Lento - Milano, 21-12-2007 Intervista

14/03/2008 di

(I Lento - Foto da internet)

Lo scorso novembre è uscito su Supernatural Cat "Earthen", il primo disco dei Lento. Il quintetto romano si è distinto nella scena post-hc perchè è riuscito a mettere insieme le sonorità violente dell'hardcore e quelle più eteree dell'ambient. Sicuramente una band che farà ancora parlare di sé. Marco Verdi li ha intervistati.



“Hadrons” e “Emersion of the Islands” sono rimasti nel player della vostra pagina Myspace per quasi un anno; quei due brani rappresentano bene le due facce di “Earthen”: quella post-hardcore e quella ambientale, in un equilibrio che sempre più spesso fa capolino. Ma perché la lentezza e la sospensione dell’ambient sono andate a mischiarsi con la violenza (post)hardcore?
La dicotomia credo derivi dal fatto che si tratta di un connubio che tocca degli estremi che possono convivere, e questo prevalentemente nella musica strumentale. L’hardcore è un mezzo diretto, pratico, istintivo. L’ambient è più violento perché comporta un’elaborazione del suono astratta: la composizione è più difficile perché ha dietro un ragionamento e uno studio del suono che spesso porta a situazioni critiche. Però sembra sempre che l’ambient sia trattato come una parte che va a comporre qualcosa, senza avere una sua forza interiore. Noi cerchiamo sempre di fare due cose distinte… e l’accostamento deriva essenzialmente dall’amore innato che nutriamo per l’ambient.

Da qui anche la necessità di escludere parti vocali?
La voce è un elemento estraneo al nostro approccio: sarebbe un po’ prepotente, perché va a dominare il messaggio incanalandolo inequivocabilmente entro qualcosa, al di là di comprendere o meno il testo. Noi speriamo di lasciare un po’ di immaginazione e percezione propria all’ascoltatore. Anche se siamo molto affascinati dallo screaming e da voci viscerali di certi gruppi di riferimento, come Tyler dei Mare. Ci pensiamo spesso, e potrebbe anche accadere… però nonostante questa fascinazione credo non cederemo mai.

Avete cercato di assomigliare a qualcosa o qualcuno, creando l’impianto sonoro di “Earthen”? Quali sono state le fonti d’ispirazione?
”Sporco” e “caldo” sono le due parole che giravano circa i suoni da ottenere. Tra tutte le produzioni post-core più blasonate, di certo come tipo di sonorità non ci siamo rifatti agli Isis, nel progredire troppo puliti e definiti nonostante siano tra le nostre band preferite… Sicuramente molto più Mare e Cult of Luna. Ma sono gli Swans una delle nostre più grandi influenze, per la loro ossessione, ripetitività, intensità, capacità di far sublimare un riff.

Il titolo del disco può dare una chiave di lettura mentale per le atmosfere dei brani?
Sicuramente. Leggendo i titoli dei pezzi si può identificare un percorso ascensionale, che parte dal microscopico (“Hadrons”, particelle atomiche) e arriva all’apertura. Abbiamo voluto descrivere in modo esistenziale gli stadi evolutivi di un mondo in uno scenario privo dell’uomo; si vuole far intuire ciò che non possiamo pensare o spiegare, ciò che era prima di noi. Da qui quindi il “bisogno”, l’emersione delle isole, le correnti, la terra, e “Leave”, il cielo, la volta celeste… “Vault” è un altro brano che suoniamo dal vivo, avrebbe dovuto essere su disco (ma fa parte di quei progetti non andati a buon fine).

“Earthen” può suonare idealmente anche “cieco”, senza sbocchi visivi?
Credo proprio che sia stato concepito così. È un aspetto che abbiamo trascurato volontariamente, anche se ciascuno di noi ha in testa una serie di immagini che riguarda “Earthen”. Io ho sempre in mente l’immagine di una terra non perfetta ma comunque non contaminata, pacifica, completamente in armonia, stabile, ricca di energia e spinta, che però non crea contrasti… Nonostante il contrasto sia poi il tema del disco, ma soltanto per una questione propulsiva.

Mai pensato di utilizzare visual dal vivo come “coadiuvante” per fruire un set interamente strumentale?
Non abbiamo mai sviluppato più di tanto questa cosa. Non perché l’immagine vada a pesare quanto un’ipotetica voce (magari meno), ma essenzialmente perché non abbiamo ancora conosciuto nessuno che si occupasse di questa cosa in modo giudicato da noi professionale, creativo, ricco di contenuti. Forse ci piacerebbe fare il video di un pezzo, ma effettivamente non ci abbiamo ancora pensato.

Avete messo lo zampino nell’artwork di Malleus?
No, abbiamo lasciato carta bianca, anche perché le prime cose che hanno proposto ci hanno convinto subito… e con loro è abbastanza facile! È nata l’idea dell’insetto che ci ha subito colpito parecchio, è un’immagine forte e assolutamente pertinente con il disco.

La bellezza di “Earthen” è anche il suo suono profondo, corposo, stratificato. Immagino l’importanza del lavoro in studio. Ma è difficile gestire tre chitarre? Come componete?
Tutto nasce da una ricerca di suono fatta già a partire dalla sala prove: stando in una stanza molto piccola, già per cominciare a sentire le varie parti c’è il bisogno di suddividerle molto bene. I riff sono sviluppati in modo organico anche se la stessa parte ha una stratificazione del suono, dove ognuno prende un determinato range di frequenze. La chitarra più grossa è di Lorenzo, io sto a metà, Donato si muove sul versante armonico. Forse è per questo che suona bene, altrimenti sarebbe un po’ più noioso…
Componiamo insieme completamente, e con parecchi fastidi, tensioni, scontri… non c’è una perfetta armonia in sala prove. Ma, a nostro giudizio, è tale l’emotività che si raggiunge componendo insieme, che è impensabile arrivarci singolarmente… un riff non conta niente rispetto a quello che è l’insieme di cinque persone che suonano. Poi molte cose resistono soltanto poche prove: abbiamo composto non so quante ore di musica per arrivare ai 40 minuti del disco!

La sala prove è il primo test, ma poi lo studio ha decisamente un ruolo importantissimo: molti brani sono nati lì, ad esempio tutti i pezzi ambient. Avendo la possibilità di stare dentro uno studio, siamo stati colti da una mania di perfezionismo, continuando a rielaborare in maniera anche drastica tutto quello che avevamo fatto. Le cose migliori sono iniziate a venire fuori proprio quando abbiamo trascorso insieme un periodo di tempo ben definito in studio: prima 4 giorni (dormendo lì!), poi un mese, in tutta calma. Solo lo studio ci ha permesso di capire quali erano le potenzialità del progetto.

Si è iniziato a parlare di voi solo nell’attesa di “Earthen”… Ma qual è il vostro passato di musicisti?
Abbiamo fatto un piccolo ep (2004, Ndr), più legato ai rudimenti del post-rock strumentale e alla scena di Louisville… June of 44, un pizzico di Mogwai. Niente di esagerato, soprattutto come sbattimento: erano i primi tentativi. C’è stato un miglioramento netto nel periodo prima delle registrazioni di “Earthen”, da quando si è unito al gruppo Donato, terzo chitarrista: sono stati cinque mesi di rivoluzione totale del suono. Lui è quello un po’ etereo, e ci ha permesso di sviluppare meglio questa dimensione. Noi comunque suoniamo insieme da una vita, almeno 10 anni… per questo c’è una grande intesa.

Andando un po’ a ritroso: mentre l’uscita di “Earthen” veniva ancora ritardata, esce inaspettatamente “Supernaturals: Record One”. Quelle session sono nate per caso?
Sì, come improvvisazione. Quella sera eravamo in concerto a Roma con i Morkobot, c’erano Urlo e Poia (bassista e chitarrista degli Ufomammut, Ndr) allo stand di Malleus che ci hanno proposto di fare una suonata. Sei ore di improvvisazione. Ci domandavano se si fosse potuto utilizzare quel materiale in qualche modo, magari per un singolino… invece riascoltando il materiale il giorno dopo, con abbondanti tagli sono usciti sei pezzi… con nostro stupore! Tutto è improvvisato realmente, tranne le voci. Alla fine ha soddisfatto tutti perché sono nati dei temi interessanti, nonostante fosse la prima volta che suonavamo insieme (e la seconda volta che ci vedevamo!). Noi, che abbiamo questo approccio così perfezionista, siamo rimasti completamente sbigottiti rispetto al risultato delle registrazioni: ci stavamo massacrando da 8 mesi per fare “Earthen”! Loro invece hanno subito colto il lato spontaneo del lavoro. È un’improvvisazione, ma è bello che si senta.

Sempre con gli Ufomammut avete suonato recentemente a Roma… Sbaglio, o avete concluso il vostro live con alcuni pezzi di “Supernaturals: Record One”? Come è stato ritrovarsi in otto sul palco?!
È stata una delle cose più divertenti che abbia mai fatto! Quando siamo risaliti sul palco al termine della loro esibizione c’è stato un momento utopico di euforia generale tra il pubblico. E’ stata un’esperienza fighissima, anche come suono sul palco. Avevamo provato i pezzi i giorni precedenti con risultati abbastanza modesti, tra situazioni improbabili e due batterie che non avevano mai suonato insieme… Invece poi non sono mai venuti così bene come quella volta dal vivo, a dimostrare che l’approccio del disco era quello. E' andata veramente alla grande!

Cosa vorreste fare ora e in futuro? Le gite all’estero sono ipotesi gradite?
Uscire all’estero è un sogno che stiamo coltivando, e cercheremo di avverarlo. Il Nord Europa è un pallino: lì il nostro genere è forse un po’ più fruibile… anche se l’Italia si sta svegliando, ma come al solito lo fa lentamente. Comunque è il primo disco, non abbiamo troppa fretta. Adesso stiamo girando l’Italia, e ad aprile ci saranno altre date. Personalmente noi siamo molto contenti delle reazioni, anche per la lunga gestazione di “Earthen”: che possa piacere o meno è un lavoro di senso compiuto, e rappresenta un piccolo traguardo. E allora in futuro si possono mettere da parte certi schemi mentali che c’erano precedentemente, per abbracciare percorsi inesplorati: non siamo certo il tipo di band che farà “Earthen 2”, il progetto non si ripeterà sicuramente nella stessa forma. Tuttavia non affronteremo il discorso fin quando non ricominceremo a suonare di nuovo: dopo “Earthen” non abbiamo più cercato di comporre nulla, volutamente in pausa perché stremati!

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