Disco Drive - Milano, 24-11-2006 Intervista

19/12/2006 di

(Jacopo e Alessio foto da http://www.discodrive.org)

I Disco Drive passano da Milano, giusto una toccata e fuga per un concerto e qualche piccolo impegno promozionale. Una chiacchierata sul divano per palare di stampa musicale, di vestiti, di etichette discografiche, di TV e dei pezzi che andranno a comporre il nuovo album. Il trio si racconta, Sandro Giorello prende appunti.



Comincerei da una cosa che proprio non mi torna: siete uno dei gruppi che fa più date in Italia ma sui giornali musicali nessuno ne parla. Anche l’uscita dell’Ep – "Very Ep" pubblicato lo scorso maggio da Unhip NdR - non ha riscosso un grande l’interesse da parte delle riviste di settore. Come la vedete voi?
Alessio: Riguardo l’Ep... mah, a parte che molti erano scettici addirittura sull’uscita stessa del disco. Dicevano che l’Ep era un formato morto. Anche chi si occupa della promozione dei nostri dischi continuava a dire che era inutile spingerlo più di tanto. Sul fatto di non aver molta esposizione... alla fine è un problema di soldi. Non fraintendermi, non voglio dire che bisogna “comprare” chi scrive per farsi recensire, parlo di spendere in promozione, comprare pubblicità, cose così. Ovviamente un’etichetta piccola come l’Unhip non ha molti soldi. Si fa quel che si può.

Perchè avete fatto uscire questo “Very Ep”?
A: In realtà noi siamo abituati a lavorare in super lentezza: avevamo questi pezzi fatti, pronti e rodati dal vivo. O aspettavamo di farne altri e inserirli nell’album, o facevamo un Ep. Sono pezzi a metà tra quello che erano i Disco Drive e quello che saranno. Ci poteva stare un Ep lì in mezzo.

Non voglio andare nei dettagli del motivo per il quale Andrea - Andrea Pomini, il precedente bassista NdR - ha lasciato il gruppo. Vi chiedo questo: come si supera una separazione del genere?
A: E’ difficile rispondere, il legame era forte. Anzi è proprio per quel legame che si è formato il gruppo. In realtà non è stato niente di clamoroso, nessun cambio improvviso di realtà o cose del genere.

Jacopo: Perchè era una cosa che ci aspettavamo, sapevamo che prima o poi sarebbe successo.

A: L’unica cosa, forse, che non è ancora stata superata è il fatto che la gente ci fa ancora domande sul vecchio bassista. In realtà noi l’abbiamo superata il giorno in cui abbiamo iniziato a suonare con Matteo.

Parliamo di moda. Sempre più spesso succede che artisti indie italiani cerchino marche di abbigliamento che li sponsorizzino o gli regalino i vestiti. L’indie sta diventando riconoscibile anche esteticamente, cosa ne pensate? Dopotutto, siete comparsi su un magazine musicale esclusivamente per il vostro modo di vestire, e mi sembra che stia arrivando anche qualche sponsor...
J: In realtà di gente che ci dà i vestiti c’è solo Pedhro, che è questo ragazzo di Verona che fa magliette. Alla fine la collaborazione consiste nell’averci dato una quindicina di magliette e averci chiesto di metterle quando suoniamo.

A: Secondo me se è una cosa è bella, non è un reato. Puoi fare una bella copertina di un disco o metterti una bella maglietta. E’ stile anche quello. Io credo che nell’indie si inizia a sentire l’influenza dei gruppi inglesi odierni. Lì, forse, arriva prima l’aspetto “fashion” che quello musicale. Quello, secondo me, è un problema.

J: Si, in quel caso, secondo me, si diventa di ridicoli.

A: E’ anche una questione di background, mi può star bene che un gruppo di Londra segua un certo modo di vestire per essere riconosciuto in un certo movimento musicale. Ma che un gruppo di San Martino, ad esempio, si vesta copiando i gruppi di Londra... secondo me è un po’ ridicolo. Non è una cosa negativa ma se non c’è altro oltre a quello, per me, diventa un atteggiamento stupido e basta.

Restando in ambito economico, come si riesce a farsi realizzare i video "a gratis"?
J: Eh, buona domanda. Bisogna trovare qualcuno disposto a farlo, quindi tendenzialmente qualcuno alle prime armi ma con molte idee. Nel nostro caso, il primo video ce l'ha fatto Nico Vascellari, che pur essendo un affermato artista a livello internazionale non aveva mai fatto un video musicale e l’idea lo intrigava. Poi per fortuna il video ha vinto un premio che ha fruttato 500€ che sono andati a lui. Un minimo di ritorno economico lo ha avuto. Comunque i video sono una di quelle voci di spesa più terrificanti. Con meno di 2000 € non si riesce a far nulla.

Nel vostro percorso di crescita “Fai-da-te” a che punto siete arrivati?
J: Facciamo quasi tutto da soli. L’unica cosa che abbiamo veramente delegato a qualcuno sono i concerti per l’Italia. Adesso li fa Locusta (agenzia che cura i concerti di altre band indie italiane, tra i molti nomi: Yuppie Flu e Baustelle, NdR).

E non vi siete ancora stancati? Il numero di date all’anno continua ad aumentare, è un lavoro più che pesante.
A: Mah, dicendolo con modestia, fino ad ora non abbiamo trovato nessuno che si occupi delle nostre cose come lo facciamo noi.

Tempo fa sul vostro sito avevate lanciato la proposta di inserire nuove persone nell’organico Disco Drive, qualcuno che si appassionasse al progetto e avesse voglia di crescere con voi. Non ha funzionato?
J: In realtà questa cosa era nata all’inizio, noi volevamo far gestire la questione dei concerti da Tiziano della Fooltribe. Non era un’agenzia, era un nostro amico di cui ci fidavamo. Lui, alla fine, non se l’è sentita, doveva seguire già altre cose. L’idea di trovare qualcuno che crescesse con noi era bella, ma non era attuabile.

A: Anche perchè noi siamo in giro un casino, non puoi chiedere a qualcuno di abbracciare il progetto solo per amicizia. Ad esempio, non puoi chiedere ad un fonico di “crescere con noi” e così non pagarlo. Dovrebbe star fuori almeno 100/150 giorni all’anno.

In un’intervista avete detto che per tenere in piedi il progetto Disco Drive bisogna essere “molto determinati”. La mia domanda è: per arrivare dove?
J: (Ride NdI) Da un certo punto in avanti abbiamo avuto la sensazione che questo gruppo potesse diventare una cosa seria con la S maiuscola. E questo ci ha spinto a fare di più e fare meglio. Far sì che il gruppo crescesse sempre. Che non vuol dire fare miliardi, vuol dire far sì che il gruppo funzioni a tutto tondo. Ad oggi, rispetto a due anni fa, sono usciti due dischi e si sono fatte moltissime date, ma ci rendiamo conto che il gruppo non è ancora autosufficiente. Per questo siamo determinati.

E se vi proponessero di rimanere fermi 2 anni per condurre un programma tutto vostro su Mtv, accettereste?
J: Non lo so, a me, adesso, non interessa fare televisione. Poi non so in futuro, adesso voglio suonare. Magari, poi, tra dieci anni, farò il ricercatore universitario fallito o l’astronauta.

Vi sentite a vostro agio quando siete intervistati in televisione?
A: Si, riusciamo a dire un po’ quello che vogliamo con una certa scioltezza.

J: Che poi guarda, se vogliamo affrontare il discorso Tv, ci sono persone che lavorano per Mtv che sono molto più in linea con la mia visione del mondo che tanta gente che lavora nell’indierock. Che poi alcune cose le trovo pure divertenti: quando siamo andati al programma della Rai abbiamo mangiato lì nella mensa. Speravamo di incontrare Galeazzi, purtroppo la cosa non è accaduta. Abbiamo visto lo studio di Uno Mattina. Io mi sono divertito. Ti faccio altro un esempio: un po’ di tempo fa ho letto che i Subsonica ponevano tra le loro condizioni con la Virgin quella di non andare al Festivalbar. Ecco, io ci andrei al Festivalbar. E’ un programma che non seguo e non mi piace minimamente, ma sarebbe una cosa nuova, mi stimolerebbe. Non c’entreremmo un cazzo, sarebbe talmente strano.

A: Infatti non ci andiamo (ride, NdI).

J: Si alla fine penso che non succederà mai, ma secondo me potrebbe essere stimolante.

Ci andreste su major?
J: (Sospiro, NdI) Non lo... Secondo me per andarci devi arrivarci con certe condizioni. Secondo me la divisione Major=brutto, indipendente=bello non è così netta. Certo la major ha come interesse il fatturato, non la musica, se ti fa una proposta è perchè pensa di fare dei soldi. Bisogna almeno poter contrattare le decisioni. Se potessi trovarmi nella situazione di dettare io le condizioni, e capisco che non è una cosa che accade facilmente, allora accetterei.

Matteo: Gli Amari, dopo una lunga trattativa con la Warner, hanno firmato a patto che l’etichetta prendesse tutto il catalogo Riotmaker. Questo non esclude il rischio che si prendano la classica inculata o, al contrario, che diventino famosissimi subito. Almeno loro ci hanno provato. Certo, secondo me è importante capire che l’indie è tutt’altro che puro e immacolato.

Ultima domanda, raccontatemi qualcosa dei pezzi nuovi.
J: I pezzi nuovi sono ancora in divenire, li stiamo scrivendo, riscrivendo, riarrangiando, stravolgendo. Comunque stiamo andando in direzioni diverse rispetto all'album precedente. Questo perchè per noi è positivo cambiare, non soffermarsi su quello che abbiamo già fatto anche se "ha funzionato". Adesso abbiamo due batterie complete, e si sentirà sul disco. Ci stiamo contaminando con cose anche molto diverse, come l'hip hop, ma sempre a modo nostro. Ed è significativo che chi ha sentito il nostro pezzo più hip hop ci ha detto che sembrava un pezzo dei Fugazi... come dire: quello che tu fai con in mente una cosa, ad un altro sembra tutt'altro, nulla va mai in una direzione sola. Ci saranno strumenti nuovi. Credo che il nuovo album rischierà parecchio. Magari stupirà molti, ma secondo me piacerà, non abbiamo perso per strada il nostro lato pop. L'abbiamo solo fatto andare in posti dove la mamma non voleva che andasse ed è tornato a casa ubriaco e spettinato e sarà solo un po' difficile da riconoscere, ma molto più felice (Ridono tutti, NdI).

A: Eh, che poeta.

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