Dente - Milano, 22-08-2007 Intervista

03/09/2007 di

(Dente - Foto di Federica Scarpioni)

Dente è stato una scoperta, il suo “Non c’è due senza te” (Jestrai) è arrivato in redazione quasi per caso ma ci ha messo poco per diventare un nome che più e più volte ha avuto a che fare con Rockit. Il primascelta, il MI AMI, fino alla sigla di “Pensiero Stupendo” il programma radiofonico curato dalla nostra redazione, in onda quest'estate su Radio Popolare. Ormai l’intervista era d’obbligo. Tra salotti, mogli, carabinieri e compiti di matematica. Dente e le sue canzoni: allampanate, fulminee, folli.



Domanda di rito: spulciando internet, la risposta della critica al tuo album è pressoché unanime nell’applauso. Te l’aspettavi?
Mi sono stupito molto, veramente non pensavo. Sono stato molto contento, anche perché questo disco l’ho fatto tutto io e mi ha inorgoglito molto che sia piaciuto così tanto. Le mie cose le ho sempre fatte senza pensare alla pubblicazione, scrivendole per me e per un giro molto stretto di persone. Secondo me era un bellissimo disco…però secondo me! Quindi sono contento che sia piaciuto al 90% della gente che l’ha avuto in mano.

Questo ho fatto tutto io è chiaramente percepibile nel disco, che suona personalissimo.
Di fatto è stato tutto concepito, registrato e prodotto senza pensare ad un disco: io ho registrato delle canzoni, punto e basta. Poi c’è stata la possibilità di metterle dentro un disco, di buttarle fuori nel mondo e l’ho fatto. Il primo disco (“Anice in bocca”, Jestrai 2006, NdR) era di canzoni vecchie di quattro o cinque anni, che dovevano uscire per un’altra etichetta: anche quelle erano canzoni registrate così, in pausa pranzo. Poi mi hanno tirato il bidone: continuavano a rinviarmi, a rinviarmi. Allora mi sono rotto i coglioni e ho detto: «Non lo faccio più». Quando sono entrato in contatto con Jestrai ho detto loro che avevo già un disco pronto: mi hanno dato una mano con la SIAE e quelle cose burocratiche che io non so fare, l’abbiamo stampato e messo in vendita solo su internet. È uscito a Novembre 2006, mentre quello nuovo è uscito ad Aprile: due dischi in botta, così. Diversissimi però entrambi fatti in un modo tutto mio.

Stasera suoni a Milano per la terza volta nel giro di pochi mesi; anche l’attività dal vivo va alla grande…
Ho fatto una quarantina di date dall’inizio dell’anno. Io mi lamento sempre che suono poco, però mi rendo conto che sono uno di quelli che suona di più. In realtà è un’altra cosa che non pensavo di fare, perché non me la sentivo: ero molto timido. Ho suonato dieci anni con un gruppo, ma salire da solo su un palco è un’altra dimensione, anche perché ho sempre ritenuto che i miei pezzi fossero pallosi e che alle persone non potesse fregare di meno dei cazzi miei. Ho continuato a dire di no per un po’ di tempo, poi mi hanno costretto e adesso sono contento. Bramo di farli. C’è stato un ribaltamento totale, perché all’inizio era traumatizzato: mi ricordo che quando ho fatto il primo concerto ho preso una settimana di ferie per prepararmi psicologicamente. Adesso sto mettendo su anche il gruppo, perché il 30 Agosto apro i Verdena. Mi hanno detto: - «Apri i Verdena, però non da solo» - «Ok, ci sto.»

Tra i concerti dell’ultimo periodo ci sono diverse serate in coabitazione con Le Luci Della Centrale Elettrica. Com’è nata questa collaborazione?
Ci siamo conosciuti attraverso Myspace: lui ha ascoltato quello che facevo, gli è piaciuto e mi ha scritto. Ho sentito i suoi pezzi e sono rimasto di stucco, mi piace tantissimo quello che fa. Così quando ho la possibilità di portare qualcun altro con me, chiamo subito lui. Adesso sta registrando il disco con Canali…la persona migliore che potesse trovare, credo. Anche per questo ho smesso di ascoltare il suo demo: non voglio affezionarmi troppo ai pezzi in questa versione per non rischiare di restare disorientato quando uscirà il disco.

Hai già accennato alla lunga militanza nei La Spina: tutto un altro mondo musicale. Lo sbalzo è stato notevole?
Sì, è completamente diverso, anche perché i pezzi non li scrivevo io. Pezzi sempre in italiano, ma più rock: un po’ Strokes, ma non proprio Strokes. Ho imparato molto dal modo di scrivere di Andrea (Cipelli, frontman dei La Spina, Nrd), soprattutto il fatto di mettere nelle canzoni gli stessi termini che usi quando parli. Lui ogni tanto aveva di queste uscite che mi facevano impazzire: usava parole come carabiniere, che nelle canzoni non si usano. Analizzandomi oggi, ho imparato un po’ da lui a scrivere in questo modo.

In effetti una cosa che mi ha colpito subito è l’utilizzo ripetuto di una parola come moglie. È un termine che si ascolta poco nelle canzoni, suona quasi fuori contesto.
Anche perché non sono sposato. Ho sempre usato dei termini sbagliati per dire le cose. Ad esempio, invece di dire sono stato bene, mi piace dire mi sono divertito, che ha un senso diverso. Mi è sempre piaciuto usare delle parole che non sono usuali per descrivere una particolare cosa. Questo chiaramente si riflette in quello che scrivo. Quindi moglie l’ho usato pensando a questa mia…avventura non si dice…questa mia ragazza, che ho chiamato moglie.

In realtà si passa da moglie al compito di matematica: è una coesistenza che ti lancia in due immaginari diversi. È spiazzante.
È vero. Il compito di matematica poi può avere molti significati: mi piacciono molto questi rimandi al mondo della scuola…quando ho pensato a compito di matematica mi sono venuti in mente i Baustelle e il loro immaginario adolescenziale. Poi in quel contesto saltare il compito di matematica ha un significato diverso…sta un po’ per saltare i preliminari, saltare le formalità e andare al sodo.

Nella recensione di “Non c’è due senza te”, Fiz ha scritto: “Un Battisti post-bronza, languido e trasognato. Un De Gregori senza barba che condivide un appartamento con Elliott smith”. Ti ci ritrovi?
Sì, è una definizione bellissima. Credo che tutto quello che hai ascoltato e immagazzinato, in qualche modo ti formi. Battisti lo ascolto da quando ho dodici anni e l’ho ascoltato anche ieri. De Gregori l’ho scoperto molto tardi, tipo tre anni fa: l’ho sempre un po’ snobbato, come tutti i cantautori di cui sai tre canzoni che ti hanno rotto i coglioni perché conosci solo quelle e quindi dici: «Sì, De Gregori…quelle robe lì…Alice…guarda i gatti…bla bla». Poi mi hanno detto di ascoltarlo bene, passandomi prima un disco, poi un altro; l’ho fatto e mi piace tantissimo. Poi che sia entrato nel mio modo di scrivere non lo so: ascolto anche Tom Waits da quando ho undici anni, ma penso che nei pezzi non venga fuori niente di Tom Waits.

Nei tuoi pezzi affronti quasi esclusivamente i rapporti umani: da dove arrivano gli spunti? Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Me stesso. Non c’è nessun’altra fonte di ispirazione, ahime. È per questo che dicevo di avere timore a fare concerti: erano cose mie che dovevo buttare fuori per sentirmi meglio, degli sfoghi fondamentalmente. Per questo ho sempre detto: «Se uno si becca un mio concerto, si spara». Quando è uscito il disco, invece, mi ha stupito che la gente si emozionasse e si ritrovasse nelle cose che avevo scritto. È una cosa pazzesca e bellissima, che non pensavo potesse accadere. Sono tutte storie mie, vissute, buttate giù il giorno dopo che succedono.

Quindi nonostante la ricerca che metti nelle parole riesci a scriverle di getto?
Spesso mi esce il testo fatto e finito, mentre a volte butto giù una parte, ci ritorno sopra e la finisco con più calma. Però sono i pezzi che mi piacciono di meno e infatti mi arrabbio molto quando non riesco a finire. Preferisco quando mi metto a scrivere di botto, come in trance, poi rileggo e dico: «Che cazzo ho fatto? Come ho fatto a fare tutti questi collegamenti?». Parlavo l’altro giorno con Marco Iacampo (alias Goodmorningboy, NdR), che mi diceva che secondo lui io ho un metodo per scrivere. Io ci ho pensato, ma non credo di avere un metodo per scrivere canzoni, l’unica cosa che posso dire è che tutto deve filare a modo mio. Non so spiegarti cosa deve filare, ma quando dico: «È finita», deve esserlo davvero, senza dubbi su nessuna parola o passaggio. Come quando vomiti e devi vomitare tutto, altrimenti non ti senti mica bene. È un po’ così.

Disco registrato con uno pseudonimo e con la voce iper-filtrata, immagino per la timidezza cui accennavi prima. Ma se entrassi in studio domani rifaresti la stessa scelta?
Magari entrassi in studio domani. Comunque farei molto di più. L’avrei fatto già con questo disco se avessi avuto la possibilità. Sto cercando qualcuno che mi possa produrre dei pezzi come si deve, ma a modo mio. Ho ascoltato l’ultimo di Artemoltobuffa e mi piace: mi piace come scrive lui e mi piacciono le canzoni. Però ha dei suoni che non mi fanno impazzire. Lo trovo molto adatto al periodo, nel senso che in questo momento i dischi fatti bene suonano così: suona da dio, come anche l’ultimo dei Perturbazione, con cui ho trovato molte affinità, e come molti dischi che escono adesso. Però io non voglio un suono così: vorrei un disco che suoni bene e che sia finalmente hi-fi e con arrangiamenti più ricchi, però con dei suoni che magari si avvicinino di più a “Rimmel” di De Gregori.

Per “Non c’è due senza te” non è stato possibile nessun intervento?
In realtà ho dato “Non c’è due senza te” ad un fonico importante, per mixarlo come si deve. Quando l’ho ascoltato suonava meglio del mio, ma non mi piaceva: i suoni erano glaciali, come i dischi che escono oggi. Sono cristallini e puliti, ma glaciali: non hanno quel calore e quella magia che, secondo me, il mio disco possiede. Ci ho messo un mese per trovare il coraggio di chiamarlo e digli che mi tenevo i miei mix: fatti con in casa con il computerino ma che mi piacevano. E quello che mi interessava era fare uscire un disco che piacesse a me. Non mi vedevo a dare il via il disco e dire: «Tieni, questo è il mio disco, però i mix…». No, io volevo dire: «Tieni, questo è il mio disco, è bellissimo e vaffanculo». No, magari vaffanculo no…

Ti senti di appartenere alla tradizione cantautorale?
Mi piacerebbe essere messo tra quelle cose lì. In un’intervista mi hanno detto che se fossi distribuito nelle Feltrinelli sarei nello scaffale tra De Andrè e De Gregori. Mi hanno chiesto se mi trovassi bene e ho detto assolutamente di sì. Mi immaginavo di notte che dormivo tra De Andrè e De Gregori…Comunque sì, mi piace quella scena e mi dispiace che non esista più quello che esisteva a Roma negli anni settanta con Ciampi, De Gregori, Venditti o a Milano negli anni sessanta con Jannacci, Gaber, Celentano.

In effetti si fa sempre un gran parlare di una fantomatica scena indie, ma mai di una scena cantautorale. Manca forse qualcosa che faccia da centro intorno al quale organizzarsi, c’è una dispersione assoluta.
È vero. Però in realtà anche la scena indie, se esiste, non è senz’altro forte come la scena di Milano degli anni sessanta. L’indie è tanto, tantissimo: il Mi Ami è forse il momento in cui si raggruppa tutto l’indie italiano, ma c’erano cinquanta gruppi…è stato un delirio secondo me. Un delirio meraviglioso, però io sono riuscito ad ascoltare tre o quattro gruppi. È tutto dispersivo. Una cosa che poi mi dà molta noia dell’ambiente è che non ci si vuole mai mischiare con niente di più e niente di meno: se non hai un’etichetta non sei nessuno, se vai alla Mescal già sei un bastardo, se poi vai all'Universal sei veramente da cancellare dalla faccia della terra.

Tornando al cantautorato, per definizione il cantautorato classico possiede una venatura sociale più o meno esplicita. Come ti poni al riguardo?
Io non ce l’ho, non lo so fare. Adesso chi lo fa, lo fa in modo patetico. Mi è capitato di sentire cose che mi fanno sorridere e che mi lasciano un po’ di tristezza, perché i tempi cambiano e non puoi pensare di fare lotta politica oggi, nel 2007, facendo canzoni nello stesso identico modo in cui si facevano nel 77; semplicemente perché non si fa politica come si faceva nel 77: i tempi sono cambiati e bisogna trovare anche in quest’ambito dei modi nuovi per farlo. Vuoi fare lotta politica con la musica? Mi sta bene, anche se non è il mio mestiere e non sono capace, però fallo in un modo nuovo, come facevano allora. Trent’anni fa facevano del rock progressive che era una botta da sentire e anche “Musica Ribelle” era una bella botta. Se la fai adesso, è vetusta. Ti rimanda a quel periodo, ti fa sognare ma non ti spinge a fare qualcosa di nuovo. Non ti spinge a fare, prendere, andare, lottare, combattere. Quando sono usciti i Modena City Ramblers ero presissimo: il primo disco l’ho devastato e ho visto duemila concerti con il pungo alzato. Però poi basta. Non ce la faccio più ad ascoltare quelle cose, che sento antiche. La musica, come un po’ tutte le cose, come la vita, deve comunque andare avanti: non puoi bloccarti lì, devi andare avanti per creare degli stimoli a te stesso e a quelli che ti seguono. Perché dopo un po’ la gente si rompe i coglioni.

Commenti (6)

Carica commenti più vecchi
  • Nur Al Habash 03/09/2007 ore 18:12 @nur

    Penso che i dischi di Dente non mi stancherò mai di ascoltarli.
    Cose così genuine e limpide non se ne sentivano da tanto..

  • ilenia 04/09/2007 ore 09:41 @ilenia

    ma avrà bisogno di un gruppo solo per aprire i Verdena o poi si tiene il gruppo? a me piace Dente così com'è, perchè per i Verdena gli hanno chiesto di aprire ma non da solo?
    (non lo chiedo per polemica, ma per curiosità!!)

  • Nur Al Habash 04/09/2007 ore 10:25 @nur

    ....Perché già come generi musicali sono alquanto discordi.

  • Faustiko Murizzi 04/09/2007 ore 12:55 @faustiko

    Complimenti sia a Marco Villa che a... Dente! :]
    Da leggere tutto d'un fiato... proprio bella bella!!!

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati