Afterhours - Milano, 16-09-2008 Intervista

16/11/2008 di

Con la terza ed ultima parte – per chi si fosse perso le precedenti: ecco la prima e la seconda - si chiude la lunga chiacchierata settembrina con Manuel Agnelli. Stavolta si parla molto di più dell'ultimo disco e di alcune sfumature relative a dei pezzi che hanno colpito l'attenzione del sottoscritto più di altri, ma anche del rapporto contrastato con il pubblico...



Torniamo al disco iniziando da una curiosità su "Tarantella all'inazione": da una parte il testo richiama "Non è per sempre", con l'idea "capovolta" della gioventù...
Io non ci avevo mai pensato...

...ma anche, in alcuni passaggi, una rappresentazione dell'Italia, dove si spera sempre che ci sia qualcuno che si muova al posto nostro...
In realtà tutto il disco è sulla quotidianità, su una situazione familiare. Ma penso che si capisca... Poi é vero, c'é questa forma di "passività", ma quelli sono aspetti che emergono perché la situazione personale poi riflette quella ambientale vera e propria, quella che vivi. Se vivi in un altro posto forse sei più stimolato a fare altre cose perché hai intorno a te gente e situazioni territoriali anche che ti stimolano, no? Difatti quella è una situazione molto intima, di due persone che vivono una situazione di compromesso nel loro rapporto perché per loro è una cosa molto importante... ma allo stesso tempo congelano le cose perché non si rovinino.

Ma quando avete pensato ad arrangiare il pezzo a mo' di tarantella? Quest'aspetto mi incuriosisce anche...
E' un gioco di contrasti che spesso c'è nelle cose che facciamo. La tarantella che è una forma musicale così movimentata a dispetto della non azione, la passività, l'immobilità. Diciamo che - sembrerà strano, ma invece è così - con l'arrivo soprattutto di Enrico e adesso di Rodrigo, ma anche con le date all'estero, ci siamo resi conto che riuscire a infiltrare un po' di italianità non soltanto nell'atmosfera, nei testi e nella melodia, ma anche nella composizione, poteva essere molto divertente. Molto più per l'estero che per l'Italia, no?

Personalmente è la canzone che mi è piaciuta di più perché va oltre il vostro mondo, quasi che non te l'aspetti...
E' una via che stiamo provando... abbiamo cominciato a sondare delle cose, sicuramente con i musicisti che ci sono adesso è più facile farle in maniera efficace.

Mentre "La mia città" parla di Milano vero...?
Eh sì! Comunque io sono andato via da Milano da pochi mesi... sono andato a vivere in provincia. In realtà è un po' una resa questa scelta... ed è un peccato perché io critico tanto questa città perché per me è importante, altrimenti non la criticherei... chissenefrega! Per me Milano é la mia città, è chiaro: ci sono nato, ho vissuto qua, è molto importante parlarne ed è molto importante che qualcuno dica qualcosa in questo momento... soprattutto in un paese dove se dici qualcosa sei un "montato" e cose simili. Per me è importante che chi ha la possibilità di dire qualcosa abbia il coraggio e le palle di prendere una posizione netta e di dire come stanno le cose. Questa città è uno sfacelo totale: a livello sociale è incredibile; a livello urbanistico è invivibile. La qualità della vita è bassissima. Non ti parlo delle code al supermercato, delle code alle poste, delle code in banca, dell'impossibilità di trovare parcheggio, della quantità di multe che mi facevano (pagavo più multe che tasse), dei litigi con tutti continuamente, dell'atmosfera di oppressione e così via. Parlo della mancanza di una politica non solo culturale - tutti i teatri stanno chiudendo, locali per la musica non ce ne sono e rispetto alle altre capitali europee facciamo cagare per quello che è la rappresentanza della cultura contemporanea - ma anche per tutto ciò che concerne lo sviluppo alla base, dei ragazzi, dei giovani. Milano fa di tutto un grosso business: arrivano tutti qua per concretizzare, ma qua non s'inventa niente, non c'è nessun laboratorio, non c'è nessuna possibilità per far nascere le cose, no? E la creatività dei ragazzi è quella: fanno un progetto e il giorno dopo pensano subito a come venderlo, no? Pensano a come farlo fruttare il più possibile. Quando parli con i giovani delle band son tutti a chiederti dei consigli per la loro carriera. Non a livello di sonorità, in che studio registrare, con che fonico lavorare, ma come fare a firmare con la major, a vendere questo, a essere più efficaci con la gestione della loro attività professionale. Vent'anni fa non era così, lo scambio era diverso. Si parlava di musica, almeno all'inizio... Anche se noi gli anni 80 a posteriori li abbiamo criticati tantissimo... ma, cazzo, in confronto a questo erano il Rinascimento! Cioè i socialisti erano eccezionali rispetto ai politici di adesso: De Michelis era un grande acculturato, cultore della discoteca e della figa. E vaffanculo! Per lo meno era qualcosa! Per lo meno a Milano c'erano delle discoteche decenti. Che non è un granché, ma sempre meglio di quelle che abbiamo adesso. Comunque, al di là di questo discorso, i socialisti, con tutti i difetti che avevano, erano ancora dei politici e dal lato culturale sembravano molto molto attenti. Oggi invece, in tutto questo marasna nessuno protesta: nessuno dice un cazzo, non ho mai visto un corteo in strada che rivendichi, che cazzo ne so... la facilitazione per aprire delle attività di un certo tipo a indirizzo culturale piuttosto che sociale. Non ho mai visto nessuno protestare per l'oppressione che abbiamo da parte delle istituzioni - compresi i vigili urbani che sono dei veri bravi di Don Rodrigo a Milano. Insomma nessuno protesta realmente, se non al bar o sui forum, ma in piazza non lo fa nessuno! E questo è l'altro lato negativo della spersonalizzazione che internet ha creato: sto a casa mia dico lo Stato è una merda, siete tutti figli di puttana, io vi sparerei in testa, ma tanto non è reato, sei a casa tua, non fai male a nessuno e alla fine non rischi un cazzo. In realtà quello che manca è la gente che esce di casa, va in piazza a dire: oh, le cose stanno così, a noi non vanno bene. E naturalmente i politici, siccome non sentono più il malcontento da parte della base, fanno quello che dicono di voler fare. Però è colpa anche della base, colpa nostra e della gente.

Che forse é un concetto che avresti voluto dire da Santoro, in realtà, quando siete stati ospiti subito dopo il concerto del 1° Maggio di quest'anno a Roma...
Sai, io ho 42 anni e sono una persona che ha avuto una vita sufficientemente intensa da riuscire a crearsi un'opinione. Credo di avere il diritto, come ogni persona ma soprattutto come ogni adulto, ad averla un'opinione. E non sono venuto da te a telefonarti e dirti: Fausto devi assolutamente farmi dire queste cose così poi le scrivi sul sito, ma siete voi che avete telefonato. La gente mi chiede quello che penso e io credo di avere non solo il diritto ma anche il dovere di dirlo. Cioè ho un'opinione ben precisa, prendo una posizione ben precisa e se tu me lo chiedi te la dico. Se tu non me la chiedi, non vengo a bussare alla tua porta, stai tranquillo. Ma se tu me la chiedi, io lo dico... eccome se lo dico! E quindi per me è una grande occasione quella di essere, di sfruttare, la mia posizione - che poi la mia posizione... - il mio ruolo, per poter dire quello che penso. Con tutta la responsabilità che ne deriva perché non farò il politico, non sono un tecnico, non parlerò di cose che non conosco e cerco di non fare il cialtrone. Però se mi chiedi un'opinione da cittadino io parlo.

Però da Santoro hai parlato troppo poco....
Sono tempi televisivi. In realtà a loro servono degli ospiti che ti diano l'opinione da cittadino. Io sul decreto legge che voleva annullare il finanziamento da parte dello Stato ai quotidiani non avrei saputo aggiungere altro se non un'opinione da cittadino. Che per me era sbagliato e che i quotidiani, anche se lottizzati eccetera eccetera, per esistere hanno bisogno di quella cosa lì. Pluralismo, comunque, è pluralismo d'informazione. Il quotidiano ha una forma di analisi che altri mezzi non hanno: internet non ce l'ha, la televisione non ce l'ha, la radio non ce l'ha, per cui è bene che continui ad esistere. Questa è la mia opinione. Sono stato chiamato per questo, non per esprimere un opinione da tecnico sul decreto legge - anche perché sarei stato nella merda se me lo avessero chiesto. Poi in quel tipo di trasmissioni è normale che chiamino degli ospiti che non sono propriamente dei tecnici e che esprimono la loro opinione... e per me è un modo meraviglioso di confrontarmi con le cose. A parte che è divertentissimo, no? É un'occasione meravigliosa di dire la tua e per andare oltre i circuiti musicali che, scusami, sono sempre ristretti, molto mediocri. Quando vai su MTV o sulle radio commerciali è molto difficile che ti facciano parlare di queste cose. E comunque anche lì ti fanno dire una battuta e basta. Per cui per me andare da Santoro significa andare in una trasmissione di qualità e dire, perché me lo chiedono loro che cosa penso in maniera non molto approfondita ma comunque precisa.

Insomma, cercare di andare fuori dagli schemi, come successo col tour promozionale rispetto alla solita trafila...
In realtà noi vogliamo fare delle cose... ma non vogliamo farle soltanto perché così fa clamore, per fare i fighi. Abbiamo voglia di fare un percorso promozionale più divertente - se non più libero - del solito; continueremo a fare l'abc (video, radio, concerti, etc), ma il disco è uscito da 4 mesi... e di solito i nostri dischi hanno una vita molto lunga e avremo un sacco di tempo per fare i nostri 14 video.

Altra curiosità: come mai la scelta di cantare "Voglio una pelle splendida" in mezzo al pubblico nonostante gli scazzi avuti nella precedente tournée? (Nel 2006, durante il tour di "Ballads For Little Hyenas", la band ha avuto spesso problemi con il pubblico che preferiva cantare le canzoni in italiano anzichè in inglese. Uno di questi concerti - il 24 febbraio al Fillmore di Cortemaggiore (PC) - è stato addirittura interrotto a causa di un'azzuffata tra Manuel e un fan, NdR)
Per chiarire questa vicenda: non è tanto il pubblico che canta che può dare fastidio, bensì il non avere in mano la tensione del tuo concerto. Quando fai una cosa, sali sul palco organizzi una performance, la fai per esprimere prima di tutto delle tensioni - poi magari dei significati, dei contenuti, ma prima di tutto delle tensioni. Quando quest'aspetto ti sfugge di mano - e non sei più tu a dirigere la tensione, ma il pubblico - non si esprime la stessa tensione e certe cose possono diventare più violente di quello che vorresti tu. Quindi questo processo rende innocuo quello che stai facendo, annulla tutto il tuo discorso e questa cosa ti pesa, tanto che all'inizio noi non abbiamo saputo subito come reagire. C'è un rispetto molto profondo per il pubblico da questo punto di vista, ma rispetto profondo non vuol dire diventare dei pupazzi che fanno karaoke perché allora non ha più senso. Per cui lo sforzo in Italia per noi è stato cercare di riconquistare la tensione del concerto e anche rendersi conto di quella che è la realtà. Una gran parte del pubblico vuole cantare i pezzi e se li canta a squarciagola in modo molto caciarone allora tanto vale fraglieli cantare per cercare di dare uno spazio di dialogo con il pubblico. Visto che lo scontro con il pubblico ormai in Italia è un'utopia, se vuoi salire sul palco a provocare lo devi fare nella maniera giusta. Per me provocare adesso è qualcosa di diverso, vuol dire andare contro il decalogo dell'underground, vuol die andare a Sanremo. Provocare per me vuol dire uscire in mezzo al pubblico e farli cantare insieme a me alla chitarra acustica. Per me questo è adesso provocare. Continuare ad andare controcorrente e far finta di esser in questo paese l'outsider che volta le spalle al pubblico e cose simili è non dico un finto ideologico - non esageriamo - è da sfigati. Perché comunque non abbiamo più quel pubblico davanti, non siamo più quella cosa lì.

Mentre all'estero è molto diverso e siamo contenti di aver trovato quella dimensione lì perché ci fa rivivere certe sensazioni, ci fa sentire noi stessi in modo complementare. Paradossalmente da quando abbiamo imparato a dialogare con il pubblico in modo diverso siamo tornati ad avere in mano la tensione del concerto. E i concerti sono tornati ad essere emozionanti... non tutti allo stesso modo, ma facendone tantissimi è fisiologico che alcune siano routine. Com'è fisiologico che se io faccio sei concerti di fila al settimo avrò la voce roca e canterò un quarto d'ora in meno. É chiaro che alla gente queste cose le puoi spiegare ma non gliene frega un cazzo perché vogliono vedere te che spacchi il culo tutte le volte allo stesso modo sennò si lamentano. Anche l'idea che alla fine il pubblico non è lì per capirti, bensì è lì per vivere delle cose e tu sei lì per trasmettergliele. Basta. Non siamo in un gruppo di amici e non l'ho deciso io. Per cui alla fine abbiamo deciso di organizzare le nostre cose in modo da tutelare questo tipo di comunicazione, questo tipo di tensione. In modo da tutelare sia noi stessi ma anche di farlo anche in modo divertente, senza che diventi né un'ossessione né un lavoro.

Per cui è anche cambiato il punto di vista alla fine...
Sì, ed era anche normale farlo.

Un'ultima domanda: di artisti ne produrrai più? Non ci sono cose forse che ti intrippino...
Guarda alcune cose che mi intrippano avevano già una personalità così forte che secondo me non avevano bisogno di me, mentre altre cose che secondo me sarebbero state prodotte meglio da altri - e lo sono state - e altre cose che in realtà non mi hanno intrippato abbastanza. Fare il produttore per me è molto stimolante: impari un sacco di cose, qualcosa riesci anche a trasmettere ma è anche molto frustrante. Tanto per me quanto per l'artista che produci, no? Ci vogliono le spalle larghe a livelli di tempo, di ego e così via...

Spalle larghe come a dire che quelli di oggi quasi non accettano il produttore?
No, no, non è così. A livello artistico molti di quelli che vengono a chiederti di produrre un disco sembrano troppo gli Afterhours. Anche se sono bravi, a me questa gente non interessa…e probabilmente gli farei più male che bene sia a livello d'immagine, perché poi sarebbero i miei figliocci, sia a livello musicale, perché hanno bisogno di diventare sé stessi. Quindi qualcosa di diverso da noi: è questa la cosa principale. Non ho tanto tempo e non ho tanta voglia di mettermi a lavorare con un gruppo di ragazzini insicuri perché prima devi fare lo psicologo. Avrei voglia di lavorare con gente che apprezzo da tanto tempo, che è già grande, come ad esempio Cesare Basile, Amerigo Verardi e Marco Parente. Non sono una novità per nessuno ma per me stanno facendo cose stimolanti e con una personalità ormai piena. Quindi non devo fare lo psicologo e non devo avere paura di essere me stesso perché dall'altra parte c'è qualcuno che mi dice questo mi piace questo non mi piace con molta tranquillità. Insomma, c'è un rapporto alla pari. E poi sono molto interessato agli Afterhours. Mi interessava diventar musicista e dopo il 2002/2003 ho ricominciato a interessarmi a me sia come musicista che come organizzatore...

Commenti (9)

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  • Nicola Bonardi 18/11/2008 ore 17:03 @nicko

    al di là di tutti i punti di vista credo che un personaggio come agnelli sia prezioso. avercene.

  • Oxygen 18/11/2008 ore 17:11 @oxygen

    è lui è lui..nn è cambiato..
    A ruota libera nella domanda su Milano.
    Dovevi continuare con un altra domanda simile!:):)

  • Hangover 18/11/2008 ore 17:26 @music4hangover

    sottoscrivo.

  • jobbe 18/11/2008 ore 22:05 @jobbe

    ribadisco quanto sopra. gran bella intervista!

  • Fabio Messina 19/11/2008 ore 10:15 @autarchy

    Si, confermo, le prime due parti dell'intervista erano un po' troppo canoniche ma l'ultima e' stata davvero centrata. Bravo faustiko e bravo agnelli. Non pensavo di poterlo dire....:-)

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