro modo di fare canzoni, ma non mi sento di dire “cazzo, sono più bravi di me”. Ma è esclusivamente un gusto personale. Giuliano Dottori mi piace molto live, Veronica Marchi ha fatto un concerto bellissimo in una rassegna che organizziamo a Provaglio (BS), i Mariposa sono ad un livello incredibile e hanno già un po’ di storia alle spalle. Però giovani giovani…

Sempre intorno a Brescia si muove Jet Set Roger. Il suo è un esperimento molto evidente di tentativo di fondere canzone d’autore e pop: sei interessato a percorsi di questo tipo?
E: A me lui piace, soprattutto il live, perché ha un’anima molto rock. È una ricerca che mi interessa e io sono convinto che alcune mie canzoni siano abbastanza pop. Il sano del pop, l’essere popolare, è molto interessante perché alla fine ti dà la possibilità di parlare a tutti. Il fatto che la tua canzone sia molto immediata, magari a differenza di molti prodotti di emergenti del mercato indie, è un punto a tuo favore e nel nostro caso ci sono canzoni piuttosto pop e sono soddisfatto di questa cosa. Mi piace.

M: Le canzoni sono belle quando sono semplici. Nel mondo indie oggi è difficile trovare una canzone che sia bella fatta chitarra e voce; per me le canzoni di Ettore sono belle da semplici, già da quando me le fa sentire per la prima volta. Per me le sue canzoni sono molto pop: non dobbiamo dimenticarci che quando si fa una canzone, la si fa per la gente, perché racconti cose che vivi in comune con le altre persone. “Il poeta presuntuoso”, che sarebbe potuto essere il singolo del primo album, se ne avessimo fatto uno, è una canzone d’impatto che riesce molto bene anche solo fatta con una chitarra.

All’opposto della ricerca della canzone pop, c’è una linea che guarda alle strutture della canzone popolare.
E: Non bisognerebbe guardare solo alla canzone popolare. È la canzone italiana in sé ad essere molto interessante: Battisti, Lucio Dalla… personaggi che hanno scritto canzoni bellissime. Il nostro nuovo chitarrista è appassionato di Celentano: alcune sue canzoni per me sono orribili, ma altre richiamano una tradizione italiana che non è quella popolare a livello strumentale, ma è più quello che arriva da Modugno... ed è sia pop sia tradizione italiana, che non trovi fuori dall’Italia.

M: Per dire, “L’albero di trenta piani” di Celentano racconta una storia e racconta vita sociale. È di questo che parlano le sue canzoni: sono racconti di vita sociale. Ed è questo che bisogna fare, senza essere troppo complicati. Nell’indie, oggi più che mai, c’è questo rischio di andare oltre con i testi e con la musica. Anche la musica deve essere semplice: ormai è inutile andare a cercare accordi e giri armonici complicati, perché sono incomprensibili ed insensati. Tanto vale recuperare giri armonici già sentiti, perché tutto ormai è sentito. È il testo che fa la differenza, è il testo che deve raccontare qualcosa di vissuto che interessi alla gente. Il riscontro bello, che facciamo soprattutto in duo, è che la gente riesce a stare attenta al testo: sono racconti sinceri di cose che hai vissuto…e piacciono perché chi ascolta si sente partecipe di quello che racconti.

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