H.e.r. (Erma Castriota) - Milano - Festa dell'Unità, 27-08-2005 Intervista

10/09/2005 di

Ermanno Castriota, Erma Castriota, H.e.r.: sono i tre nomi di un’unica persona in divenire, nel suo corpo e nella sua arte. Parlo della violinista elettrica più famosa d’Italia, che vanta nel suo curriculum ruoli teatrali (Die Die, my Darling), partecipazioni a colonne sonore (Figli d Annibale, Viol@ ), comparse in film (Mater Natura), collaborazioni musicali (Nidi d’Arac, Teresa De Sio), aperture per artisti internazionali (Marc Almond) ed ora anche un neonato progetto solista (H.e.r.).

Incontrata in un piovoso sabato alla Festa de l’Unità di Milano e, dopo aver assistito alla sua esibizione in duo con Alessandro Castriota Scanderbeg, alle tastiere, le ho domandato tutto quello che il web non aveva ancora osato chiedere.



Lavorare in teatro e comporre colonne sonore sono considerati punti d’arrivo per molti. Tu, invece, hai iniziato dove altri arrivano col tempo. Come mai?
(Sorride, n.d.r.). E’ vero! Ho iniziato a 22 anni, appena finito il conservatorio, componendo le musiche de “La bottega del caffè” di C. Goldoni sotto la direzione del capocomico Leopoldo Mastelloni. L’anno successivo ho messo in musica “I dialoghi mancati” di A. Tabucchi con Roberto Herlitzka.

Da lì è iniziata tutta una serie di altre esperienze nell’ambito del teatro di ricerca con la firma dell’Accademia degli Artefatti, come ad esempio Die Die, My Darling, uno spettacolo che ha avuto due anni di programmazione.

Quest’anno ho lavorato a due progetti: Craj, film di Teresa De Sio in cui firmo un brano al violino che si chiama Domani, e Mater natura di Massimo Andrei, opera prima di un regista napoletano inserita nel programma della Settimana Internazionale della Critica nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Complimenti! Quindi a Venezia avrai in cartellone due film!
Craj lo conosciamo: è uno spettacolo di Teresa De Sio - con Giovanni Lindo Ferretti - che ha già girato la nostra penisola. Raccontaci qualcosa di questo Mater Natura; c’è anche Vladimir Luxuria come attore…
Recito un po’ me stessa; ho un ruolo non importantissimo, ma dà carattere e colore alla pellicola: in un bellissimo palazzo napoletano del ‘700 canto durante un party. Massimo Andrei, il regista, tratta l’argomento dell’identità transessuale in maniera sana ed intelligente: i sentimenti sono ben delineati, senza troppa autocommiserazione, e le cose vengono descritte nella loro complessità ma in modo semplice. Ne sono entusiasta, è un bel lavoro!

Di tutti i progetti a cui hai partecipato quale ti ha dato di più musicalmente?
E’ difficile dirlo. Adesso sono molto coinvolta nella tournee di A sud! a sud!. Oltre che essere un grande impegno in termini di tempo, lo è anche emotivamente. Proprio oggi è morto Matteo (Salvatore) e ne sono scossa. Siamo diventati come una famiglia. Teresa mi ha voluta con sé scegliendomi consapevolmente.

Com’è nato il rapporto con lei?
E’ stato nel 1999 dall’idea de La notte del dio che balla, una non stop di musica folk. Teresa De Sio venne a suonare a Cosenza in un’estate caldissima, io suonavo coi Nidi d’Arac. Lì mi ha vista e sentita e da allora è nata questa collaborazione che è continuata nel tempo, per fortuna!

E come mai hai chiuso coi Nidi d’Arac?
Perché il mio linguaggio ed il loro non coincideva più. Di conseguenza era una strada che si chiudeva… non c’era più comunione.

Quanto della tua fisicità entra nella tua musica e com’è mutata la consapevolezza di te, della tua arte? I cambiamenti di nome in che rapporto sono con la tua storia?
Eh, questa è una bella domanda! Sono nata Ermanno. Al “Festival di Recanati” nel 2001 ho presentato il progetto H.e.r., ma come concorrente ero ancora Ermanno.

Dopo il cambio di sesso per i miei amici sono Erma ma artisticamente mantengo questo acronimo, H.e.r.. E’ semplicemente un diminutivo di tutti questi nomi, al di là di qualsiasi stronzata o ragione che è stata detta da me, da altri, o magari attribuitami.

E com’è cambiata la tua musica?
La musica è diventata molto più suonata. Io vengo dagli anni ’90, dall’underground. Sono stata forgiata dai Nidi d’Arac: qui l’esperienza elettronica era molto forte. Ho fatto anche la dj nei party e nei rave in Svizzera. Tutto questo mi ha portata a dare una consistente importanza all’uso del computer ed alla programmazione preesistente alla musica.

Conoscendo il pianista Alessandro Castriota Scanderbeg mi sono rimessa in discussione: suoniamo in quartetto con Giovanna Famulari al violoncello e Simone De Filippis al basso ed al synth analogico. La cosa interessante è che il progetto funziona anche quando siamo in duo, Alessandro ed io.

Ho accantonato i colori elettronici per fondare il nuovo carattere sulle armonie, sulla musica suonata, sul virtuosismo, sugli assoli e sull’esperienza jazz di Alessandro che in qualche modo mi ha influenzata.

Una cosa che colpisce ascoltandoti come H.e.r. è come usi la voce. Ci vuole un po’ di tempo per metabolizzare il tuo cantato
Essendo fondamentalmente una musicista, uso la voce come uno strumento; questo va forse a discapito di un certo tipo di linearità, anche se personalmente non mi sembra. Mi piace giocare con la melodia. So che la fruizione potrebbe risultare più difficile, almeno ad un primo ascolto. Penso comunque che l’energia - il feeling che si instaura attraverso la totalità dell’esibizione - sia altrettanto importante in un progetto.

Oggi mi sono sforzata molto; la mia dimensione ideale è il teatro, perché sono cresciuta in quest’area.

In teatro non vola una mosca; alle feste della taranta il pubblico ricambia e moltiplica l’energia dei musicisti con danze sfrenate trasformando l’evento in una sorta di rito. Come riesci a vivere la musica in modi così diversi?
Non penso che quella del teatro sia una fruizione passiva; non penso che esista in generale una fruizione passiva della musica; esiste una manifestazione più o meno coinvolgente e coinvolta. Può anche succedere che, non venendo trascinati da una cellula ritmica, comunque il godimento avvenga lo stesso al di là della reazione fisica. È impossibile che un pezzo che non ha un appeal ritmico piuttosto che armonico o melodico sia necessariamente respingente; viene comunque fruito.

Certo, io fisicamente continuo a viverla: perché quando canto continuo a muovermi e a suonare come se facessi le cose che faccio normalmente. Non cambio atteggiamento. Questo non vuol dire che non ascolto gli altri. Suonare è fondamentalmente un dare; il ricevere è importante però devo dire che, per esperienza, il ricevere tanto delle volte può essere zero: ho suonato al "Primo Maggio" la prima volta con Teresa De Sio nel 2000, se non sbaglio, davanti a 500 mila persone, sopra un palco enorme ed avevo la sensazione di non avere nessuno di fronte, è una cosa stranissima, una sorta di annullamento.

Che progetti hai per il dopo Venezia?
Sono in trattativa per una parte teatrale e per la scrittura musicale dello stesso spettacolo. Sono scaramantica e non voglio parlare. Posso dire solo che si tratta di un’opera di Shakespeare.

Molti se lo chiedono per cortesia, toglici un dubbio: normalmente quante corde del violino rompi a concerto?
(Ride, n.d.r.) Per fortuna di corde se ne rompono poche perché altrimenti non potrei più continuare a suonare! Suonando il violino in una maniera molto ritmica, succede piuttosto che i crini vengano stimolati di più alla rottura: mediamente anche dieci!

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Il programma di Brunori SAS per Rai 3 inizia a marzo