Cesare Basile - Milano, 28-04-2008 Intervista

19/05/2008 di

(Cesare Basile - Foto da internet)

Cesare Basile mi invita a cena a casa sua per raccontarmi meglio "La Storia Di Caino". In attesa che il buon Lorenzo Corti - storico chitarrista Cesare - finisca di cucinare iniziamo una lunga chiacchierata che parte da questo nuovo disco per finire, poi, a parlare di gente comune, di riviste e di major colpevoli dell'azzeramento dell'interesse collettivo verso la musica.



So che l’ispirazione per “Hellequin Song” l’hai avuta da un fumetto (Dampir, Bonelli Editore, NdR), per “La Storia di Caino” c’è dietro un percorso più ragionato?
No di ragionato, come al solito, nulla. Finora non ho mai fatto un disco dandogli prima un filo, una lettura. Sono poi i pezzi finiti a suggerirmi un certo tipo d’interpretazione. Quello diventa il mio modo di vedere il disco, e che resta il mio punto di vista, basta, stop. Gli altri ne fanno quello che vogliono, mi sembra la cosa più normale e logica. Inoltre la “Storia Di Caino” non è stato uno dei primissimi pezzi che ho scritto.

Quali sono stati i primi?
I primi brani sono stati: “Donna al pozzo”, “Per Nome”, “Gli Agnelli”, “A Tutte Ho Chiesto Meraviglia”. Non c’è stato, però, un vero spunto che mi ha spinto a scrivere questi pezzi. Per “Hellequin Song” Dampir era stato poco più di un’intuizione, un’idea. Credo che nei miei album succeda sempre questa cosa: la storia di una canzone, o il personaggio di un determinato brano, diventa il collante di tutto e inizia a guidare il disco. In questo caso la figura di Caino si è appropriata di questo ruolo. Mi diverte molto questa cosa: è come se capissi i miei dischi sempre dopo.

In “La Storia Di Caino” è come se ci fossero due mondi: uno antico, più legato ad immagini e citazioni bibliche, e un altro più moderno. Ci sono però delle interferenze. Ad esempio: verso la fine di “Donna Al Pozzo” – uno brani più “biblici” del disco - compaiono parole come “bar” e “parcheggi”. Perché creare questa confusione di stili e ambientazioni?
(Ride, NdR) Secondo me le cose non vanno inquadrate storicamente, “Donna Al Pozzo” nasce da questo spunto: la promessa che Cristo fa alla Samaritana. Ma quello è solo uno spunto, come successo per tanti altri brani che ho scritto usando dei riferimenti biblici. L’idea è quella di far diventare queste storie antiche molto terrene e contemporanee. Nello specifico di “Donna Al Pozzo”: mi piaceva pensare che questa donna, dalla prima volta che è andata al pozzo di Giacobbe in poi, non avesse mai smesso di credere alla promessa di Cristo. Come se, ogni giorno, per secoli e secoli, avesse continuato a recarsi al pozzo. Le parole bar e parcheggi trasmettono questo tipo di continuità temporale tra il passato e il presente.

Nelle note della cartella stampa dici che questo disco parla di assenza. Io, in realtà, percepisco un senso di impotenza, come se i personaggi si arrendessero ad un qualcosa più grande di loro. L’ho collegato alla fede…
Spesso i miei personaggi sono impossibilitati di reagire. E’ tipico dell’uomo contemporaneo, non perché l’uomo contemporaneo subisca… spesso sei travolto dalle cose, soprattutto dal punto di vista emotivo, resti completamente sbarellato e buttato in un angolo. Però non c’è il concetto di provvidenza, mi interessa il fatto che nell’assenza, per cui anche nel bisogno e nel dolore, si continui ugualmente a mantenere una certa fedeltà a determinate cose. Per cui di fronte alla difficoltà… (lunga pausa, NdA) non mi piace molto la parola ma la uso lo stesso: atteggiamento titanico, i personaggi delle mie canzoni hanno un atteggiamento titanico.

In molti pezzi sembra che tu sia ammaliato dalla bellezza femminile, quasi come in uno stato di contemplazione mistica. Le donne sono l’unico motivo per cui avere fede?
No… Probabilmente ti ritrovi spesso ad usarle come strumenti della fede, forse anche per la bellezza… come dici tu. Questo atteggiamento di contemplazione è anche molto fisico, molto carnale, molto terreno. In questo disco ci sono… mi dicono sempre che scrivo solo canzoni d’amore, io rispondo che non è vero. Però in questo disco ce ne sono tante (sorride, NdA). Queste canzoni parlano di storie vissute, persone che conosco e potrei chiamare per nome e cognome. E’ una forma di rispetto, è come se avessi voluto raccontare i fatti e gli avvenimenti accaduti, forse ogni tanto scusarmi per non essere stato all’altezza o sottolineare quanto io credessi in quell’incontro.

E questo il chiedere meraviglia?
Si, nel senso di stupore, come i bambini che rimangono affascinati e anche esaltati dalla bellezza delle cose.

Di quella canzone (“A Tutte Ho Chiesto Meraviglia”, NdR) non capisco cosa vuoi dire con “mischiando rabbia e avvento”.
Si, perché c’è sempre questa… Mischiare la rabbia, che è l’atteggiamento che mi ha accompagnato per tutta la vita: la mia rabbia spesso mi ha tenuto lontano dalle persone, anche dalle persone che ho amato. E poi, allo stesso tempo, l’avvento, ritrovarmi come un bambino stupito di fronte alla bellezza.

“La Storia Di Caino” è, forse, la prima canzone dove uno dei tuoi perdenti si incazza davvero.
Si… dice la sua, o meglio, racconta la sua parte di storia. L’idea per quella canzone era nata dal rendermi conto che Caino uccide suo fratello non perché è un pezzo di merda. E’ come se fosse costretto dagli eventi, dal rifiuto del suo amore, dal sentirsi allontanato da un Dio-Padre che lui venera. E questa cosa se la prendi e la fai diventare quotidiana… penso che milioni di persone si siano trovati in questa situazione: sforzarsi di aprire completamente sé stessi, donarsi e donare e, in cambio, essere tenuti in standby (scandisce bene la parola, NdA). Credo che la sottigliezza della canzone stia nel fatto che Abele era un pastore e sacrificava animali, per cui spargeva sangue. Caino coltivava la terra. Ad un certo punto Caino pensa che solo con lo spargere il sangue, esattamente come fa il fratello, riuscirà a conquistare l’amore di Dio.

La morte è sempre stata un elemento cardine nei tuoi dischi. In quest’ultimo sembra che abbia un ruolo meno centrale, più defilato, come se non ti facesse più paura o te ne facesse meno.
Io l’ho sempre cantata proprio per evitare di averne paura. Io ho sempre avuto una paura terribile di morire. Adoro questa vita anche nelle sue miserie. Penso sia lo stesso discorso del blues, cantare gli spiriti perché la smettano di tormentarti. L’ho sempre fatto nei miei dischi, forse in questo non appare più come figura centrale. E’ più una componente insieme alle altre cose.

Ci sono dei rimandi a “La Buona Novella” di De Andrè?
Si… Secondo me è quello è uno degli album fondamentali per chi vuole confrontarsi artisticamente con i vangeli o comunque con l’esperienza cristiana in generale. Io non riesco ad essere sottile come è stato De Andrè. E poi in “La Storia di Caino”, il rapporto tra i vari personaggi è più fisico, più terreno.

Molte recensioni che ho letto sottolineano il fatto che con “La Storia Di Caino” hai ormai consacrato uno stile completamente tuo. Cosa ne pensi?
Sicuramente ho le idee molto più chiare rispetto ad alcuni anni fa. Spero di cambiare ancora. Cerco sempre di non vedere le cose che faccio come un punto di arrivo. E’ sempre una ricerca dello stupore. Mettersi in discussione continuamente. Non dare mai per scontato che tu abbia trovato una tua formula, una tua capacità stilistica.

Come lavora John Parish?
E’ molto deciso e molto discreto allo stesso tempo. Sa condurre il carro dove vuole lui. Sempre con grande rispetto per quella che è l’idea originaria dell’autore. Ha questa capacità di metterti a tuo agio anche quando ti impone di rinunciare a delle cose, io mi sono sempre trovato bene a fidarmi di lui.

Parliamo de “Il Fiato Corto di Milano” come ti trovi qui?
Io non so come è stata interpreta dalle persone, sento dire che è stata percepita come un’invettiva nei confronti della città e invece non è vero. Anzi, sottolineo la complicità con la città e con questo suo dolore che prova nel vedere cosa succede in giro, nel sentirsi stanca, nel sentirsi col fiato corto.

Vuoi farla saltare in aria…
No, no, non è proprio così (ride, NdA). C’entra con il clima in cui abbiamo vissuto negli ultimi anni, dell’attentato incombente. Volevo dire che non possiamo meravigliarci se un giorno ci faranno saltare in aria, appunto perché ce la siamo cercata, ma noi, persone, non i milanesi. Credo che, in generale, l’occidente si sia cercato quello che adesso sta subendo. Volevo sottolineare che se un giorno avremo di nuovo la guerra in Europa questa cosa non mi stupirà, dunque nessuno potrà dire: io non lo sapevo, io non ci ho messo una mollica… Di contro ho voluto usare Milano perché mi sembrava una città abbastanza rappresentativa di quello che è un certo tipo di Europa, un certo tipo di Italia.

Ormai è parecchio che Milano è ritornata ad essere un argomento sfruttato in molte canzoni. Spesso è descritta come la città dove si vive peggio…
Ma chi dà contro a Milano?

Gli Afterhours?
Ma nell’ultimo album? A me non sembra…

Per me sono riusciti a sfruttare molto bene questo sentimento diffuso che riguarda Milano. Non pochi giornalisti hanno interpretato i nuovi testi come una critica alla città. Ovvio, ritengo che Manuel Agnelli sia un persona molto intelligente, capace di dire cose difficilmente interpretabili in maniera univoca.
Mi sento di difendere Manuel perché i testi li abbiamo scritti insieme, o perlomeno ci abbiamo lavorato insieme. Ti posso assicurare che Manuel adora questa città in maniera viscerale. Credo che il tipo atteggiamento… che la rabbia venga dalla perdita di Milano. Dal fatto che le persone se la fanno scappare di mano questa città.

“Siamo la carne dei nostri cannoni” (da “Il Fiato Corto Di Milano”, NdR) è la citazione di un testo di Agnelli (“Neppure carne da cannone per Dio”, NdR)?
Io l’ho scritta prima (sorride, NdA). Sai, con Manuel può capitare.

Come la vedi la nostra scena cantautorale?
Ma c’è una scena cantautorale italiana (ride, NdR)?

Alcuni nuovi nomi si stanno facendo notare.
Io ho sempre questo problema con la parola cantautore… Credo che ci siano delle persone scrivono davvero molto bene. C’è Alessandro Grazian, c’è Marco Parente, c’è Paolo Benvegnù. Credo che il livello stia crescendo moltissimo. Il problema è capire quante possibilità hanno queste persone, me compreso, di far sì che il loro lavoro venga riconosciuto, apprezzato e distribuito. Quanto può arrivare alla gente, quanto la gente è messa nelle condizioni di potere ascoltare questa roba, capirla…

Secondo te dove sta l’ostacolo?
C’è una completa distanza tra la gente e le cose che si propongono.

Hai ragione. In Italia ci sono gruppi che hanno scritto canzoni veramente popular, che potrebbero piacere a tutti, ma che sono ancora considerate di nicchia. E’ sempre più difficile arrivare alla gente comune.
Si perché la gente non sa quello che succede. E’ stata abituata da anni di appiattimento culturale in campo musicale e la responsabilità è assolutamente delle multinazionali. Hanno avuto una politica assassina, sono stati degli stragisti, hanno azzerato il livello di interessamento della gente dandogli caramelline da prendere, scartare, mangiare, buttare la carta e passare al prossimo pacchetto. Questo è quello che è successo negli ultimi 25 anni, se non 30 anni, in Italia. E giustamente è difficile per chi vuole ripartire, sperimentare un linguaggio, chiedere alla gente di impegnarsi nell’ascolto. Mi sembra un lavoro P2ista. Perché una popolazione che non ha stimoli e non ne vuole è molto più facile da prendere a calci nel culo, su quello non c’è dubbio. Non credo che le major l’abbiano fatto con questo interesse, l’hanno fatto per creare un mercato su cui investire quotidianamente con la loro merda. Di contro diventa più difficile organizzare i concerti perché i gestori dei locali non vogliono rischiare sui gruppi che non gli garantiscono grandi affluenze di pubblico. Per quella che è la mia esperienza: a metà anni ottanta si era creato un rapporto di fiducia fra la musica e la gente. I concerti venivano frequentati in quanto eventi di un certo tipo. Io sapevo che ogni giovedì al locale X c’era un concerto e ci andavo a prescindere di chi suonasse.

Sei il primo a non demonizzare il mezzo internet.
Per cosa? Perché la gente si scarica la musica e non compra più i dischi? Alla fine internet è l’unico posto dove trovi le cose che di solito non senti mai. E’ la solita questione: troviamo un nemico utile. Io vorrei trovare un solo musicista che ha il coraggio di dire a me, in faccia, che lui non vende più dischi per colpa di internet. E’ una menzogna, non è vero…

Ma tu li vendi i dischi?
Io l’altro giorno su Emule ho trovato tutti i miei dischi. A me non me ne fotte un cazzo, mi fa piacere che la gente se li scarichi. Perché non ho vendite enormi, mi interessa molto di più che la gente abbia i miei dischi. Anche se vendessi 20.000 copie ogni volta mi arricchirei. Che cavolo me ne frega. Per cui su quelle 20.000, che poi non le vendo 20.000 copie ma facciamo finta, se di quelle 20.000 me ne mancano 1.500 a me cosa importa. Il problema è: perché la gente scarica? Perché, sarà un luogo comune ma è vero, i dischi costano troppo. E poi scaricano perché non hanno più un rapporto affettivo con l’oggetto disco. Scaricano una serie di robe e poi manco le ascoltano, le lasciano sul computer. Non c’è più quella specialità…

Cosa ne pensi della carta stampata? Ormai è un settore in crisi.
Non so non compro riviste di musica da tanto tempo. Credo che stiano anche un po’ pagando il cattivo servizio che hanno fatto alla musica italiana.

Credi sia colpa loro?
Si, credo di si. Hanno ignorato troppa roba che per me andava aiutata. Nel resto del mondo la stampa nazionale è attenta a quello che succede sul territorio. Se no non si spiegherebbe che gruppi inglesi assolutamente sconosciuti… (“Cesare è pronto. Arrivate?”, ci chiamano dalla cucina, NdA). Abbiamo finito… Io non so quanto la nostra stampa ha supportato la musica indipendente. Non ha potuto farne a meno dei gruppi più grossi. Non possono non parlare degli After, se lo meritano pure. Non possono trascurare i Subsonica. Io ho visto dopo 20 anni una copertina a Paolo Benvegnù e sono rimasto così… ma dovevate dargliela già 10 anni fa la copertina a Benvegnù! (Alza la voce, NdA)

Fino a quando scriverai canzoni?
Fino a quando me lo chiederanno loro di essere scritte.

Commenti (2)

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  • SovietStudio 20/05/2008 ore 00:40 @sovietstudio

    quest'uomo è un grande.

  • Giulio Pons 08/10/2009 ore 17:51 @pons

    Sì. bella intervista.

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