Marracash - Milano, 19-06-2008 Intervista

15/07/2008 di

(Marracash - Foto da internet)

"BadaBum Cha Cha" - il suo primo singolo - ha spopolato. Per molti è l'inno dell'estate. Strano perchè fino a poco più di un mese fa nessuno sapeva chi fosse Marracash: era solo uno dei tanti bravi a rappare nati attorno alla Dogo Gang. Adesso l'attenzione è tutta su di lui e la cosa gli fa quasi paura. Francesco Cremonese l'ha intervistato.



Il primo disco da solista lo fai con una major. Contento?
Si, e spero sia il primo di una lunga serie.

Il disco è finito online prima della sua uscita, vero?
Si, che io sappia è il primo caso in Italia a cui è successa una cosa del genere… Un triste primato, ma è pur sempre un primato…

Triste? Ma cosa ne pensi della condivisione di file su internet?
Sarei ipocrita a dirti che ne penso completamente male, perché io per primo utilizzo il file-sharing… È un argomento molto spinoso… Ed è come se tu avessi la possibilità di avere la spesa a casa senza pagarla… che fai? Non la prendi? Il punto è che i giovani di adesso sono cresciuti con il computer, e per loro è assolutamente normale. La gente non si rende nemmeno conto di fare qualcosa di illegale. È una cosa entrata nella cultura di tutti. Io penso che si debbano prendere provvedimenti, cercando ormai di farci pace con questa cosa. Per esempio, ci sono organi come la SIAE che pagano i passaggi tv e radio, ma oggi la tv e la radio sono in netto calo… sarebbe meglio che pagassero i passaggi online! Per dirti, io ho 700.000 accessi su Myspace, e se prendessi un centesimo per ogni accesso andrebbe alla grande!

E quindi? Come fai a vendere i dischi?
Penso che tutto vada ridimensionato, quindi pensare di venderne come una volta è impossibile. Se vendi 100.000 copie adesso, sono l’equivalente di 1.000.000 di copie di qualche anno fa. Come dicevamo prima parlando, alla fine sono più i live, ormai il cd è solo un mezzo per promuovere la tua musica e farti suonare. Certo, per vendere i dischi io in questo caso ho messo anche un codice sul cd, diverso per ogni copia, e che ti consente di andare sul sito, registrarti, avere accesso a contenuti speciali e ad altre cose… è una cosa in espansione, si può pensare di fare sconti sui live… Poi noi abbiamo curato molto il booklet, ci sono delle foto particolari, abbiamo inserito tutti i testi, insomma abbiamo tentato di rendere il cd originale più appetibile per le persone.

Dai testi dell’album si deduce che la tua famiglia è un punto di riferimento importante. Esatto?
Si, certo, è importante. C’è un pezzo in particolare dedicato alla mia famiglia (“Bastavano Le Briciole”), che è un pezzo molto autobiografico e sincero… è la mia unica autobiografia autorizzata.

Al Family Day ci sei andato?
Family Day? Cos’è il Family Day? Non so neanche cosa sia…

Meglio così! Poi, un altro tema del tuo disco che mi sembra molto forte è quello del riscatto sociale di chi viene dalle periferie, del tutto e subito…
Si, il mio messaggio che in realtà è il messaggio di tutto il disco, sta nel cercare di far capire alla gente che si può fare tesoro delle esperienze brutte della propria vita. Non bisogna ghettizzarsi, pur venendo da una periferia. Bisogna essere in grado prendere le cose brutte e trasformarle in cose belle. E anche partendo da zero. Ma uno dei problemi principali è anche che molta gente non esce nemmeno dal proprio quartiere, mentre invece è importante, malgrado tutto, girare, vedere le cose, e riuscire ad aprirsi la testa. Magari io penso che le persone che provengono da esperienze dure o quartieri duri abbiano una marcia in più, e che se messa a frutto possa portare del buono. Non è tutto negativo come i media vogliono far passare… Sai, io sono un po’ stufo della continua cosa del quartiere, la periferia, lo spaccio, la gente brutta… che palle! Non ci sono solo cose negative! Si imparano un sacco di cose positive! Si impara a stare al mondo, a portare rispetto, a tollerare, che è una cosa molto importante soprattutto al giorno d’oggi che sento continuamente parlare di Rom e immigrati… ecco, magari vivendoci veramente a contatto, come succede nelle zone periferiche, si capisce che sono persone esattamente come te, e impari a non giudicare più nessuno.

E infatti adesso l’equazione è immigrati=clandestini=criminali…
Si guarda, ultimamente vedo proprio un accanimento da parte dei media… cercano di instillare paura. Per esempio l’altro giorno ho letto un articolo su un free press, e c’era un articolo sulla Barona, e mi è sembrato di un campato per aria… Era così: “la gente non ce la fa più, non si vive più, le signore adesso hanno paura ad uscire, mentre quindici anni fa invece…" ma non è vero! Quindici anni fa in Barona era un posto in cui non si poteva entrare! Ora si sta molto meglio rispetto a prima!

Cosa ne pensi del fatto che per le strade verrà schierato l’esercito di pattuglia nelle città? Il “problema sicurezza” per te è un problema?
No. Per me non è un problema. Cioè, ci sono dei problemi con l’immigrazione, ovviamente, come ce ne sono stati quando negli anni settanta c’erano i siciliani e i calabresi. Ma penso che mandare l’esercito non sia un modo per risolvere le cose. E creare questa paura nella gente, enfatizzare questa paura, non fa altro che inasprire il confronto che invece deve essere basato sulla tolleranza e sulla convivenza. Inoltre in questo paese abbiamo dei problemi talmente giganti, soprattutto ultimamente, vedi Napoli, e le onnipresenti Mafia e Camorra, mi sembra assurda una cosa del genere. Io non vedo questo problema di sicurezza. Mi sembra più che altro una strategia della paura.

Nel disco parli anche di trappole. Quali sono le trappole nel fare un disco rap?
Sono tantissime, ma non solo per fare un disco rap. Nella discografia in generale, e nell’essere guardato con la lente di ingrandimento come quella di un debutto mainstram, ce ne sono parecchie. In primis magari le lusinghe delle persone, che tendono a farti perdere il contatto con la realtà… ecco, secondo me la trappola più grande, nel mio caso, è… sai essere così esposto è una cosa che ti impedisce di girare tranquillamente. Invece è una cosa che a me piace, ed è anche la forza della mia musica. Se io non posso più andare in giro, vedere le cose con i miei occhi, parlare con le persone in modo che loro siano a loro agio e non mi guardino come se fossi chissà che cosa… questa può essere una trappola.

Ti è già successo?
No, per ora ancora no. Anche perché io combatto con tutte le mie forze contro questa cosa e non voglio assolutamente chiudermi in casa, anzi sono sempre in giro.

“Estate In Città” è uno dei pezzi più riusciti secondo me. Se si è vissuta l’estate a Milano, almeno una volta, si fa fatica a non riconoscersi nelle strofe. Rende in pieno la situazione. Come l’hai scritto?
Questo disco qua ha avuto una gestazione molto lunga, quindi ogni canzone è figlia di un momento, che è un po’ la forza del disco. Quel pezzo lì l’ho scritta proprio l’estate scorsa, perché ero qua a marcire, Milano era deserta, si moriva. In giro c’erano solo zanzare, sbirri e ladri. Mi è venuto spontaneo fare un pezzo che parlasse dell’estate da un altro punto di vista, dal punto di vista di quelli che restano qui e non possono andare in vacanza.

Nello skit dici: “Voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto”. Vuoi cambiare il mondo?
Voglio cambiare la mia vita innanzitutto. Poi quella frase là l’ho presa da “The Departed” (di Martin Scorsese, 2006, NdR). È l’inizio del film, e la pronuncia Jack Nicholson. Sottolinea il fatto che non è che perché vengo da un quartiere in cui c’è criminalità e disagio allora io devo per forza essere un prodotto del mio ambiente ed essere esattamente come gli altri. Io voglio circondarmi da quello che voglio, e non lasciare che le cose agiscano su di me. Ma agire sulle cose.

Con le musiche di Don Joe e Deleterio come ti sei trovato?
Molto bene. Collaboro con loro da sempre. Soprattutto con Del c’è una bella sinergia, lavoriamo insieme sempre. Non è che loro mi danno la base ed è morta lì…

Sei mai andato a Marrakesh?
No, ma prima o poi… per forza. Devo qualcosa alla città che mi ha dato il nome.

E oltre al cash cosa c’è? In “La Danza Della Pioggia”, e in tutto il disco ne parli parecchio…
Si, è vero, nel disco c’è questa tematica ricorrente dei soldi, perché quando non li hai ci pensi spesso… Io ho fatto un sacco di lavori nella mia vita, i più disparati. E quindi hai meno tempo di pensare alla fame nel mondo, all’inquinamento, ai grandi problemi dell’umanità, perché sei obbligato a pensare a come svoltare il giorno dopo, a come pagare la bolletta. E secondo me è un problema un po’ di tutti. C’è anche Bugo che dice che “C’è Crisi”… C’è crisi dappertutto.

A parte i featuring con i Dogo (facili da immaginare su un tuo album), il featuring dei Co’Sang come è nato?
Spontaneamente, perché c’è un grande rispetto artistico e umano. E loro hanno una grande capacità poetica e musicale. Al di là di tutti gli argomenti sociali, loro fanno veramente bella musica.

E con J-Ax?
J-Ax è stato un mio mito di quando ero ragazzino. È stato il primo ad arrivare veramente a tutti, a rappresentare le persone, e alla fine è questo lo scopo dell’hip hop. L’hip hop è una musica popolare, a differenza di come in Italia spesso si è letta questa cosa. L’hip hop deve rappresentare le persone, deve comunicare alle persone, alla gente. Lui è uno dei pochi che è riuscito a farlo bene, in più con un retroterra popolare e di bassa estrazione sociale. Per me è un onore. Quando l’ho conosciuto lui era preso bene con me, e per me è stata una figata. E adesso c’è proprio un’amicizia, una fratellanza.

Cosa ti stai ascoltando di italiano, ultimamente?
Niente. A parte che non ho tempo, poi perché faccio fatica a trovare cose che mi entusiasmino… Ora mi sto ascoltando il disco di Lil’ Wayne. Comunque ci sono dei gruppi italiani che mi piacciono, che rispetto, anche come percorso artistico. Tipo i Subsonica. Mi piace il modo con cui sono arrivati al mainstream, che è molto simile al mio, e cioè con una base e un sostegno dell’underground molto forte, che poi li ha portati a firmare, però, facendo quello che volevano.

Ma chi non sa nulla di Marracash, ti vede dal vivo, in TV, o ti ascolta in radio, come fai a spiegargli chi sei?
Guarda, questa è la domanda più difficile di tutte, a cui non riesco mai a dare risposta. Il disco si chiama come me, è un disco molto sincero. Bisogna ascoltare il disco per capire chi sono.

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