Africa Unite - Milano, 09-03-2010 Intervista

19/03/2010 di

Trent'anni di cariera e "Rootz", il quindicesimo album, a ribadire che un cerchio si è chiuso. Gli Africa Unite ritornano al suono degli esordi, anche se gli argomenti – purtoppo, dicono – sono sempre gli stessi: la critica alla società, ai media italiani, al sitema Mondo. Enrico Piazza ha incontrato Madasky a Milano, ci racconta questo nuovo disco, dei compagni di viaggio storici come Alborosie, e dei nuovi tutti da crescere come Mama Marjas o Jacopo Garzia (Mellow Mood), di dub poetry e di elettronica conscious.



La prima domanda è sempre la più difficile. Sinceramente non so come iniziare un'intervista agli Africa Unite: nel corso di 30 anni di storia e 15 album, sulla band è già stato detto tutto e il contrario di tutto. Per cui saltiamo le presentazioni e parti tu a ruota libera.
Il dato di fatto più importante è che si sia qui a parlare di una nuova prova, nuovi live e un grande tour non solo italiano in partenza. Ciò rivela che gli Africa Unite sono in grande forma e sempre assetati di dimostrare che la musica italiana può essere di qualità e farsi largo nel nostro panorama musicale e in quello internazionale, a testa alta. In un momento di prodottini preconfezionati, mi sembra molto importante.

"Rootz" rappresenta un po' un ritorno alle origini, tanto musicalmente quanto dal punto di vista dei contenuti. Come mai questa scelta?
Fa parte di un percorso che inevitabilmente, in tanti anni di militanza, ha periodi diversi e subisce l'ispirazione diretta dei fatti che ci circondano. Avevamo voglia di essere più rigorosi e ortodossi nel nostro sound, ma le tematiche trattate sono, purtroppo, simili a quelle degli ultimi dischi. Da "Mentre fuori piove" a "Controlli", non ci possiamo esimere dal fare grosse critiche alla gestione politico sociale attuale, alla pochezza mediatica, ad una chiesa sempre più medioevale e subdola, e specialmente, all'accettazione passiva del tutto da parte dell'individuo, sempre più inerte e spersonalizzato, calato nei reality piuttosto che nella realtà.

In effetti dall'omofobia internazionale alla politica nostrana, si intravede una visione lucida dei "mali dei nostri giorni". Come nasce questa presa di coscienza?
È frutto dell'osservazione della realtà, quella vera, della forza di criticarla, di cercare nell'uso della musica una forma di linguaggio che suggerisca spunti di conversazione, magari contrasti, ma non accettazione passiva. Il reggae giamaicano è omofobo, bene. Allora perché non farsi sentire a tal proposito? I giamaicani trovano in Italia una delle maggiori fonti di business per il grande numero di fan, che tra l'altro proprio band come Africa o Sud Sound System hanno creato, quindi ci sentiamo autorizzati a dire la nostra. E forse alcuni ''artisti'' del genere potranno essere danneggiati proprio sul vivo del loro portafogli, visto che tengono solo a quello. E magari ci penseranno due volte prima di vomitare le stronzate che cantano ultimamente. Questo detto in maniera veramente diretta.

Anche la scelta di esprimere questi contenuti attraverso un roots anni Settanta, impregnato di dub poetry, sembra voler in qualche modo ricostruire un suono di protesta, molto più vicino al reggae degli esordi che all'attuale scena dancehall.
Personalmente ho sempre amato la dub poetry, la mia vocalità è molto vicina a quella di Linton Kwesy Johnson, apprezzo il modo di dire le cose, mai in maniera scontata del poeta dub, quindi prendo apertamente e consciamente spunto.

Quello degli Africa Unite è un viaggio musicale che partendo da Pinerolo arriva fino in Giamaica, facendo tappa in Inghilterra e negli USA, arricchendo un suono tipicamente reggae con elementi di dub, elettronica e hip hop. In 30 anni avete sperimentato di tutto e subìto diverse contaminazioni e influenze. E ora sfornate un album completamente roots.
"Rootz" è probabilmente in assoluto il disco più reggae degli Africa Unite, ed è quello che ci siamo sentiti di fare in questo momento particolare. Fondamentalmente possiamo parlare di un cerchio che si chiude: l'amore per la musica jamaicana, che rappresenta il punto di partenza della nostra carriera, ci ha permesso di girare, farci conoscere e continuare a suonare per tutto questo tempo.

Ma infatti, come riuscite a sopportarvi ancora dopo tutti questi anni?
M: In realtà io e Bunna siamo così diversi che non ci sono mai stati motivi di scontro. La convivenza è naturale, anche perché dopo tanto tempo insieme ci si conosce talmente bene che si riescono a evitare diverbi e polemiche. Ma credo anzi non ci siano mai state grandi momenti di attrito; siamo talmente diversi che non riusciamo nemmeno a trovare elementi su cui litigare!

Tornando al suono di "Rootz", tipicamente "analogico". Eppure anche voi non avete mai disdegnato i suoni sintetici.
Posso dire senza abusare di falsa modestia di essere stato uno dei precursori della scena elettronica italiana. Ma in questo momento c'era l'esigenza di fare un album di questo tipo, con questo genere di sonorità. Che poi se ci pensi "Rootz" è pieno di elettronica, solamente è messa a servizio di un suono analogico.

Un'elettronica "conscious" possiamo dire.
M: Esatto, "elettronica conscious" mi piace come definizione!

E che mi dite del famoso "anti singolo"? Come nasce la definizione e la scelta di lanciare questo pezzo?
Semplicemente per le caratteristiche musicali "diverse" dal solito singolino radiofonico. "Cosa Resta" ha un testo profondo ed estremamente descrittivo del periodo che viviamo. Il clip, assemblato da un nostro fan, ne sottolinea la pregnanza. Ci è piaciuto e l'abbiamo pubblicato sui nostri spazi web, molti lo stanno cliccando e invito tutti a vederlo e a scaricarlo!

E per quanto riguarda gli ospiti sul cd? Ho notato vari nomi interessanti, dal "prezzemolino" Alborosie a Mama Marjas, tutti artisti che si sposano alla perfezione con le atmosfere che avete voluto creare nel nostro album.
Si ci piace lavorare con persone con cui siamo in sintonia dal punto di vista musicale e umano. Mama Marjas è un'artista potente, con un timbro di voce molto particolare, e poi abbiamo collaborato parecchio nel disco insieme a Jacopo dei Mellow Mood, un artista giovanissimo ma che promette davvero molto molto bene...

Lo state "crescendo"?
Diciamo che ci piace molto collaborare con lui, è sicuramente un valido talento e lo abbiamo coinvolto in più brani di "Rootz".

E Alborosie? Mi piace molto vedere il suo nome nel vostro album, perché rimanda automaticamente al connubio fra Africa Unite e Reggae National Tickets, i due nomi storici del reggae nostrano.
Tieni conto che io ho prodotto buona parte dei dischi dei RNT, siamo sempre stati in buoni rapporti e Albo rispetta e stima gli Africa Unite, per cui la collaborazione è naturale.

Appunto, il discorso è che ormai può essere considerato un artista jamaicano, nel senso che si è assistito a una sorta di "rinascita" dopo il trasferimento sull'isola, ed è bello vedervi insieme, perché comunque non bisogna mai dimenticare il vostro background comune.
Parliamo sempre del cerchio che si chiude: noi abbiamo in qualche modo cresciuto i Reggae National Tickets, sicuramente hanno imparato da noi. Ora il grande artista è Alborosie, è lui quello che ha qualcosa da insegnare, e a maggior ragione ci piace lavorare con lui perché lo abbiamo visto crescere senza che si sia mai perso il rispetto reciproco.

Cosa vi aspettate da questi disco?
Molto: un tour importante e, almeno in questa prima settimana, devo dire che c'è stata anche una buona vendita nei negozi (incredibile!). Quindi siamo pronti e carichi: partiti da Trieste la scorsa settimana, con una buona prima in teatro, la seconda data alla Fucina Controvento a Marghera è già stata sold out con più di 1100 persone. Ottimo inizio direi…

A proposito di concerti e vendite: in questo periodo storico in cui il free download regna e le vendite dei dischi precipitano, quello del live diventa un aspetto fondamentale e, detto brutalmente, anche la principale fonte di guadagno di un artista. Come vive questa situazione un gruppo come gli Africa Unite, che storicamente ha sempre puntato molto sull'impatto dal vivo?
Credo che la crisi del mercato discografico si sia fatta sentire maggiormente per chi vendeva un numero elevato di copie. Certo abbiamo subito un calo nelle vendite, ma passare da 30.000 album venduti a 15.000 non è stato poi così traumatico, o almeno non lo è stato nella stessa misura di chi è passato da 100.000 dischi a 30.000 o anche meno. Noi abbiamo sempre puntato molto sui live, e continuiamo a farlo. Il nostro seguito lo abbiamo sempre e le date continuano ad arrivare. Certo non sappiamo se dopo quest'ultimo lavoro faremo ancora album, almeno su supporto fisico, ma in fondo non ci importa che la gente il disco lo compri, lo rubi o lo scarichi da internet. L'importante è che le persone sentano la nostra musica, indipendentemente dal supporto, e vengano poi ad ascoltarla nel momento in cui la proponiamo dal vivo. Probabilmente avrà più senso, in futuro, stampare delle copie per lo zoccolo duro di fan, gli appassionati della nostra musica. Già per "Rootz" stamperemo un doppio vinile contenente, oltre ai brandi dell'album, le versioni dub.

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