Perturbazione - Milano, 09-03-2007 Intervista

23/04/2007 di

(I Perturbazione - Foto da internet)

“Pianissimo, Fortissimo” è uscito il 16 aprile. È il primo disco major dei Perturbazione, ma soprattutto è un disco denso, emotivo, carico. Un mese prima della pubblicazione dell’album Tommaso e Gigi, cantate e chitarrista, si sono incontrati con il nostro Marco Villa nella centralissima sede milanese della EMI. Poche domande, tante risposte.



Negli ultimi due anni avete fatto un doppio salto mortale, da Santeria a Mescal a Capitol – EMI. Come avete vissuto questi cambiamenti radicali?
Gigi: Un po’ spaesati, nel senso che il fatto di passare a Mescal era stato un passaggio travagliato ma meditato e ponderato (e infatti con quelli di Santeria siamo rimasti in ottimi rapporti), mentre il rapporto con Mescal si è interrotto non per nostra volontà. Semplicemente Mescal ha venduto il catalogo a EMI, che ha preso noi e Cristina Donà. Sostanzialmente avevamo due possibilità: rimanere in Mescal con i due dischi che ancora dovevamo fare con loro, oppure passare a EMI. In quel momento in Mescal c’era un’atmosfera incerta, anche se non di smembramento perché Mescal sopravvive viva e vegeta, noi non sapevamo bene cosa fare e avevamo un disco da realizzare. Ci siamo detti di andare e vedere cosa sarebbe successo e ancora oggi siamo convinti di aver fatto bene.

Peraltro la scelta di offrire “Un anno in più” in download gratuito (per il solo giorno di San Valentino) è un’iniziativa più da etichetta indipendente che da major. Avete avuto ostacoli per questa decisione?
Tommaso: È stata una nostra idea, ma c’è stata assoluta collaborazione.

G: Anche perché loro stanno tentando nuove strade di sperimentazioni. Stanno cercando nuove strade di promozione e quindi non hanno battuto ciglio di fronte alla nostra richiesta. Ci siamo incontrati nel momento giusto per farlo.

Passiamo a “Pianissimo, Fortissimo”. Com’è nato? Mi sembra che in certi passaggi abbia sonorità nuove, qualche accenno sudamericano, una fisarmonica.
T: Sì, c’è il pezzo latin (ridono, NdI).

G: Siamo reduci da un’intervista in cui abbiamo esordito dicendo che abbiamo voluto fare questo disco in maniera eterogenea, per tentare di differenziare i singoli pezzi e tornare di più all’origine, a “In circolo” piuttosto che a “Canzoni allo specchio”. Ci hanno risposto che il disco sembra abbastanza coeso… e noi ovviamente abbiamo dato ragione a loro. Quindi in realtà sono contento di sentirti dire questa cosa.

T: È un disco più eterogeneo. L’unica cosa che speravamo, non avendo nessuna forma di controllo sul processo compositivo (nel senso che ci piacerebbe, ma poi alla fine è lui che controlla noi), era di riuscire a fare un disco più piccolino, con meno pezzi, ma che avesse un suo percorso e che fosse più vario come suoni e possibilmente anche come temi. In realtà ci sono molte canzoni d’amore anche in questo, perché è il minimo comune denominatore che riesce a mettere d’accordo tutti quando ci sono delle spinte troppo estreme su alcune cose, però il fatto di avere tanti suoni e di arrangiarli in modo da renderli diversi tra live e disco era la cosa che ci interessava.

A proposito di arrangiamenti, qualche dettaglio sulla produzione?
G: A livello di produzione il problema era trovare una persona che fosse il più possibile dentro al disco e Maurice Andiloro è stata una persona fondamentale, anche se parla come Don Lurio.

T: Ha un gusto molto pop e beatlesiano, quindi con Gigi e Cristiano si trovavano molto bene sugli arrangiamenti.

G: Cristiano è stato quello che ha tenuto di più le fila del disco, anche perché io dopo un po’ sono scoppiato nel vero senso della parola, perché sarebbe nata mia figlia di lì a poco. Questa è stata anche un po’ la botta di culo del disco, nel senso che mi sono levato dai coglioni io ed è venuto fuori un disco bello.

Arrivando ai singoli pezzi, in effetti si avverte questa volontà di chiudersi, ancora più evidente rispetto ai dischi precedenti. Nei testi, ad esempio, si può parlare di quella che un regista tedesco chiama “drammaturgia delle cose secondarie”, ovvero di piccole cose che vengono raccontate senza creare un “prima” un “dopo” che potrebbe smorzare la forza dei singoli istanti.
T: Riuscire a rappresentare dei conflitti o dei fenomeni sociali attraverso un’emotività personale è un’aspirazione che senz’altro abbiamo. Poi da lì a riuscire a farlo, il passo è grande.

G: C’è stato il tentativo di fare testi che parlassero anche di cose diverse, anche più aperti al sociale, perdonami il parolone. Però in realtà, a giudizio di tutti quanti, nessuno è riuscito a tirare fuori un testo che ci accomunasse tutti.

T: L’unico che ha una dimensione diversa da una sfera solo emotiva e casalinga è forse “Controfigurine”.

Qual è l’ostacolo su cui vi bloccate?
T: La difficoltà sta nel trovare delle storie: Guccini è grande perché ti racconta una storia personale. Ad esempio con “Piccola storia ignobile” ti racconta tutto il mondo dell’aborto, ma lo fa attraverso una vicenda personale e forse è questo l’approccio che ancora ci manca. Non riusciamo a scrivere cose di quel tipo, forse c’è ancora una tendenza a scriverne in modo troppo epico e quando sentiamo quel registro ci blocchiamo e non rischiamo, perché ci spaventa un po’.

Un altro elemento già presente in passato, ma che qui portate ai massimi livelli, è un discorso sul tempo: “Ho tanti ricordi, ma non so ricordarli”, un passaggio di “Brautigan”, rimanda a “Ho mille secoli alle spalle, ma non un’ora per voltarmi” di “Animalia” (dal disco precedente) e complessivamente ad un discorso trasversale sulla difficoltà di rendere il tempo un tempo soggettivo.
T: Il sentirsi fuori dal proprio tempo penso sia una cosa che non è solo dei Perturbazione, ma un tratto distintivo di quest’epoca. E in quel senso quei passaggi diventano sociali.

G: Leggevo che mettendo insieme tutta la mole di informazioni passata sui server nel 2006 si è arrivati a milioni di esabyte. Effettivamente non c’è mai stata una tale possibilità dell’epoca di riflettere su se stessa: solitamente si tentava di riflettere sull’epoca precedente, invece oggi viene museificato l’istante in qualsiasi momento.

Nasce da qui lo spaesamento che emerge dai vostri testi?
T: Questa è un’epoca contraddistinta da una bulimia culturale, nel senso che scarichiamo, leggiamo o ci impossessiamo di informazioni all’inverosimile. Poche però riescono a rimanere, a solidificarsi e calcificarsi dentro. Il gioco è sopravvivere a questo prima di tutto con noi stessi, come Perturbazione, perché è una cosa che non osserviamo come dei ricercatori che guardano una società dall’esterno, ma ne siamo una parte. Quindi prima di tutto cerchiamo di capire noi stessi come cambia la percezione delle cose stesse che scriviamo.

G: È un casino. Proprio in questi giorni mi sarebbe piaciuto fare un canzone sul fatto che siamo una generazione (e per generazione intendo non solo i matusa come me ma anche quelli un po’ più giovani) che non avrebbe mai voluto morire. C’è una specie di massa di marketing che si muove insieme alla nostra generazione: una volta c’erano le cremerie, poi sono scomparse e sono arrivate le birrerie e i locali dove entrano sempre meno ragazzi giovani. Questa roba continuerà e infatti gli anni ottanta ce li portiamo dietro: oggi se uno guarda una classifica sembra una classifica degli anni ottanta ed è colpa della nostra generazione che non vuole morire. Invece dovrebbe morire e accettare che il tempo passa.

Tornando a “Brautigan”, nei miei appunti l’ho segnata con tre punti esclamativi. Potete parlare un po’ di questa canzone, magari a partire dal titolo?
G: Il testo è una mega-riflessione di Rossano, che ha letto “102 racconti Zen” di Richard Brautigan ed evidentemente è stato ispirato dal modo in cui lui scrive questi piccoli flash: riflettendo sulla sua giornata ha tirato fuori queste immagini di piccole ansie e paure dietro lo svolgersi del giorno.

T: Questo conferma che nel disco entra una costellazione di cose: scriviamo sia Gigi che Rossano che io e poi cerchiamo di mettere insieme tutto.

Al di là degli spunti, mi sembra che in generale manchino delle narrazioni vere e proprie nei vostri pezzi. La stessa “Agosto” più che una storia è una giustapposizione di immagini, senza uno sviluppo.
T: Sì, nel disco nuovo forse l’unico pezzo che vuole essere un po’ narrativo è “Battiti per minuto”, ma alla fine non lo è.

G: E così anche “On/off".

T: Anche la narrazione è una cosa difficile. De Andrè era un altro che scriveva benissimo delle storie.

G: Ci sarebbe sempre piaciuto scrivere una storia e metterla in musica, ma non ci è mai riuscito. Qualche tentativo è esistito, ma è stato cestinato. Io sono rimasto scioccato da De Andrè, che legge da un ritaglio di un giornale di una storia, lo tiene lì e poi scrive “La canzone di Marinella”. Quella capacità noi non ce l’abbiamo. Però bisogna anche dire che i tempi sono cambiati, perché bisogna avere anche un livello di autorialità conclamato per potersi permettere di raccontare una storia. E più il tempo passa più diventa difficile.

Abbassando il discorso, Sanremo?
G: Noi lo diciamo da sempre che ci piacerebbe andarci. Questa volta ci siamo andati molto ma molto vicini (con “Battiti per minuto”, NdR). Eravamo nei trenta e ne sono stati selezionati quindici. Ogni volta che passa poi si tira un sospiro di sollievo per non esserci andati, però sarebbe stato bello misurarci con il Festival. È una cosa che ci piacerebbe fare: in fin dei conti facciamo musica italiana, scriviamo canzoni. Ormai purtroppo siamo fuori target, questo era l’ultimo anno per il limite di età delle nuove proposte. Abbiamo più o meno gli anni di Pippo Baudo.

Questo disco secondo me è la summa di quanto avete fatto finora, sia come suoni che come testi: ma adesso? È una domanda stronza da fare a disco non ancora uscito, ma a parte suonare in ogni posto, quali sono i vostri progetti, considerando anche il mondo nuovo della major?
G: Il primo punto è quello di scioglierci (ridono, NdI).

T: Di scioglierci nell’acido. Per noi il 2006 è stato un anno duro e il disco si è sistemato solo nell’ultimo mese: prima è stato un trituramento di coglioni reciproco. Se guardiamo all’anno, abbiamo fatto la sonorizzazione di un film muto per il Museo del Cinema di Torino; abbiamo ripreso il “Concerto per disegnatore e orchestra”, in cui loro suonano e io disegno e non canto; abbiamo realizzato un videoclip tutto nostro in animazione, disegnato da me; abbiamo partecipato ad una grossa cosa organizzata dai Subsonica per “Torino Capitale del Libro”, che si chiamava “Volumi all’idrogeno”; abbiamo fatto una nuova edizione di “Città viste dal basso” che è questo spettacolo sulle città rivisitate attraverso la canzone italiana, sempre fatto con ospiti; poi un tour estivo e un disco nuovo. Tutte queste sono cose nate negli ultimi tre o quattro anni, quindi l’idea di fare sempre cose nuove ce l’abbiamo nel DNA, non dobbiamo neanche imporcela. Io sto stracciando i maroni da secoli per fare un musical, che io chiamo l’indie-musical, e penso che prima o poi ci riusciremo. Cerchiamo sempre di uscire dalla logica disco-promozione-tour, per poi mettersi a scrivere un altro disco e pensare solo ai cazzi nostri senza uscire a guardare il mondo. L’importante è avere curiosità e trovare sempre nuove cose.

G: Oggi è come se la musica fosse una cosa secondaria rispetto alla vita del gruppo. So che sembra un’eresia, ma per noi è come se fosse una sorta di promozione per qualcos’altro che è la vera vita del gruppo. Visto che comunque ognuno di noi si occupa di cose diverse, perché non mettere in ballo tutto quello che sappiamo fare e vedere se riusciamo a far sì che il gruppo sia qualcosa in più della musica?

T: Ognuno deve provare cose nuove, sempre. Avere curiosità per tutto: teatro, cinema…sono tutte cose belle. Costano un sacco, ci vuole tanto tempo e tanto soldi per comprarle e fruirle, ma la curiosità c’è. Siamo più spaventati dall’idea di non sopportarci più e di mandarci a cagare.

Commenti (4)

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  • Sandro Giorello 24/04/2007 ore 09:47 @sandro

    Marco ma chejjefai a questi lettori. Posso mettere in giro quelle tue foto di te nudo che abbracci Paolo Conte?

  • Marco Villa 24/04/2007 ore 14:19 @quid

    attento, potrei rispondere con una tua insieme ai nomadi nel retropalco del primo maggio.
    ...ad ogni modo...sorpreso, ringrazio!:)

  • anto 25/04/2007 ore 11:43 @anto

    essendo fuori dal mondo non sapevo della storia dei perturbazione a sanremo.
    tuttavia al primo ascolto di battiti per minuto il primo pensiero è stato "questa kingsofconvenienzata all'italiana è troppo carina, avrebbero dovuto proporla a sanremo, avrebbe spaccato". davvero un peccato.


    (Messaggio editato da anto il 25/04/2007 11:44:37)

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