Franziska - Milano, 11-12-2008 Intervista

30/12/2008 di

Ciccio Bolognesi, percussionista dei Franziska, raccontando del loro ultimo album "Action", ci parla del reggae, dell'Europa e della musica italiana, di De Andrè, di Pop e di Indie. Ma soprattutto di azioni che parlano più delle parole.

L'intervista di Francesco 'Radio' Cremonese.



Perché avete cambiato il nome da Franziska a FRNZSK?
È successo nel 2006. Dopo tre anni che non usciva niente di nuovo, quando ci siamo messi a comporre canzoni nuove, ci siamo accorti che c'era uno stacco grosso da quello che facevamo prima, quindi dal rocksteady che ha fatto nascere questa band. Per cui, mantenendo lo stesso nome, volevamo esprimere con il titolo la radicalizzazione del suono. E per dare un impatto molto forte, una delle soluzione che abbiamo trovato era questa. Abbiamo deciso di rendere il nome un po' più duro, più crudo, di tornare come suono al roots, alle origini del reggae, e da lì siamo partiti con questo nuovo nome.

Il nuovo album cos'ha di nuovo rispetto ai precedenti?
È il proseguimento naturale del disco precedente, che ci ha aperto tantissime strade, prima di tutto l'Europa, i concerti in giro. Con questo album abbiamo consolidato il nostro suono. Se adesso senti una nostra canzone, e ti piace il reggae, sai che siamo noi. Poi uno degli scopi che ci eravamo prefissi con questo disco era quello di trattare delle tematiche sociali importanti, che sono riscontrabili da noi nel nostro quotidiano di tutti i giorni a Milano, ma che possono appartenere anche a un macro mondo più ampio, per cui sono problemi che ci sono a Milano come a Londra, come in Africa, come in Jamaica. Cercando di attualizzare le cose che viviamo tutti i giorni, abbiamo cercato di dare un respiro più ampio anche ai testi. Anche il fatto di cantare solo in inglese e in patwa, è perché vogliamo coinvolgere un pubblico il più ampio possibile. In Italia l'inglese effettivamente si stenta un po' a capirlo nelle canzoni… però ci è successo di confrontarci con pubblici internazionali (in Germania, Francia, Olanda, Belgio, Austria…), e l'inglese loro lo capiscono benissimo! Quando tu canti dal palco loro capiscono cosa stai dicendo! Ed è una cosa molto importante. Abbiamo delle cose da dire, dei messaggi da dare, e l'inglese ci sembra il mezzo più efficace per arrivare a più gente possibile.

Action, titolo del disco, e "Action speaks louder than words", uno dei brani migliori. Che cosa intendete?
In realtà il ritornello di questa canzone è un pezzo degli anni 70 dei Chocolate Milk. Era un pezzo funky uscito negli Stati Uniti in un periodo in cui i neri lottavano per avere maggiori diritti. E ci sembrava molto forte come concetto, e abbiamo cercato anche noi di dargli un significato. Creando questo disco abbiamo creato un'azione che è più forte delle parole. Perché bisogna agire, non parlare e basta. Oggi ce n'è bisogno.

Quali pensi siano le azioni da fare, adesso, a Milano? Perché?
Mi sembra che uno dei temi importanti da affrontare sia quello dell'ambiente. Milano avrebbe bisogno di spazi verdi, e invece mi rendo conto che gli spazi verdi vengono cancellati in funzione di costruzioni di minimo quindici piani che vanno a peggiorare ancora di più una situazione che è già difficile. Poi ci sono problemi di integrazione a Milano, perché è vero che la cultura nera sta entrando un po' nel tessuto sociale, ma è una cultura che resta ai margini della nostra società, e si sta ghettizzando. Ma si può allargare il discorso, i problemi di integrazione ci sono da noi ma ci sono anche in tanti altri posti, i problemi di rispetto dell'ambiente o dei diritti del lavoro, sono temi scottanti qui da noi, ma anche fuori dal nostro cortiletto. Ci interessa partire da Milano, però l'importante è rendersi conto di tutta la realtà che ci sta intorno.

E con la musica si può fare qualcosa?
La musica ti da il modo di comunicare, e se hai delle cose da dire che possono far pensare le persone… con la musica puoi far ragionare, puoi informare, cosa che con i mezzi tradizionali è sempre più difficile… La musica ha un sacco di funzioni sociali.

Come si trovano i Franziska a suonare in Italia? E all'estero?
In italia, i Franziska si sono costruiti uno zoccolo duro, soprattutto da quando c'è stata la svolta reggae… Ci troviamo bene in Italia. Ma all'estero c'è un'attenzione e un rispetto molto diversi per la musica, in nazioni come Germania, Olanda, Francia… In Italia se dici che fai il musicista poi ti chiedono «Ah, ma di lavoro che cosa fai invece?». E invece ci sono nazioni in cui la musica è molto più istituzionalizzata, il musicista è coperto da pensione, da tutta una serie di riconoscimenti sociali che sarebbe bello ci fossero anche da noi. Purtroppo non è così. Poi noi abbiamo scelto un genere musicale che in Italia è molto settoriale, per cui non puoi pretendere di fare i numeri del pop. Anche se ai live in Italia c'è sempre più gente. Quindi bene. "Ahimè", il mondo estero ci ha accolto a braccia aperte… Due anni fa ci siamo trovati a suonare a festival reggae in Germania e Olanda, davanti a un pubblico che non sapeva chi fossimo, e suonavamo a mezzogiorno, l'una. In Olanda c'erano 7000 persone davanti al palco che partecipavano al concerto, in Germania 5000. C'è un'attenzione proprio diversa. Io penso ai festival in Italia, e lo spirito è quello di andare a fare una settimana di vacanza… Che ci sta eh! Però la musica è solo una delle parti di questa vacanza. Al Rototom Sunsplash vado da tanti anni, e sotto il palco non c'è nessuno prima delle 22:30, parliamoci chiaro! Invece ci siam trovati a suonare a orari pazzeschi, e c'erano le persone che erano lì per ascoltare la musica. Secondo me è integrata nel tessuto sociale in un altro modo, in certi posti. E poi il fatto che ci capiscono meglio all'estero che in Italia, per l'inglese… Per cui…

Cosa ne pensi della musica in Italia?
Secondo me la musica in Italia si divide in 2 macro aree. Una è il Pop, fatto di quegli artisti che ancora producono una ricchezza e che hanno un pubblico mainstream, veicolato dai media e dalle istituzioni. E poi c'è l'area in cui mi trovo e in cui sono sempre stato é quella del mondo dell'Indie, o Underground, non so come definirla. È la realtà delle persone appassionate di musica, che vanno ai concerti, che scrivono di musica. Devo dire che la situazione, da una decina d'anni a questa parte è cambiata tantissimo, guardandola al nostro livello. Se prima si suonava tutti i giorni della settimana, adesso si suona solo il venerdì e il sabato (e non solo noi, anche gli artisti più grossi), ci sono molti meno locali che fanno musica dal vivo, non c'è più un investimento nelle nuove realtà. Ci sono dei gruppi, magari strabravi, che non hanno la possibilità di farsi vedere, perché i promoter se non sei un prodotto sicuro non ti fanno suonare… La situazione della musica in Italia non è che sia messa bene… La situazione del mercato non è facile, a parte la masterizzazione e il download, che ha ulteriormente decimato la vendita dei dischi… poi è chiaro che se hai una major che investe 200.000 euro in promozione, venderai di più, rispetto a chi non ha neanche 5000 euro per farlo…

Che centra Fabrizio De Andrè con voi? O è solo un caso che vi chiamiate come una sua canzone?
Il nostro nome viene da una sua canzone… Quando si è formata la band, dovevamo partecipare a un concorso musicale e ci serviva un nome velocemente. Facevamo ska e ci piaceva avere ska nel nome, e il nostro chitarrista di allora, Il Barbaro, era un appassionato di De Andrè e fu proposto come tributo al nostro cantautore. E ce lo siamo tenuti.

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