Afterhours - Milano, 18-03-2002 Intervista

02/04/2002 di Roberta Accettulli

Dopo qualche giorno di ascolti di "Quello che non c'è" incontro gli Afterhours per fare due chiacchiere sul nuovo disco, sul tour imminente e su quello che mi viene in mente al momento.

Chiacchierata inedita con Manuel Agnelli e, per la prima volta ai microfoni di Rockit, Giorgio Prette, il primo alle prese coi fornelli ed il secondo che sorseggia una camomilla (sesso, droga e rock'n'roll?).




MANUEL: (Vedendo che non ho domande scritte o appunti) Sai tutto a memoria?

Rockit: Ehm... Sì... Ho tutto in testa, non mi preparo le interviste, quello che esce...

Eccezionalmente Giorgio Prette, per la prima volta ai nostri microfoni...

GIORGIO: Mi avete snobbato fino ad adesso... (ridiamo - ndi)

Rockit: Mentre Manuel finisce la sua insalata iniziamo a parlare con te...

Iniziamo col tornare indietro. Dalla fine del tour dello scorso anno a quando siete entrati in saletta ci sono stati parecchi cambiamenti, a partire dall'abbandono di Xabier e poi nel modo di registrare il disco.

GIORGIO: E' da capire da dove cominciare... In realtà dal significato del tour dell'anno scorso e di quel disco, che comunque voleva chiudere un certo tipo di discorso, era un disco ovviamente celebrativo ed era un tour celebrativo. Nelle intenzioni doveva essere divertimento puro... Poi alla fine così non è stato, nel senso che per una serie di ragioni non è stato come ce l'aspettavamo, è stato esattamente il contrario, e probabilmente il fatto che alla fine venisse fuori qualcosa di celebrativo ha enfatizzato alcune situazioni al punto che alcuni nodi sono venuti al pettine, cose che si sono trascinate negli ultimi anni. E appunto lì è maturato l'abbandono di Xabier, anche se inizialmente si è creato una specie di big bang, nel senso che, venuti al pettine dei nodi ci siamo guardati in faccia - tra l'altro sospendendo il tour estivo che doveva esserci - proprio per poter ognuno pensare individualmente al progetto e a cosa sentiva nei confronti del progetto, per vedere poi cosa sarebbe successo. Questo ha portato ad una pausa di riflessione, che ha portato appunto all'abbandono di Xabier, che è stato il risultato comunque di un percorso suo, musicale, umano nel complesso. Nel senso che lui in questi anni ha sviluppato dei gusti musicali molto sperimentali che si sono allontanati sempre di più dalla formula Afterhours, soprattutto dalla formula canzone, per cui alla fine gli Afterhours fanno canzoni e diventava un pò difficile. Lui ha sempre trovato la sua collocazione sonora all'interno delle canzoni degli Afterhours, evidentemente questo non era più sufficiente. E allo stesso tempo soffriva molto certi aspetti dell'attività degli After, che significa fare un disco, poi c'è il tour, c'è la gente che ti chiede le cose, c'è la gente che canta le canzoni... evidentemente non si riconosceva più in tutto questo. E allo stesso tempo ha fatto delle scelte di vita, nel senso che lui voleva viversi la musica in modo più intimo, più personale, e soprattutto essere padrone al 100% del suo tempo, della sua vita. Questo fondamentalmente.

Dopo di che invece noi ci siamo guardati in faccia, io e Manuel soprattutto, essendo il nucleo storico. Ci siamo trovati, ci siamo trovati a voler andare avanti e a volerlo fare in una determinata maniera, con un certo tipo di obiettivo e chiaramente anche con una certa determinazione, perchè altrimenti non avremmo fatto niente.

MANUEL: La cosa importante è dire che su certe cose io sicuramente sono d'accordo con Xabier. Sul fatto che certi meccanismi debbano comunque cambiare per noi, siano quasi imprescindibili, e in un modo o nell'altro devono succedere perchè su certe cose soffrivamo abbastanza anche noi, non solo lui.

GIORGIO: Sì, con sfumature diverse...
MANUEL: Poi anche per suonare, ognuno le rielabora alla propria maniera e per qualcuno la cosa è più pesante che per qualcun altro. Però diciamo che in generale molte cose le sentivamo tutti, non solo lui.

GIORGIO: E infatti le abbiamo rielaborate tutti ognuno a modo suo. Nel senso che tutto questo ha influito tantissimo nell'attitudine e nell'atteggiamento che abbiamo rivolto verso questo album, e comunque che abbiamo globalmente rispetto al progetto Afterhours. Abbiamo avuto un vero e proprio "reset", quindi a quel punto o salta tutto e il gruppo si scioglie, oppure se rimane in piedi riparte con un certo tipo di basi, con un certo entusiasmo ed anche con una certa chiarezza d'intenti.

Rockit: Quando siete tornati in studio ho percepito proprio l'entusiasmo che c'era in questa "rinascita" degli Afterhours, perchè appunto avete ricominciato da zero. A partire dalle registrazioni, il disco è nato nella vostra saletta e non in studio, in un ambiente un pò più familiare, un pò più vostro.

GIORGIO: Sì, è stato un metodo di lavoro completamente diverso... Il nostro obiettivo era da tempo quello di fare un disco registrato live. Diciamo che sia "Hai paura del buio?" che "Non è per sempre" sono degli album live ma non completamente, e comunque con un metodo di lavoro diverso da questo, perchè abbiamo suonato come se fossimo sul palco, non avevamo gli ascolti in cuffia ma avevamo i monitor. Quindi c'è proprio la trasposizione su disco al 100% di quello che siamo dal vivo, perchè non c'è proprio nessuna differenza dal punto di vista dell'attitudine, e secondo me questo si sente, a parte che abbiamo avuto la fortuna che la nostra saletta suonasse proprio come volevamo. Credo che ci sia una maturità dei suoni, più che altro una identità precisa dei suoni, la batteria è registrata praticamente flat, senza equalizzazione, come suona veramente. Secondo me c'è un suono molto vero. Molto vero, molto diretto ed è esattamente quello che volevamo ottenere.

Rockit: Prima accennavi proprio alla diversità del modo di suonare nelle registrazioni di "Quello che non c'è". Nella vostra "rinascita" avete completamente stravolto il vostro modo di essere?

GIORGIO: Quella di cambiare penso che fosse una necessità che abbiamo sempre sentito da un disco all'altro. A questo giro abbiamo cambiato proprio modo di suonare perchè ne sentivamo l'esigenza prima di tutto, perchè se no saremmo rimasti comunque dentro una gabbia da un certo punto di vista. Poi, anche su quello ha influito il fatto che comunque abbiamo perso il 33% del sound degli Afterhours, per cui visto che non abbiamo mai pensato di sostituire Xabier con un altro chitarrista ognuno di noi ha dovuto mettersi in gioco. Senza voler togliere niente a Andrea Viti e a Dario Ciffo, per carità, però quelli che hanno dovuto rimettersi in gioco di più siamo stati io e lui, lui come chitarrista ed io come batterista. Abbiam cambiato modo di suonare, ognuno si è assunto le sue responsabilità. Io quando ci penso sono abbastanza stupito, nel senso che pensavo che magari avremmo trovato più difficoltà a plasmarci e ad ottenere un certo tipo di risultati in quattro. In realtà ha funzionato.

Rockit: Con che sentimenti siete entrati in studio? Sentivate il senso della responsabilità di dover rispondere a determinate attese col nuovo disco, col cambio di formazione?

GIORGIO: Io posso parlare per me... Sinceramente questo tipo di sensazione l'ho sempre avuto. Forse è stato superiore rispetto alle altre volte, però è difficile da valutare. Però per me fare un disco nuovo è un'analisi, è abbastanza devastante, lo è sempre stato. Forse questa volta di più, però non saprei dirti...

MANUEL: Secondo me dipende anche dal fatto che sei tu con te stesso a fare la cosa nella quale prima di tutto tu devi sentire il senso, devo trovare il senso. Perchè fondamentalmente quella è la prima pressione e dovrebbe rimanere l'unica. Poi quando abbiamo fatto questo disco qua volevamo che rimanesse l'unica...

GIORGIO: Sì, è vero che se non è l'unica ha una preminenza. Non è un atteggiamento, è una verità: chiaro che penso "chissà come verrà... se piacerà", però non è...

Rockit: Non è il tuo chiodo fisso...

GIORGIO: Assolutamente .

MANUEL: Io penso che la filosofia con questo disco fosse veramente che avevamo bisogno di ritrovare un senso forte noi, al di là di quello che significavamo all'esterno. Prima di tutto ritrovare un senso forte per noi. Quindi il fatto di metterci a suonare in un certo modo significava proprio non sedersi più sui risultati raggiunti, nè come musicisti, nè a livello di formule, uscire dalle nostre gabbiette. L'ironia era una gabbia, un certo tipo di strutture erano delle gabbie nelle nostre canzoni, un certo tipo di pop era diventato una gabbia. E tutti comunque di disco in disco si sono sempre aspettati di ritrovare certe cose. Quando facevamo "Hai paura del buio?" la gente ci chiedeva "Aò, ma dov'è Dentro Marilyn?, Dov'è Germi?", quando abbiamo fatto "Non è per sempre" dicevano "Ma dov'è Rapace, dov'è 1.9.9.6.?!?!" , ed anche questa volta è successo che ci hanno chiesto "Ma dov'è la melodia di Non è per sempre? Ma dov'è la canzone...?". In realtà penso che alla fine, se questo progetto esiste è perchè c'è una ancora tensione troppo forte nel fare le cose, che sentiamo di dover fare. E' una necessità nostra il dover dire le cose in un certo modo prima di tutto. Credo che ce ne siamo sempre fregati altissimamente e in questo disco ancora di più, per cui la pressione era veramente solo interiore rispetto alla musica che stavamo facendo.

Rockit: Iniziamo a parlare di quelli che sono i pezzi del disco. Il primo singolo che anticipato di un mese e mezzo l'uscita dell'album è "Sulle labbra", un pezzo già molto particolare. Come mi avevi detto tempo addietro un pezzo sicuramente molto poco radiofonico, che è stata la vostra prima dichiarazione di quello che siete adesso.

MANUEL: Sì, secondo me era importante in questo disco non essere per niente ambigui, in un momento sia nostro, nel quale noi ritroviamo comunque un'identità, si di un contesto globale, sociale, politico, personale, in cui c'è bisogno di prendere posizione. Per cui il fatto di uscire con un singolo così, che poi non è un singolo, era un pezzo di presentazione... Poi ci siamo accorti che non possiamo più fare queste cose alla leggera. Orami se usciamo con un disco "Ah, cazzo! Il nuovo singolo degli After!". (ridiamo - ndi) Era un dischetto di presentazione dell'album, ci sembrava che Sulle labbra rappresentasse abbastanza bene lo spirito dell'album perchè la struttura era tipica, il pezzo era piuttosto scuro, il cantato era diverso da quelli che uso di solito, molto basso eccetera. Per cui abbiamo detto: prima di tutto questo è rappresentativo. E poi è vero, è stata un pò una scommessa, è stata un pò una sfida anche stavolta, abbiamo detto: usciremo con questa cosa, e se la gente vuole si abituerà a sentirci in questo modo. Se no... pazienza...

GIORGIO: Si', anche perchè da subito, da prima che nascesse il disco, l'approccio verso un certo tipo di canali era diverso. Noi non possiamo farci condizionare in quello che facciamo, anche indirettamente o inconsciamente. Per cui l'atteggiamento è stato sempre quello: facciamo quello che vogliamo, chi se ne frega della radio, chi se ne frega del video... Tutto quello che viene va benissimo, però neanche inconsciamente possiamo metterci lì a far le cose...

MANUEL: C'è stato un periodo in cui in realtà io ho spinto molto, e comunque noi abbiamo fatto delle cose per riuscire ad entrare in un certo tipo di sistema e poter usufruire di quei tipi di canali per contaminare ancora di più. E devo dire che, per quel che mi riguarda, è stata un'esperienza che mi è servita a crescere tantissimo e a capire bene, fatta una cosa, che cosa volevo fare dopo. Sono tutte esperienze credo molto personali. Credo anche che nel momento in cui noi abbiamo fatto quella scelta, ai tempi di Non è per sempre, ci fosse effettivamente la possibilità di contaminazione, che via via si è ristretta sempre di più. E' sempre stato pessimo lo standard dei network, ma penso che adesso sia veramente ridotto all'inascoltabilità, e fra le altre cose ci siamo anche resi conto che, più che contaminare loro, succedeva il contrario.

Rockit: Venivate contaminati voi?

MANUEL: Sì, ma non a livello musicale, proprio a livello di immagine e a livello di messaggio. Ci siamo resi conto che anche nel circuito alternativo la gente legge i singoli e legge i video, più del disco, e questa è una roba molto triste. Un conto è usufruire di un certo tipo di messaggio per andare all'esterno del nostro circuito alternativo, quindi usare i loro mezzi, il video e il singolo. Quando scopri che questo tipo di mezzi in realtà influenza, e anche pesantemente, il tuo circuito - quello alternativo non lo dico neanche, perchè alternativo è una parola che come sempre procura... - diciamo il panorama della musica italiana di "un certo tipo" (sogghigniamo - ndi)... Quando ci siamo accorti che i video, i passaggi su MTV, i singoli che passavano per radio, comunque condizionavano il nostro modo di essere visti, beh... allora ci siamo resi conto che forse eravamo stati un pò troppo ottimisti nell'usare questo tipo di canali. E io mi sono anche depresso molto, perchè ho visto che comunque non c'è più nessun tipo di coscienza critica e selettiva, semmai c'è stata, da parte del pubblico alternativo, veramente si bevono qualsiasi cosa.

GIORGIO: Sì, però quello ha avuto un suo senso in quel periodo, e questo disco non è che è figlio di Non è per sempre. Hai paura del buio è la causa di Non è per sempre, e Non è per sempre è la causa di questo disco.

Rockit: Sono comunque legati l'uno all'altro, fa parte del percorso...

MANUEL: Io credo d sì, pur cambiando modo di cantare, modo di suonare, anche modo di scrivere alcuni pezzi... Questo è un disco degli Afterhours al 100%, penso che se senta subito comunque. Alla fine penso che un disco è figlio dell'altro perchè lo provoca, sicuramente. Però più in senso musicale che in senso progettuale.

Rockit: In cosa è cambiato il modo di scrivere alcuni pezzi?

MANUEL: Mah... La struttura esce dalla forma canzone che usavamo noi strofa-ritornello-strofa-ritornello-assolo-ritornello. Sono sicuramente pezzi più elaborati, ci sono un sacco di code strumentali o di intermezzi strumentali... Anche Sulle labbra è un pò strana: non ha un ritornello vero e proprio, ha praticamente una strofa e un ponte, una strofa e un ponte con il riff, poi arriva questa divagazione e poi c'è il finale. Semplicemente diciamo che ci siamo dissetati di pop e della formula del pop con Non è per sempre e in questo musicalmente ci interessa fare altro. Io ho ascoltato - lo ascolto da sempre - ma poi ultimamente ascolto tantissimo jazz, e al di là delle influenze direttamente musicali mi piace tantissimo la libertà che hanno questi musicisti, ed è una di quelle cose che a me personalmente ha contaminato molto: questo tipo di libertà, il fatto di non pensare comunque a una struttura classica, a degli arrangiamenti classici, a costruire tutto solo di riff e struttura e basta. Diciamo che questo disco qua è meno appariscente degli altri. Non ci sono le frasi a uncino nei testi, perchè non sono costruiti col cut up, non sono costruiti comunque per richiamare l'attenzione ad ogni frase, sono sicuramente più discorsivi. E nei pezzi credo che musicalmente creda la stessa cosa: c'è un crescendo musicale, che abbiamo sviluppato suonando tantissimo, penso che si senta di brutto che sia il disco di una band.

Rockit: Sì, si sente davvero... In alcuni pezzi sembra quasi che stiate jammando...

MANUEL: Ma infatti è così, e credo che questa sia una cosa che abbiamo raggiunto, perchè eravamo comunque sazi di un altro tipo di formula. Però è raro che i questo disco tu vada a trovare delle costruzioni "accalappia-ascolto", mettiamola così. Infatti è sicuramente un disco più difficile degli altri...

Rockit: Parliamo dei testi, che mi sembrano molto intimisti, molto più personali di quelli che di solito scrivevi. Almeno, io li ho "intesi" in una determinata maniera... C'è stata molta introspezione nel periodo di scrittura, o comunque nell'ultimo periodo?

MANUEL: Sicuramente sì, deriva da tutto quello che abbiamo passato, del rapporto mio con loro, l'allontanamento di Xabier... Ma anche lo cose, banalmente, che stanno succedendo, comunque. Quello che ci circonda politicamente, socialmente e che comunque ci contamina... Non siamo mai stati degli sloganari politicizzati da quel punto di vista, però una posizione precisa l'abbiamo sempre avuta, l'abbiamo sempre presa, e questo disco è il nostro modo - coi testi il mio, con l'atteggiamento il nostro - di prendere una posizione abbastanza precisa su certe cose. Credo che l'ironia abbia fatto parte dei miei testi come marchio di fabbrica e che sia diventata artisticamente una gabbietta, e che adesso dal punto di vista espressivo fosse anche un pò una maschera dietro alla quale nascondersi, per certe cose che invece senza ironia sono molto più dure da dirsi e sono molto più dure da dire, e sono anche un pò più difficili da dire. L'ironia è sempre stata un'arma, mi è sempre piaciuta, l'ho sempre usata, però in questo disco non veramente non c'era spazio, non è il momento in cui io scrivendo sento di usarla, sarebbe grottesco fare un disco frizzante secondo me in un periodo come questo... Veramente fuori luogo, ma proprio a livello personale... E poi sarebbe anche un pò falso, perchè sarebbe veramente mascherarsi dietro un atteggiamento irridente, quando in realtà non ho voglia di scherzare, non ho voglia di ridere, per niente. E anche per questo credo che i testi, pur mantenendo comunque il loro alone, così interpretabile diciamo, alla fine sono meno schizofrenici, seguono comunque una via al loro interno. Non dico che ci sono storie perchè non ci sono, però...

GIORGIO: Sono più univoci.

MANUEL: Sì, credo si sì. E l'atmosfera dell'album credo che sia molto più compatta e l'atmosfera dei testi anche. Il disorientamento, la mancanza di punti di riferimento, la mancanza di valori ai quali attaccarsi, la ricerca dei valori, la disperazione per queste cose penso che facciano parte di tutti i testi... Poi sono varie situazioni, vari quadri, vari quadretti, però penso che gli argomenti li ritrovi in un modo o nell'altro. Anche in Ritorno a casa c'è la ricerca dei punti di riferimento, in questo caso ritornando al passato se vuoi, ad avere dei punti che tu sai sono certi, sono quelli... Ripartiamo da quello che ho diciamo...

Rockit: E Ritorno a casa è forse il pezzo che più mi ha colpita, perchè è stato il più sorprendente nel nuovo album. Mai e poi mai mi sarei aspettata un pezzo recitato, su un tappeto musicale davvero particolare...

MANUEL: Ma infatti non è un pezzo che è nato con il pezzo recitato e loro sotto che lo ricamavano. In realtà è un pezzo che è nato prima musicalmente, esisteva, poi ho scritto questa cosa qua che mi piaceva come lettura. Chiaramente la mia vicinanza c0n Mimì, i miei reading con Mimì (Emidio Clementi, ex Massimo Volume - ndi) mi hanno avvicinato molto a questa formula espressiva, che loro han fatto prima e meglio degli altri. Però penso che sia una cosa nella quale mi ritrovo anch'io molto naturalmente, e che mi permetta anche di scrivere e di non rimanere nella gabbia del testo, ma di poter scrivere delle cose...questa vabbè, è una cosa che i Massimo Volume hanno esplorato in lungo e in largo... Però avevo questo qua e non avevo voglia di trasformarlo in testo, di ridurlo ad una lirica d inserire in una canzone, per cui abbiamo scelto il punto musicale della canzone dove era più naturale metterci sopra questa cosa e abbiamo provato a farla. Devo dire che i primi due-tre tentativi non erano granchè, proprio per l'intenzione, poi invece ne abbiamo fatti un paio che mi hanno convinto molto e siamo riusciti a tirare fuori un'intenzione secondo me molto più mia, diciamo.

Rockit: Quali sono gli episodi a cui siete più legati, sia come pezzi che come qualcosa che è successo in saletta durante la lavorazione?

GIORGIO: Da un certo punto di vista penso che siano diversi per me e per lui. Da un lato il periodo in cui sono stati composti... nel senso che Sulle labbra, Varanasi baby e La gente sta male si riferiscono a un'epoca e tutti gli altri, chi più chi meno, a un'altra. O comunque alcuni si sono sviluppati maggiormente dopo. Quello che non c'è ha una storia abbastanza carina che riguarda l'incisione del brano. E' un brano abbastanza difficile da realizzare, anche dal vivo penso, non perchè sia particolarmente difficile tecnicamente ma perchè è un pezzo che va interpretato in una certa maniera, e se non lo interpreti viene una merda. Noi ci abbiamo sbattuto la testa a fare un pò di versioni, dopo di che siamo andati a cena, ci siamo mangiati della bella carnazza con del bel vino buono, siamo tornati in studio dopo cena belli placati con anche qualche grappina dietro, e abbiamo buttato giù due versioni, una dopo l'altra, e l'abbiamo cambiata di 180 gradi...

MANUEL: La ventiseiesima e la ventisettesima... (ridiamo - ndi)
GIORGIO: Abbiamo proprio sentito una differenza, e il giorno dopo siamo arrivati in studio uno con la bottiglia di vino, l'altro con la grappa... (ridiamo - ndi)

Rockit: La scusa era buona!

MANUEL: Ma infatti è un punto chiave importante... Ultimamente con gli After, quando giri da tanto tempo, è un pò come un matrimonio: hai i tuoi punti fissi, sicuri, quelli li dai per scontati - è quello il pericolo - e poi ti organizzi la tua vita al di fuori di quello, per ritrovare la tua individualità. E noi ci eravamo molto allontanati, ma proprio tanto, a livello personale. Eppure essendo comunque delle persone diverse, per cui difficilmente ci vediamo tutte le sere, però immaginati di andare a fare 120 concerti all'anno, i video, la promozione, il disco, non hai tanta voglia di vederti quando hai due giorni liberi, mettiamola così... In realtà la sala prove e tutto quello che c'era intorno sono stati importante per farci riscoprire che invece potevamo uscire in trattoria insieme. Perchè non eravamo a dieci minuti da casa, perchè dovevamo prenderci questi spazi, il riscoprire il fatto di uscire insieme, mangiare insieme, scambiarci dei momenti "altri", secondo me è stato molto importante per sviluppare poi tutto il disco con questo spirito qua, cioè il disco di una band che suoni insieme, e che può farlo soltanto se c'è veramente.

Nel fare le cose Quello che non c'è è stato un punto di svolta, perchè gli After provavano sempre in modo molto molto schematico perchè tutto doveva essere tutto funzionante e funzionale, dopo di che in concerto c'è quel quid in più, la magia del concerto che ti rende tutto comunque diverso e speciale. E quando fai 120 concerti quella magia è difficile da ritrovare, perchè in realtà con 120 concerti nella stessa nazione, negli stessi locali, davanti ad un pubblico comunque piuttosto simile inizia la routine, e penso che anche questo Xabier l'abbia sofferto molto. E penso che lo spirito di questo disco, il fatto appunto di basarsi su altre cose, non sul provare tecnicamente le cose, ma sul fatto di riuscire a interpretare veramente da subito il giusto spirito del pezzo, e poi suonarci sopra in maniera molto più libera, secondo me può essere la strada nuova nostra... Lo è stata nel disco e lo può essere anche dal vivo, per cui... ritrovare la tua freschezza interiore, senza andarla a cercare all'esterno, nei locali, nelle situazioni eccetera. E poi vabbè... Quello che non c'è anche per me è stato il pezzo più importante del disco, anche perchè è il primo testo diciamo completamente nuovo che ho scritto, perchè Sulle labbra era una cosa che avevo già in testa comunque, partivo da quel concetto lì, è stato un pò il "la" del disco, dal punto di vista della tematica. E' un pò il riassunto, se vuoi anche, effettivamente Sulle labbra. Però Quello che non c'è era il primo testo libero, cioè quello proprio: "ok, adesso andiamo a parlare proprio all'interno dei particolari", e sinceramente è il testo che a me piace di più, è quello dove io mi ci ritrovo proprio in pieno. E l'altro pezzo a cui sono legato è Il mio ruolo, perchè era un pezzo secondo me che io da anni volevo fare. Cioè una ballata di questo genere che però non fosse pop, ma che avesse quel tipo di intensità lì, quel tipo di leggerezza comunque, però in un'atmosfera comunque molto scura, che fosse un pò l'epitaffio nel disco. Era veramente tanto tempo che io volevo scrivere una ballata del genere, probabilmente non l'avrei mai potuto fare se non in questo momento con questa formazione.

Rockit: Avete accennato entrambi al live... Manca meno di un mese all'inizio del tour, c'è già chi nonostante ostenti una certa serenità...

GIORGIO: Guardi me?

Rockit: Sì... (ridiamo - ndi) Come vi sentite a ricominciare, quali sono gli stimoli nuovi, la voglia di tornare a suonare dal vivo?

MANUEL: Per me è una cosa più bella che preoccupante il fatto che ci siano stimoli nuovi... E' chiaro che è iniziato come un trauma, perchè il fatto che non ci sia Xabier comunque è un trauma, è stato un trauma. Però adesso è una cosa positiva, perchè è stato un grosso cambiamento che ha provocato altri grossi cambiamenti, e direi che in tutti i casi, per lui, per noi e quindi anche per il tour una cosa molto molto positiva. Sarà sicuramente molto diverso. Sarà molto diverso e deve essere molto diverso.

Rockit: Già a partire dalla formazione che ci sarà sul palco...

MANUEL: Sì, la formazione, la disposizione sul palco, la scaletta... Abbiamo tolto il 90% dei pezzi "ironici" se vogliamo, abbiamo lasciato quei pezzi che comunque come tipo di atmosfera possono ancora adattarsi bene e poi abbiamo ancora voglia di suonare... Per cui io son solo contentissimo, ho voglia di suonare tantissimo, ho voglia di andare avanti, per lo meno tutto l'anno prossimo insomma...

GIORGIO: Sì, anche perchè poi è l'obiettivo di tutto, però per me il centro della cosa è proprio il live...

Rockit: E' il coronamento di tutto...

GIORGIO: Sì... Non so, ognuno segue le cose in modo individuale, però per me il live è proprio il coronamento di tutto quanto... Poi l'altra sera ti stavo confessando che a questo giro non possiamo permetterci nessun rodaggio... In realtà non te lo puoi permettere mai, però è chiaro che prima di raggiungere un certo livello ci vogliono un pò di date... Questo giro iniziamo subito a fare sul serio, perchè abbiamo subito le date con i Mercury Rev in posti belli ed importanti, però la cosa bella è quella...

MANUEL: Io sono contento, perchè non baderemo alla precisione, con queste cose qua andremo subito all'osso...

GIORGIO: Sì, ci sarà un impatto emotivo molto forte, per cui...

MANUEL: ...ci sarà meno mestiere e ci sarà sicuramente più immediatezza, più naturalezza, che secondo me potrà essere solo utile in questo momento.

Rockit: Come sono nate queste date con i Mercury Rev?

MANUEL: Molto casualmente, perchè in realtà io sono andato a vedere il loro concerto al Binario Zero e ci siamo conosciuti dopo il concerto grazie a Marina Carissimi della V2 e a Massimo Levantini che è il loro agente in Italia. Diciamo che siamo stati fuori tutta la notte, ci siamo piaciuti e a me è venuto in mente di offrirgli questa cosa: abbiamo delle date nel nostro tour, in posti comunque molto belli e davanti a tanta gente, credo che il pubblico nostro sia il miglior pubblico in Italia che possa apprezzare i Mercury Rev, e penso che per loro sia una bella cosa suonare in situazioni più grandi, con più gente davanti e in situazioni tecniche migliori. Per noi è un onore avere un gruppo di questa levatura, però è anche un onore dargli questo tipo di possibilità in Italia, no? E penso che a loro l'Italia piaccia molto e siano molto contenti di avere questa cosa da fare.

Rockit: Continuiamo a parlare del live... Dopo la prima parte del tour ci sarà un prosieguo estivo e ci sarà anche il Tora! Tora! Festival II. Qualche anticipazione?

MANUEL: Mah... Sarà un Tora! Tora! che nelle intenzioni deve riportare un pò lo spirito del festival in Italia... Il senso del festival che è l'avvenimento in sè, la gente ci va perchè è bello esserci... Non è retorica, però va a incontrare altra gente come te, o anche non come te, vai veramente a divertirti, vai in un posto bello a divertirti, quasi indipendentemente dalla musica che c'è... Poi quella serve ancora di più se vuoi... Però non vai su una spianata di cemento con la gente che ti tartassa, con le pompe o le bottiglie di acqua piene sulla testa, a morire sotto il sole a 45°... Vai in posti che ti offrono questo tipo di possibilità, cioè quella di divertirti veramente. E' questo lo spirito principale, dopo di che ci sarà quest'anno credo la possibilità di far suonare credo più gruppi che non hanno una gran visibilità, mentre l'anno scorso dovevamo chiaramente avere un tipo di efficacia e quindi far suonare gruppi con maggiore visibilità... Quest'anno forse possiamo permetterci di mettere dentro qualcun altro, i cast saranno leggermente più larghi, crediamo di far suonare 10 gruppi a sera. Faremo la prima giornata in Piemonte, una 48 ore di reading e concerti col doppio palco, ci sarà anche un palco per i gruppi piemontesi scelto da giornalisti incaricati dalla regione. Poi faremo Catania al 99%, abbiamo intenzione di rifare Padova perchè è stato forse il Tora! Tora! più bello e poi ci piace anche come collocazione sociale, diciamo, stiamo organizzando anche in Sardegna, questo probabilmente per settembre, e poi stiamo trattando con due-tre entità diverse a Napoli per riuscire a riprendere la data dell'anno scorso e a fare un bel Tora! Tora! anche a Napoli. Insomma, vogliamo andare al sud e sulle isole, comunque portarci anche dove non eravamo stati l'anno scorso, dove i festival non vanno quasi mai anche se c'è un sacco di sete per queste cose, e poi dove i posti sono bellissimi...

Rockit: E quindi è un divertimento anche per voi che lo fate alla fine...

MANUEL: Anche, certo, perchè così deve essere, sicuramente...

Rockit: Torniamo a parlare di Quello che non c'è, che rispetto ai vostri dischi precedenti è il più corto, avete ristretto il numero dei brani, il disco più corto è più essenziale e diretto?

MANUEL: Mah... Non credo che sia diretto, e proprio per questo è bello perchè non dura due ore. Perchè in realtà se questo disco durasse come Hai paura del buio?, che è sicuramente più frizzante come spirito, sarebbe veramente una palla... Ci sono pezzi molto lunghi, molto dilatati, è molto scuro come atmosfere. A parte il mio gusto personale, che non so se è lo stesso loro, ultimamente a me piace ascoltare i dischi da 40-45 minuti, massimo 50... E' un periodo in cui mi piace ascoltare le cose così. Credo anche che ascoltato il disco non suoni come un disco da 45 minuti, proprio perchè i pezzi sono molto dilatati. Penso che poi - e questo lo abbiamo sempre fatto - il discorso principale è che un disco deve sempre funzionare, i minuti non contano, è veramente vendere le patate, capito? "Ti sto vendendo 25 pezzi!". Sì, ma se 50 minuti su un'ora fanno cagare era meglio che ci mettevi 5 pezzi... Alla fine, abbiamo scartato anche parecchia roba, sia in preproduzione che durante la produzione e anche all'ultimo momento, perchè i pezzi dovevano essere 11 fino all'ultimo momento, e poi ne abbiamo scartati due proprio durante i mix. Questo perchè proprio il disco funziona così, alcuni pezzi erano ripetizioni di cose che già succedono, altri pezzi secondo me annacquavano l'atmosfera, il discorso dell'album, e altri pezzi ci entravano per forza. E sinceramente fare i dischi per metterci tutto quello che hai in mano penso che sia abbastanza idiota come approccio. E quindi è tutto...

GIORGIO: Sì, anche perchè ha una sua durata fisica il disco, ma la sua durata spirituale secondo me è un'altra cosa. Io adesso lo ascolto e penso che se ci fossero due pezzi in più sarebbe veramente pesante, nel senso che i pezzi comunque sono dilatati, e una volta che hai ascoltato tutto il disco...

Rockit: Sei "sazio"...

GIORGIO: Sì... Poi è chiaro che io non posso avere un ascolto obiettivo, però la sensazione è quella...

MANUEL: Guarda, a me succede una cosa: quando ascolto Hai paura del buio? ancora adesso arrivo all'ultimo pezzo e sono proprio sazio. Dico "è finito". In questo disco qua arrivo all'ultimo pezzo e in realtà ne vorrei ancora, e a me piace molto questo tipo di cosa.

GIORGIO: Poi il disco viene composto, viene arrangiato, viene suonato, viene registrato e mixato e tutto quanto, arrivi che esce il disco, poi lo suoni dal vivo... Sinceramente, anche se io non cambierei una virgola tendenzialmente dei dischi passati, a me è sempre capitato quando usciva il disco di skippare qualche pezzo. In questo disco non mi è mai successo e non credo che mi succederà, perchè ha un senso...

Rockit: ...nella sua interezza...

GIORGIO: ...sì, perchè la scelta è stata quella di puntare alla compattezza dell'album, non ci sono pezzi minori...

MANUEL: Sì, non è un concept, però è stato costruito per essere proprio un disco compatto e intero. per cui non è un disco di canzoni che puoi skippare per arrivare a quella successiva, secondo me è un disco che fluisce... Gli altri avevano un ritmo, questo ha proprio un'essenza così. Anche per questo, secondo me, ci sono i pezzi che vanno in quella direzione lì... Ma questo lo volevamo fare sin dall'inizio del progetto, prima ancora di registrare i pezzi. Volevo fare un album così, che avesse comunque un obiettivo unico, musicalmente, di atmosfera e anche di contenuti.

GIORGIO: Sì, la preoccupazione in realtà era quella di fare più materiale possibile, proprio per poter fare più selezione possibile. Nel senso che non è che avevamo deciso "Facciamo un album di 9 pezzi", ma "Facciamo un album di un certo tipo" e quindi dovevamo avere il materiale - chiaramente che avesse un senso - che poi ci permettesse di fare quella selezione di tutto quello che andava sul disco. C'è un perchè insomma, non perchè dovessimo raggiungere un certo numero di brani.

MANUEL: E poi Hai paura del buio? ne aveva 19, Non è per sempre 13, questo 9... il prossimo ne avrà 3! (ridiamo - ndi

Rockit: 3 pezzi da 40 minuti!!!

MANUEL: Esatto!

GIORGIO: Poi Non è per sempre è uscito nel maggio del '99, questo esce nell'aprile del 2002, adesso non è che il prossimo uscirà nel 2005, anzi!

MANUEL: Sì, l'idea era anche quella, proprio per uscire dalla routine disco - promozione - tour infinito / disco - promozione - tour infinito - che per carità, non ce la viviamo da tutta la vita per sfiga, nel senso che ha iniziato un pò tardi a funzionare (ridiamo - ndi) - per cui ce la siamo vissuta, siamo contenti di averlo fatto, però insomma per non entrare definitivamente in quella routine forse ha più senso fare dei più dischi, compatti, meno schizofrenici a livello progettuale, non tanto a livello di bisogno creativo. Quindi forse è meglio fare più dischi compatti, che escono a breve termine, piuttosto che fare dei mastodonti che escono uno ogni 5 anni. Credo che questo rispecchi ancora di più la nostra schizofrenia, perchè magari possiamo fra 6 mesi rimetterci a registrare delle altre cose, con molta calma, con molto tempo davanti, e far uscire magari il prossimo disco fra un anno...

Rockit: io non ho altro domande. Anzi no, l'ultima: siete soddisfatti?

MANUEL: No, a me fa cagare tutto... Voglio andare a suonare nei ***********...

GIORGIO: La domandona te la sei tenuta per la fine? (ridiamo - ndi)

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