Club Dogo - Milano, 17-06-2009 Intervista

30/06/2009 di

(Foto di Banana Tisato)



L'intervista con i Club Dogo per l'uscita del nuovo album "Dogocrazia" (Universal), non è stata proprio il massimo. Anche se piena di spunti interessanti. Uno dei problemi principali è stato che i Club Dogo in teoria sono in 3, e il quarto uomo che sedeva alle mie spalle, sulla sinistra, non metteva così a proprio agio, diciamo. Manco dovessi farla a Pablo Escobar l'intervista, pure la scorta in Universal avevano… La sfiga totale in una situazione ridicola. Bho. È che a me gli atteggiamenti da mafiosotti di quartiere mi stanno sul cazzo, quindi ero un po' prevenuto…

Però, a me la musica dei Dogo piaceva (e piace). E personalmente sono felice per il successo che stanno avendo, e per me, perché posso ascoltare del rap in italiano fatto bene. Tecnicamente, s'intende. Non sempre condivisibile nei significati, s'intende. Ma poi, chi se ne incula, s'intende. Mica stiamo parlando di vita o di morte. Ma di musica, stile, estetica e contenuti. E ognuno è libero di fare il mestiere e la musica che vuole, avere lo stile che vuole, dire quello che vuole, divertirsi come vuole. Senza dover rendere conto a nessuno. Quindi, lungi da me far la morale ai Dogo. Figuriamoci.

Semplicemente, assumendosene le responsabilità, come tutti, anche loro hanno il diritto di vivere come vogliono. Sono affari loro. Ma poiché fanno un disco in cui dicono un sacco di cose controverse, tutti, dopo averlo ascoltato, hanno il diritto di non essere d'accordo, e di rispondere a tono, se lo ritengono necessario. Fare domande, chiedere spiegazioni, capire. Dire e scrivere tutto. In tranquillità, ovviamente…

Ma perché dovrebbe interessarmi così tanto la filosofia dei Dogo? Mica mi governano! Mica esiste davvero una Dogocrazia! Mica sono la mia vita! Mica mi son mai comprato un loro disco, anche se li ho ascoltati spesso!

Appunto. Non mi interessa così tanto. Cazzi loro. Sono solo delle considerazioni, le mie. Ché in fondo, business is business, e i clichet restano clichet, pure in tempi di crisi. Anche se parlare di puttane (Ne ho più di te per cui dammi rispetto), cocaina (Ne ho più di te per cui dammi rispetto), vestiti firmati (Ho le air max per cui dammi rispetto) e di quanto sono più figo io rispetto a te (Faccio più soldi di te per cui dammi rispetto, che sei frocio e c'hai già i tuoi problemi), ora come ora, è trash a livelli imbarazzanti, pur essendo argomenti di un discreto successo mediatico. Il trash può fare divertire o fare incazzare (a me fa entrambe le cose). In ogni caso, la traduzione è: spazzatura.

Gangster wannabe. Fighetti italioti. Fashion victim. Tamarri reazionari immersi nei clichet hip hop. Innovazione e rivoluzione a zero. Il peggio prodotto della peggio realtà. Milano ano. Permalosi con la ragione in tasca. Staticità totale. Stereotipi. Status quo. No Future. Ma il punk non c'entra più. E nemmeno i moralismi c'entrano qualcosa. Fottetevi con quello che volete. È che per me l'hip hop non è il fashion, nemmeno se me lo "spiegano" i Dogo, citando i Run DMC come prova di verità assoluta e dogma inattaccabile. O meglio, secondo me in Italia l'hip hop era, è, poteva e può anche essere altro. O forse no. E in ogni caso è un discorso che va ben al di là del purismo e dell'hip hop (e delle discussioni inutili su cos'è o cosa non è).

Ma questo è solo un mio pensiero, e con Rockit non c'entra nulla. E nemmeno con i Club Dogo. E nemmeno con l'hip hop. Sono solo parole, le mie.

Punto. Ché le azioni si fanno prima delle loro conseguenze. Ed è questo il bello. Poi, ognuno dica e se la viva come vuole. Avrà ragione. Il mondo è bello perché è vario. E per fortuna ci sono anche i Dogo, liberi di dire e fare quello che vogliono, per divertirsi, per fare musica, per lavoro, o per propaganda. E per fortuna ci sono anche quelli a cui la musica dei Dogo sta sul cazzo.

(Enjoy!)

Nel disco voi spiegate le vostre ragioni per fare quello che fate, e lo fate in modo convincente. Ciononostante, quando si parla dei Dogo, li si accusa spesso di essere dei fighetti, dei venduti, dei "cattivi esempi"…
Guè Pequeno: Nel nostro modo di pensare non ha senso come polemica. Se noi non eravamo in Italia, ma eravamo in Francia, in Germania o in Belgio, o in Svizzera, o di un'altra città, di Padova, o di dove vuoi, la polemica non esisteva. Noi abbiamo solo fatto un video in cui diciamo viva la figa. Non capisco dov'è il problema…

Non c'è, ovviamente. Ma non parlavo di "Sgrilla", il primo singolo di "Dogocrazia". Mi riferivo all'impressione generale che spesso date come gruppo.
Jake La Furia: Innanzitutto bisogna vedere con chi hai parlato tu… E se eravamo da un'altra parte, come diceva Guè, la polemica non esisteva. Poi, cattivi esempi… non credo. Noi per cantare queste cose ci rifacciamo semplicemente alla realtà, quindi non credo che l'esempio siamo noi. Noi al massimo siamo il prodotto dell'esempio…

Ma come mai l'atteggiamento che avete sembra dar fastidio a molta gente?
Guè: Se tu ti riferisci alla scena hip hop, capisco che ci sia un frangia… è una cifra indietro la cosa. Uno magari fa un video con i soldi che la gente è infastidita a priori. È assurdo che dovunque vai, se tu fai un video bello e esci con qualcosa di figo la gente è contenta. È solo qua che questa cosa non funziona. È così. E poi, onestamente, con tutta la gente che fa rap e hip hop nel mainstream in Italia, che noi siamo dei venduti… mi sembra proprio di no. Perché abbiamo dei testi e delle cose che sono sempre rimaste tali. I venduti sono altri, e fanno altri generi. Già che fai il rap e sei su una major non sei un venduto. Chi dice venduto è chi vorrebbe farlo ma non ce la fa.

Don Joe: I venduti sono i riciclati.

Jake: Ma alla fine a noi non ce ne frega un cazzo…

Alcuni dicono pure che ormai siete praticamente filoberlusconiani, tra vestiti firmati e… (cocaina, puttane, potere, violenza, denaro…)
Don: Ma come si fa a dire una cosa così? Se la dici non hai ascoltato i dischi…
Jake: Si vabbè, e allora vale tutto… Che cazzo vuol dire?

Guè: Ma i vestiti firmati e le marche nell'hip hop ci sono dagli anni settanta. Cioè, ti spiego, scrivilo nell'intervista, scrivilo. Chi vede l'hip hop come vestirsi male, senza marche, sbaglia. Ha sbagliato a capire. Come uno che vuole fare glam rock e non si trucca. Nell'hip hop è "Dress to impress", ascoltatevi i Run DMC!

L'hip hop è proprio il fashion, gira intorno a quello… Se uno in Italia ha una concezione che deriva dagli anni 80 e 90, di certi gruppi che comunque sono sbagliati… Uno che mi dice che gli danno fastidio le marche nell'hip hop mi fa ridere. Come dire che ti da fastidio la chitarra nel rock… Forse questa gente invece che dire tanto dovrebbe avere più cultura, documentarsi. È un fatto culturale. Portare le scarpe in un certo modo è anche una cosa di cultura dell'hip hop. L'abbigliamento è un cardine.

Jake: Noi non siamo una posse. A noi non ce ne frega un cazzo.

Don: Probabilmente non hanno ascoltato i dischi, nemmeno il primo…

"Dogocrazia" cosa vuol dire?
Guè: Siccome è un album importante per noi, come suoni, come collaborazioni, come punto a cui siamo arrivati nella nostra carriera, abbiamo fatto un ego-trip, che è una cosa classica nell'hip hop. Un po' una forma di governo musicale, per far capire la nostra autorità musicale in materia. Questo è il significato base.

Uscite pure giusti in periodo elettorale…
Jake: Si, siamo stati molto aiutati dall'ultima cronaca di Papi Silvio. Ma d'altronde noi siamo berlusconiani, quindi…
Don: Ahhahahah!

Guè: Potrebbe avere anche un significato come politici di strada, visto che questa musica rappresenta di più i ragazzi rispetto ai politici che ci sono adesso. Quindi la fantomatica dogocrazia contro questa democrazia.

Come mai la copertina ha un'estetica "russa"?
Guè: Già che c'è una copertina così, non capisco come fanno a dire le cose di prima… Magari non sono andati a scuola, poverini…
Don: Si infatti…
Jake: Dato il titolo ci serviva una cosa che richiamasse alla propaganda politica. Per non andare nella squallida propaganda politica moderna, e dovendo scegliere tra due forti simboli, ovvero la svastica o la falce e martello, abbiamo preferito così… in realtà perché siamo anche nazisti… (risate generali, Nda)
Gue: Ma in realtà anche si richiama un'estetica della propaganda, ovviamente è una cosa apolitica. È chiaro che l'ispirazione è Mao o la Russia… però è apolitica. Il simbolo è il nostro.

"Sgrilla" invece, perchè è stata scelta come primo singolo?
Guè: Si, sfatiamo subito questo mito. Tutti i pezzi sono fatti da noi, le major non impongono niente. È da anni che facciamo tutto noi, da quando eravamo senza indie, da quando abbiamo avuto le indie, da quando abbiamo avuto le major.

Don: Il primo singolo è il pezzo più cazzaro…
Jake: Si, l'abbiamo scelto noi. Ma pensavamo che sarebbe stato preso meno seriamente di come è stato preso…
Guè: Era una cosa assolutamente simpatica. Cioè, il pezzo vuol dire Viva La Figa, tra l'altro. E adesso non è per fare il polemico, ma a questo punto mi chiedo se abbiano dei problemi, cioè, se sia una questione di gusti sessuali andare contro una cosa così innocua, capisci?

Oltre a Viva la Figa, è un pezzo potente che ci girava bene in macchina, che pompa quando lo mettono in un club… e quello è il fatto.

Don: Tra l'altro anche il ritornello, come è impostato, è molto americano e ricorda tantissimo le hit club americane, quindi non capisco le polemiche…

Ma che polemiche vi hanno fatto?
Guè: La critica dei puristi è che è un pezzo commerciale. Un pezzo che dice: Viva la figa, Quel cantante là mi sembra un ricchione, Questa qua che fa la tv mi sembra una mignotta… Non mi sembra un pezzo commerciale! Poi se ci sono i puristi che sentono un synth e il pezzo pompa, dicono che è un pezzo commerciale, ma no, non lo è, anzi. Onestamente entrare con un pezzo così è stata una scelta radicale per noi.

Jake: Va assolutamente contro tutte le logiche commerciali e del pop. È esplicito. Già la parola grilla, non è come dire la farfalla… Già era un rischio per noi. Come nel disco prima che abbiamo scelto di uscire col pezzo che diceva le parolacce nel ritornello, che è l'unica cosa che le radio e le persone che si occupano di musica, a livello di vendita di musica, percepiscono.

Guè: Abbiamo rischiato, ma è stato bello. Abbiamo girato un video fighissimo, e il pezzo è passato su Radio Deejay, e siamo entrati in top ten. Mi sembra ci sia una forza dietro che va ben oltre il chiacchiericcio…
Jake: La faccenda è semplice. Noi facciamo musica per divertirci. Perché ci piace. Perché il nostro mestiere è un mestiere che ci piace. La musica che facciamo, la facciamo principalmente perché piace a noi. La facciamo come vorremmo fosse fatta la nostra musica. Nessuno ci ha imposto come farla, o cosa dire. Se la gente ascoltasse la nostra musica per divertirsi, come noi l'abbiamo fatta per divertirsi, la prenderebbero meglio. Alcuni invece la prendono con troppa analisi, un po' troppo sul serio. Oddio! Sgrilla!, E allora sono misogini! Poi le femministe… Che palle! È una roba da ridere, capito?

Guè: Le sfaccettature sono varie come le percezioni di chi le sente. Noi siamo contenti così.

Ed è andata bene alla fine?
Jake: E' andata bene. Anche se le radio sono state molto più scettiche rispetto alle televisioni, per questo tipo di passaggi. Perché il testo è un problema.

Guè: Però comunque noi non abbiamo mai raggiunto questi risultati prima. Il disco è entrato al numero uno della classifica di iTunes, e al settimo posto di quella fisica. E non è per fare il… cioè… chiaramente… quando hai questi risultati… di fronte a queste polemiche ci ridi sopra…

Commenti (2)

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  • Claudia Galal 06/07/2009 ore 16:27 @claudietta

    ancora una volta mi lasciano mooooooolte perplessità...

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