Lara Martelli - Milano, 18-11-2007 Intervista

06/12/2007 di

(Lara Martelli - Foto di Marta Lispi)

E’ dolce la donna quando si fa penetrare dalla profondità metafisica della facile poesia. Quando supera la teoria e si concentra anima e dolcezza sull’interpretazione, e non delle canzoni, ma dei momenti. Quando si siede sul divano ed inizia a chiacchierare. Si parla di musica, di retorica, di versi, di libri, di poeti, di droga, di Iraq, di vita. La nostra. L'intervista di Michele ‘Wad’ Caporosso.



Le tue parole vivono in un bel mondo?
Non so, ultimamente non riesco mai a far collimare la mia giornata con le mie emozioni, mi alzo bene e mi rode il culo a metà giornata e mi si rovina tutto.

Come mai?
In periodi di promozione è sempre così.

Come sta andando il disco, piace alla gente?
Molto bene. Si si è piaciuto parecchio anche alla critica. A te piace il rap?

E’ il pregiudizio del cappellino?
No, ho avuto quest’impressione.

Se guardassi te invece che impressione musicale avresti?
Jazz?

Dici?
Bè ascolto un po’ di tutto.

Tutto?
Ultimamente l’ultimo di Pj Harvey e dei Radiohead...

Quanto hai ‘offerto’ ai Radiohead?
14 euro. Io amo Tom Yorke. Il mio disco nasce soprattutto da quello che ho ascoltato in questi anni, “Kid A” dei Radiohead in assoluto.

E poi cos’altro?
Beth Gibbons da solista, Cat Power

In Italia?
Di italiano poco, quasi zero. Cristina Donà forse prima, adesso con l’inglese il mio approccio è stato guardare indietro alle mie radici, per cui più jazz e cantautorato. Guardare all’indietro.

Quanto indietro?
A cose tipo Billie Holiday, Sarah McLachlan, Fiona Apple

Invece di cose fresche?
A me piace tutto il movimento newyorchese, CocoRosie, Antony and the Johnsons o Devendra Banhart...

Una certa introspezione disgraziata…
Si esatto, introspettiva con una sorta di disagio interiore, profondo. Rumori di un disagio. La chiamerei poesia urbana.

O anche spensieratezza oscura…
Si che è un po’ come sono io, per questo mi piace.

Sei scura?
Molto scura, ma anche capace di grandi altezze. Sono fatta proprio così di carattere. Continui sbalzi di umore.

Anche un po’ lunatica?
Parecchio.

Nel disco si sente secondo te?
Si, è venuto quel tanto scuro che basta a capirmi. Ci sono dei profondi chiaro-scuri in questo disco secondo me. Sono sempre chiaro o scuri, mai dei colori definiti. Cioè non sono grigi. Sono o chiari o scuri.

E cosa rende introspettivo il chiaro/scuro?
C’è molta introspezione prima di tutto perché mi sono confrontata con l’inglese che è la mia seconda lingua, mia madre è Scandinava e un po’ romana...

Felice di essere romana?
Si, sono figlia di due culture diverse, quella del nord...

Quindi un po’ fredda?
La chiamerei La Fredda Eleganza, perché sono molto eleganti. Poi i Finlandesi erano chiamati Nomadi Dei Ghiacci, sono scandinavi molto particolari.

Invece la città eterna?
Ci vivo da quando sono piccola, ma sento molto il trasporto nella mia parte nordica...

Fino alla copertina del disco e ai suoni freddi della pioggia?
Si esatto, la copertina è una prova di quel tipo di influenza, e poi anche i suoni, che abbiamo riprodotto noi, cioè li abbiamo registrati fattincasa, i suoni della bicicletta, della pioggia, dei termosifoni...

Un home studio che insegua il suono figlio dei tempi (come poteva essere nei primi 90 inseguire il grunge)?
“Orchidea Porpora” (l’album pubblicato nel 2002, NdR) lo abbiamo fatto negli States, nello studio dei Pearl Jam, era un disco rock particolare, mezzo grunge. Oggi c’è un approccio più maturo, molto più introspettivo. La nostra elettronica l’hanno paragonata a Bjork. Anche se non mi ci ritrovo molto, tranne per il fatto che siamo entrambe scandinave non l’ho mai ascoltata. Cioè non è mai stata la mia artista preferita, ma riconosco la sua genialità. Ho seguito molto di più il suo progetto b-side Kuckl, o gente come James Lavello, Death in vegas, Primal Scream.

Il minimalismo della pioggia fuori e microfono dentro…
Lo chiamo “loop da casa”, tutto molto slow down con delle accelerazioni,..

Lo stato d’animo mentre scrivi una canzone com’è?
Guarda io non riesco più a distinguere quando sono in determinate situazioni, se sono provata…

Cioè?
Mi succede di essere profondamente triste e di scrivere un pezzo profondamente Happy...

Cerchi la soluzione nella musica?
Cerco nella musica una soluzione al mio stato d’animo, non una trasposizione.

Quando e come hai scritto “Panic”?
Panic!! è un pezzo che ho scritto col pianoforte nel momento di culmine dell’ascolto di “Kid A”, il piano va proprio in quelle direzioni. Quando l’ho scritto mi sentivo totalmente fuori di testa da un paio di settimane. Questo disco l’ho visto come una rinascita perché non ho avuto cinque anni facili, periodi di crisi, e dipendenza.

Che tipo di dipendenza?
Ho avuto problemi con la cocaina, l’alcool in generale.

Come si diventa dipendenti?
Non lo facevo per stare in mezzo agli altri, era diventato un rifugio da una cosa che non volevo affrontare, che riguardava proprio lavorare in Italia.

Quali sono i sentimenti da cui dipende “Cerridwen”?
Angoscia. Speranza. Follia. Distaccamento dalla realtà. E bellezza.

A cosa pensavi quando scrivevi il disco?
Ho pensato a questo disco come ad un libro, ai miei poeti preferiti che mi hanno ispirato in questi anni.

Quali poeti?
Rimbaud su tutti. “Una stagione dell’inferno” di Rimbaud per me rappresenta quello che è stato "Ummagumma" dei Pink Floyd. Questo mi ha influenzato parecchio, Elliot, tutta la beat generation, Kerouac, Ginsberg, quello che ha detto: “ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, nude e isteriche trascinarsi per strada all’alba in cerca di droga rabbiosa”…

Su quella strada hai cercato il tuo disco…
No, da quella strada sono uscita per andare a cercare la verità da un’altra parte. Ma da quella strada venivo, da un profondo atteggiamento critico nei confronti dell’ambiente che mi circondava. Ho cercato rifugio nella purezza e credo di averlo trovato. E sono ritornata alle mie origini, alle origini del mio canto mischiato con quello che è urbano, c’è tutto il mio canto mischiato all’urlo…

Ti si illuminano gli occhi quando parli del disco...
Sono molto felice, perché sono arrivata dopo 5 anni di duro lavoro, di pochissimi appoggi anche se di grandi aspettative da parte della critica, a fare un lavoro che mi rappresenta e che mi ha forgiato e mi ha permesso di essere la persona che sono oggi e di qui si apre un altro percorso ancora. E’ un frutto assolutamente non toccato dagli altri.

Quanto è vitale il parallelismo tra musica e poesia e tra musica e tutto il resto?
Per me Musica e poesia sono la stessa cosa. La musica è parole e suoni. La parola è un suono. Il suono è un suono. Sono entrambi della stessa matrice, si mischiano, si fondono, si distaccano, ma sono sempre estremamente legate. Ci sono delle poesie che quando le senti recitate assumono il suono di una melodia e ci sono delle melodie che senza parole ti provocano delle parole e le scrivi, parlano.

Quando pensi ad una canzone cominci dalle parole o dal suono, e come?
A volte scrivo una melodia col piano, a volte con la chitarra, a volte c’è il mio bassista che scrive delle cose e poi le melodie e le parole cadono dall’albero come frutti.

Qual è la cosa più poetica di questo disco?
I tanti momenti di verità. Quando scrivo: “il silenzio può essere violento e io sono troppo giovane per morire”. Oppure: “baciami con le tue lacrime”. Sono immagini molto tipiche mie.

Com’è provare a trasportare la poesia dal vivo?
Non so quanto il mio disco possa essere collocato in un posto piuttosto che in un altro, ma dal vivo è sempre un bello scambio continuo col pubblico.

Che tipo di scambio propone invece il disco?
Il disco è un percorso onirico, vero, di passaggio, tra una persona che vive camminando per terra con la testa per aria.

Perché nell’aria?
Perché è nell’aria che si ha il sollevamento dal peso, la percezione vera della melodia e del suono.

Qual è un gesto, una lettura, una persona che ti ha trasmesso tutta la poesia che tu poi hai riversato nel disco?
Una mail che mi ha mandato un ragazzo che mi segue da tanti anni e che mi è arrivata in un momento difficile della mia vita. Lui faceva il volontario in Iraq e mi ha scritto: quello che noi facciamo è importante, ma anche quello che tu fai dall’altra parte è importante, grazie a quello che tu fai, alle tue parole noi riusciamo ad alzarci ogni mattina qua.

Perché un disco così vero non può arrivare alla grossa platea?
Perché alla grossa platea non può arrivare. I media lo impediscono, è inutile che continuiamo a credere che l’arte sia pura, ai tre quarti di italiani non arriva nulla di più di quello che la discografia italiana vuol fargli arrivare. E i tre quarti della discografia italiana produce merda.

C’è qualcosa di meraviglioso nella musica italiana?
Certo, Marlene Kuntz, Cristina Donà, Afterhours, e mille altri, i romani Accelerators e centinaia di persone che ascolto nel web.

Il web è il presente o il futuro?
In un certo senso il futuro, questo disco è anche lì che nasce. Su Myspace, io non cercavo nemmeno un’etichetta in Italia, poi invece di lì pare che le canzoni siano piaciute a Midfingers Rec. Ed è fatta.

Con chi altro lo hai fatto il disco?
Ci sono musicisti che hanno amato il progetto, la voce, la sonorità ci sono entrati e ci hanno messo del proprio. Mirco Brizzi il batterista, Marco Mazza che è il chitarrista, Pierfrancesco Aliotta che è co-autore dei brani e co-produttore artistico ed è il mio bassista storico da 10 anni, Matteo Sapio, Fabio Lanciotti e poi tutto il team di lavoro che più che un gruppo straordinario ho trovato una bella spalla di amicizia.

Cos’è un disco poliedrico?
E’ un arma a doppio taglio.

Commenti (8)

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  • Elisa Orlandotti 07/12/2007 ore 10:21 @elisa

    davvero! semplice e densa... bravo wad! :)

  • Marco Villa 07/12/2007 ore 15:19 @quid

    sì sì, mi accodo!

  • Francesca Gramegna 08/12/2007 ore 21:58 @skyeez

    poesia e verità non si vedono accanto così spesso :)

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