Ronin - Milano, 15-02-2007 Intervista

19/03/2007 di

(I Ronin - Foto da internet)

Bruno Dorella ha alle spalle un’esperienza lunga, potrebbe tenere corsi all’università sul vivere nel mondo musicale indipendente. Suona negli Ovo, nei Bachi Da Pietra, nei Ronin e in molti altri gruppi. “Lemming” – il disco dei Ronin pubblicato a gennaio da Ghost Records - è solo l’ultimo dei suoi progetti e ci conferma che nonostante siano passati gli anni il Nostro non accusa il minimo cenno di crisi creativa, rimane un entusiasta della musica. Un’intervista troppo breve per raccontare un personaggio così.



Partiamo dal titolo, “Lemming”: milioni di animaletti che si suicidano in massa; perchè l’hai scelto?
E’ una figura che mi ha sempre affascinato. E’ un’immagine, per me, meravigliosa: racchiude la sconfitta, il concept fondamentale dei Ronin. Il Ronin è un guerriero del Giappone medievale, è fondamentalmente uno “sconfitto” della società. Nel comportamento dei lemming trovi il suicidio ma in maniera cieca, di massa, di gruppo, senza porsi domande. E poi c’è la grandiosità dell’immagine in sé: un’orda di animali che si getta contemporaneamente da un dirupo. Il Ronin e i lemming hanno molto in comune: il primo rappresenta una casta emarginata dalla società, i secondi sono un gruppo che ad un certo punto si autoesclude dal mondo, non per questioni etiche o legate a una scelta ma per una legge della natura.

Da dove deriva questa affezione alle immagini di morte?
Mi piacerebbe trovare una risposta migliore, ma è colpa dell’influsso del “metallo” sulla mia infanzia (fa il gesto delle corna, NdI). Io ho scoperto prima il “metallo”, poi l’hard-core e infine il punk. E in questi tre generi di musica l’immagine della morte è molto presente. Mi affascina, soprattutto esteticamente: quando si parla di fare la copertina di uno dei miei dischi tutti mi propongono soluzioni iper grafiche o di design, io propongo sempre teschi o scheletri.

E poi c’è il tema del viaggio: citi spesso il mare e tra i titoli ci sono nomi di paesi stranieri.
Il tema del viaggio è presente innanzitutto perchè è presente nella mia vita, tantissimo, e poi perchè è presente nell’immaginario dei Ronin. La nostra è una musica evocativa, “sentita attraverso immagini”, e non esiste immagine più evocativa se non quella del viaggio. Mi fa piacere se si sottolinea l’elemento del mare: è importantissimo in tutto il nostro percorso. Il mare è il viaggio. Poi ci sono in questo disco delle influenze che arrivano da altri paesi e che potremmo chiamare “etniche” ma non le vedo connesse al viaggio, è musica, quando si fa una colonna sonora si utilizza tutta la musica che si conosce per rappresentare bene una certa immagine che si ha in testa, si vuole ottenere un certo clima.

Parlami del vostro primo singolo, “Il galeone”.
E’ una poesia che Belgrado Pedrini (poeta anarchico 1913-1978, NdR) ha scritto nel 1967 quando era ingiustamente incarcerato. E’ stata musicata per la prima volta, a quanto pare, da Paola Nicolazzi. Mi piace perchè è un raro esempio di canto politico dal testo poetico, non sloganistico, o quasi, con un’immagine metaforica bella e forte. E’ come se stessimo nuovamente parlando dei lemming: i vogatori di questo galeone si rendono conto di essere schiavi e decidono di scagliarsi sugli scogli e morire piuttosto che vivere in schiavitù. C’è l’immagine del viaggio, del mare, della morte, e tutto quello di cui abbiamo già parlato.

In un disco con tante ballate strumentali che permettono a chi ascolta di spaziare con l’immaginazione hai inserito un brano così radicato nella realtà, con un testo decisamente politico e difficilmente equivocabile. Perchè inserire una canzone così?
Mi rendo conto che non sia facile capirlo, è un pensiero mio che ho in testa. Lo ripeto, io continuo a vedere la musica dei Ronin come una colonna sonora, e ad un certo punto la colonna sonora ha bisogno di quello, di una canzone con un testo. Era successo anche per il primo disco, dove ho voluto esplicitamente due murder ballad e me le sono fatte scrivere apposta da due cantanti, le stesse che poi le hanno eseguite nell’album. Anche su questo disco volevo una canzone e volevo proprio “il galeone”, mi girava in testa da anni, c’ero molto affezionato. Volevo che fosse cantata da una cantante straniera in italiano in modo che si ribaltasse il clichè secondo il quale qualunque non anglofono può cantare in inglese ed essere sicuro che venga bene, e mai il contrario.

E’ un disco politico questo?
Come tutti i miei dischi, in qualche modo. Non sono uno di quelli che dice che è impossibile scindere la politica dalla vita o dall’arte ma considero questi elementi molto importanti.

E come può emergere un messaggio politico da un disco quasi interamente strumentale?
Certo, hai ragione. In realtà la politica di un disco può venire fuori anche dall’estetica dei titoli: se sono meditati hanno valore anche se il pezzo è strumentale. Diciamo che la spezia politica è data da “Il galeone” e magari da altri piccoli dettagli come ad esempio la scelta di mettere brani di musica etiope.

Hai mai giocato al videogioco “lemmings”?
In realtà no.

Te lo spiego brevemente: devi gestire un centinaio di animaletti stupidi e condurli in un determinato percorso. Ecco, a volte succede che per superare il livello ti trovi obbligato a immobilizzare la maggior parte dei lemming e fare tutta la missione con un unico animaletto. Insomma, uno solo che fa il lavoro per tutti. Nella musica è anche così?
Non interpretarlo troppo in maniera politica: io penso che in ogni gruppo ci debba essere un leader. Un gruppo funziona meglio se c’è una persona che se ne occupa. I gruppi che hanno un’organizzazione “orizzontale” ci sono, li rispetto, alcuni sono anche molto fighi, ma sono pochi. Perchè è così: non trovi mai molte persone che vogliono sacrificare tutta la loro vita per la musica. Un leader ci vuole. Se la cosa è riconosciuta dal gruppo, e se questa persona è in grado di gestirla bene, si ha la possibilità di aver un gruppo veramente forte. A me, poi, piace tantissimo essere un gregario. Non bisogna sottovalutare la mediocrità e la subordinazione. Quando suonavo nei Wolfango, con Bugo o nei Bachi da Pietra, ero contentissimo di fare il gregario. Se ho davanti delle persone che sanno fare della grande musica, che gli viene tutto in modo istintivo, io sono solo contento di andargli dietro e fare “tuttun pa tuttun pa” (agita le braccia come se stesse suonando la batteria, NdI).

Cosa ti piace di più del fare musica?
Boh, farla. E sempre stato un bisogno, un’esigenza. Ho iniziato a comprare i dischi già da piccolo: andavo con mia madre al “Bazar di Pippo” in viale Tunisia, a Milano, e compravo dischi che c’entravano poco con la mia età, insomma, dischi “da grandi”. Poi, quando avevo 12 anni, mio cugino mi ha comprato una chitarra e ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni.

Quando i Ronin hanno suonato a Milano non eravamo in molti a sentirvi, ci hai congedati dicendo che eravamo il miglior pubblico milanese che si poteva avere. Ti piace così poco la tua città?
No, scherzavo, era una battuta sul fatto che non fossimo in tanti e che tra il pubblico ci fossero moltissimi amici. Milano non mi fa impazzire ma ci sono nato e mi trovo bene. Adesso, però, vivo a Berlino.

E perchè vivi Berlino?
Io e Stefania (Stefania Pedretti, la sua compagna e l’altra metà degli Ovo, NdR) ogni due anni ci muoviamo. Io me ne sono andato da Milano senza troppo rancore, ho forse più rancore per l’Italia: non in quanto Italia, che è anche una figata da un certo punto di vista, ma per come sono sprecate le sue potenzialità da noi italiani teste di cazzo. Milano è dura e difficile, ma in qualche modo continua a piacermi quando ci torno. Berlino può offrire stimoli ad ogni ora del giorno e costa meno di Milano. E poi è capitata l’occasione: abbiamo trovato un amico che ci poteva dare una stanza.

Hai già suonato all’estero con i Ronin?
Si è andata molto bene, non vedo l’ora di ritornarci e starci di più, sopratutto in Gemania, la gente ha risposto molto bene. Per i tedeschi rappresentiamo il classico gruppo italiano.

Commentami questa tua frase che ho letto un po’ ovunque: “sono un musicista suicida accompagnato da un gruppo di magnifici visionari”...
(Ride, NdI) Si è probabile che l’abbia detto, esce in quasi tutte le recensioni. Giuro che non mi ricordo di averla scritta. Mi sembra molto divertente il fatto che potrei averla scritta io, non è da me scrivere cose del genere. Anche se poi ha assolutamente senso: sono un musicista suicida perchè ho fatto della musica la mia scelta di vita. Ad un certo punto mi è capitata la possibilità di campare con la musica, ero un ragazzino e suonavo nei Wolfango. Quando questa esperienza è finita ho deciso che quella doveva continuare ad essere la mia vita. Ho voluto lottare e continuare. In più, se pensi al tipo di musica che faccio: il progetto più commerciale che ho sono i Ronin, non sto dando via nemmeno un pezzetto di culo per avere successo. Ho 34 anni, chiunque guadagna più di me a fine mese. Riguardo ai “fantastici visionari”... ho davvero la fortuna di essere seguito da un gruppo fantastico, io posso dirgli: vorrei che questo pezzo suonasse come un tramonto bianco in “Per un pugno di dollari” e loro alla prima nota capiscono esattamente cosa voglio.

Sei definito “il gigante buono dell’indipendenza italiana”, quali sono i lati negativi?
Come tutti i buoni, ci facciamo fregare molto facilmente. Io sono un entusiasta per quanto riguarda la musica: mi commuovo ancora se qualcuno mi chiama a suonare e mi dice che non mi può pagare ma vorrebbe lo stesso un mio concerto, magari a 1000 Km da dove abito. Moltissime volte ho accettato, ho fatto i 1000 km per poi scoprire che, forse, chi mi aveva chiamato non era così onesto e qualche soldo poteva anche darmelo. Il mio problema è che mi verrebbe da fidarmi di tutti e mi becco spesso delle delusioni. A volte, però, scopro anche persone fantastiche.

E questo che si impara con il tempo, a conoscere meglio le persone?
Non solo: adesso tante cose le capisco al volo e gestisco meglio l’emotività. Anche in un momento terribile riesco a suonare ugualmente, sono in grado di fare un concerto discreto dopo aver guidato 10 ore nella neve e riesco ad adeguarmi a qualsiasi situazione tecnica.

Come vedi i Ronin nel prossimo futuro?
Penso che i Ronin siano in continua evoluzione, musicheranno sempre un film diverso.

I Ronin sono la colonna sonora della tua vita?
Per certi aspetti lo sono: io sento molto la differenza tra i pezzi che ho composto quando vivevo in Liguria e quelli scritti a Milano. Però non vorrei che fossero esplicitamente la colonna sonora della mia vita. Vorrei che fossero la colonna sonora di una serie di storie e che qualcuno ci si potesse ritrovare, magari immaginandosi una sua trama. Un’evoluzione ci sarà sempre perchè non vediamo l’ora di trovare il prossimo film da musicare, vero o no.

Commenti (32)

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  • DeliriumDoll 24/03/2007 ore 15:38 @deliriumdoll

    Eh, potrebbe essere un'idea... :°°°°°D..... :P

  • DeliriumDoll 24/03/2007 ore 22:05 @deliriumdoll

    Tu non hai uno spirito critico, sei solo volgare.
    Dimostri il massimo della tua ignoranza nel continuare ad usare la parola terrone.
    E non ho neanche intenzione di risponderti ancora, sarebbe scendere troppo in basso.

  • DeliriumDoll 30/03/2007 ore 11:47 @deliriumdoll

    In modo poco consono, sono riuscita a procurarmi Stagnola dei Wolfango, Tornare nella Terra dei Bachi da Pietra e Lemming.
    Quasi inutile precisare che ho preferito l'ascolto dei Wolfango, venendo anch'io dal metallo.. :P
    Forse Lemming è quello piaciutomi meno, ma certo Dorella non mi sembra un cretino.. :|

  • DeliriumDoll 30/03/2007 ore 12:45 @deliriumdoll

    Non so se il Dorella venga a leggere qui. Dovesse passare: consiglio la lettura di "Antropologia della morte e del lutto" di Di Nola... libro illuminante per gli amanti del genere! ;)

  • DeliriumDoll 30/03/2007 ore 23:48 @deliriumdoll

    Potresti passare avanti tu e fare strada? La conosci sicuramente meglio! :)


    (Messaggio editato da DeliriumDoll il 30/03/2007 23:49:16)

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