Disco Drive - Milano - Jungle Sound Studio, 16-10-2007 Intervista

17/12/2007 di

(I Disco Drive - Foto di Graziano Mannu)

Finito l’interesse per l’ondata post Rapture e, più in generale, per il punk funk, ci si domandava che fine avrebbero fatto i Disco Drive. Loro hanno risposto con l’uscita di “Things to do today”, un album che rimescola le carte e riporta la palla al centro. E’ la conferma che i tre hanno ancora voglia di mettersi in gioco cambiando strada continuamente, di questi tempi è la cosa migliore da fare. L'intervista di Sandro Giorello.



Soddisfatti di questo disco?
Jacopo: Si.

Alessio: Io non lo posso dire al 100%. Adesso, riascoltandolo, avrei cambiato alcune cose. Cose tecniche intendo, come la batteria in un certo pezzo o alcuni riff di chitarra in altri. Poi avremmo potuto togliere determinati brani per cercare di dare una forma più unitaria a tutto l’album. E’ come se avessimo fatto convivere più anime. Io avrei tolto, ad esempio, le canzoni più legate al passato.

Matteo: Ovvio, non conosco nessun gruppo che dopo aver ultimato un disco resta soddisfatto al 100%.

J: Nessun rimpianto.

A: In realtà abbiamo tenuto fuori dei pezzi che potevano portare l’album più verso questa nuova forma pop che stiamo sperimentando. L’unico rimpianto è stato quello di aver avuto un po’ di paura: poteva essere un disco completamente diverso da quelli precedenti, invece abbiamo scelto di mantenere un certo legame, seppur sottile, con il passato.

J: C’è un pezzo che uscirà solo sulla versione giapponese (“Pull the plug”, NdR) che è poi l’inedito che vi abbiamo dato per il promo digitale… quel brano rappresenta bene che cosa sono i Disco Drive oggi, ma al momento di registrarlo non eravamo ancora del tutto convinti dell’arrangiamento e abbiamo preferito lasciarlo fuori.

Secondo me questo è il miglior disco pop che avete mai fatto. Temo, però, che rientri in quella nicchia degli album che richiedono uno sforzo in più per essere capiti. Non sarà troppo difficile?
J: E’ una bella nicchia.

A: E’ una cosa che volevamo fare, essere pop ma in una maniera più strana. “What’s wrong with you people” (uscito su Unhip nel 2005, NdR) era basso, chitarra e batteria. Era diretto, quasi punk. “Things to do today” è più maturo. Per rispondere alla tua domanda: se riuscissimo ad essere inquadrati come un gruppo che fa del buon pop sarebbe già una conquista.

J: Ma… facci qualche nome?

Non saprei, il primo che mi viene in mente è Why? ma ce ne sarebbero moltissimi altri. Intendo quegli artisti che riescono a scrivere melodie bellissime e assolutamente orecchiabili pur non rimanendo nella forma “pop” canonica.
J: Si, sono d’accordo. Non mi riferisco solo a Why?, intendo quel tipo di sensibilità, quella voglia di fare roba sperimentale ma senza dimenticarsi dell’aspetto popular della musica.

M: Arrivare al pop in un altro modo, più trasversale.

A: Per me i The Fiery Furnaces sono pop, però non li metterei vicino a Amy Winehouse.

J: Però se ascolti un loro disco le melodie te le ricordi tutte…
A: Però devi ascoltarle un bel po’ per capirle…
J: Certo, ci vuole impegno (ridono tutti, NdA).

Non vi fa paura esser descritti come “intellettualoidi” o “sperimentali”?
A: No, sono due parole che ci rappresentano. Essere intellettuale non è una cosa negativa se te la vivi bene (ride, NdA). L’ho sempre considerato un complimento.

J: Lo consideri un complimento per un gruppo maturo, serio.

A: Esatto. Quello che abbiamo sempre voluto è diventare un gruppo serio, non un gruppo da dance floor che dura quattro stagioni e poi scompare.

Ma continuate a definirvi un gruppo punk…
J: Un gruppo punk nel 2007 non può suonare come i Ramones, il gruppo punk del 2007 sono i Deerhunter.

A: Abbiamo suonato con i Misfits un mese fa e ti assicuro che quello non è più punk.

M: Era uno spettacolo raccapricciante.

J: Il punk sono i Liars, sono quei gruppi…
A: …quei gruppi che, tendenzialmente, fanno quello che vogliono. Abbiamo sempre ascoltato tanti tipi di musica, era così già ai tempi dei primo disco ma non è emerso in maniera evidente. Adesso abbiamo voluto sottolinearlo. Ci piace fare pezzi alla Animal Collective ma anche le canzoni con la cassa dritta, questa volta abbiamo unito le due cose. Questo è punk.

“Things to do today” ha davvero poco in comune con i vostri precedenti lavori. Nonostante questo, nelle ultime recensioni che ho letto, la definizione “punk funk” continua ad essere usata. Secondo voi come mai?
A: Secondo me molta gente non era pronta a recensire un disco così, molti si aspettavano ancora una roba alla “What's Wrong With You, People?”. E poi penso che la definizione "punk funk" sia troppo stretta.

Cosa fa funzionare questo disco? Cos’è che tiene insieme tutte queste mille influenze?
J: Secondo me il fatto che sono, appunto, mille e tutte diverse.

A: Non penso, sinceramente, che ci sia così tanta roba in questo disco, basta ascoltarlo dimenticandosi del passato dei Disco Drive, o meglio, ricordandosi i nostri concerti. Fin dai primi concerti ci siamo aperti ad un’attitudine più free, un’attitudine che sui dischi non emergeva a dovere. Adesso con “Things to do today” siamo riusciti a fare un album che rappresenta anche la nostra anima live. E poi funziona perché ci sono le canzoni. C’è un pezzo come “Find me animal” che è completamente impostato sulla voce. Prima i pezzi erano incentrati sulla potenza, sul ritmo. Adesso ci sono brani che puoi anche cantare.

E com’è “Things to do today” dal vivo?
M: Buono (ridono tutti, NdA). All’inizio eravamo un po’ impauriti. Non siamo un gruppo che suona sulle basi, o almeno, non lo avevamo mai fatto prima. Dopo un po’ che ci provi, però, capisci che non è così difficile.

A: La prima volta che ci siamo trovati su un palco a fare “Finger and nails” non ci siamo sentiti a nostro agio. Bisogna concentrarsi più sulla melodia rispetto al tiro o alla grinta che ci devi mettere.

M: Guarda… I primi concerti che ho fatto con loro (Matteo suona nel gruppo da circa un anno, NdR) scendevo dal palco che puzzavo come un maratoneta. Quando abbiamo iniziato a suonare le nuove canzoni è stato subito diverso, per me è molto meglio così… prima c’era solo l’aspetto più “fisico” adesso c’è anche dell’altro.

J: E’ anche vero che prima i nostri concerti non superavano mai la mezzora, dovevano essere un cazzotto nello stomaco e finire in fretta. Adesso suoniamo di più: un’ora di cazzotti nello stomaco non puoi permettertela…
A: Troppo alla Misfits… (ridono tutti, NdA)
J: E’ meglio dare un respiro più ampio a tutto lo spettacolo.

M: Esatto, stiamo imparando a dare un ritmo al nostro live: prima era semplicemente “da 0 a 100 in 10 secondi”.

E quando avete aperto ai Klaxons? Com’è avere davanti migliaia di ragazzine esagitate.
A: E’ stato figo. Arrivavamo da un tour in Inghilterra, eravamo a pezzi, con la febbre, io mi ero beccato un herpes.

M: Si, io avevo passato la febbre a tutti e a lui era venuta una cosa ad un occhio.

A: E poi eravamo reduci da una serie di date dove sentivamo che mancava qualcosa, ributtarsi in una situazione come quella del Rolling Stone, con 2000 persone davanti, è stato terapeutico. In situazioni di questo tipo ti arriva una botta di adrenalina allucinante.

J: Perché ti mettono sul palco, spengono le luci, senti solo la gente che urla… è una cosa che a noi non capita spesso.

Sembra che non riusciate a raccogliere le attenzioni della stampa. Non dico che i giornali non parlino di voi… ma continuate a ricevere solo piccoli spazi, come se il vostro fosse ancora un gruppo emergente.
A: Ci aspettavamo un po’ più di attenzione. Con questo disco sia noi che Giovanni di Unhip ci sentivamo in diritto di ricevere più attenzione. Lo so che può sembrare arrogante ma, secondo me, è vero. Non ci sono tanti gruppi come noi in Italia e questo disco ha ottenuto solo recensioni positive.

J: Una cosa che abbiamo notato è che tra le riviste di settore manca la voglia di rischiare e dire: “puntiamo una volta tanto su questi”. E’ una cosa che Blow up ha fatto dando la copertina ai Bachi da pietra ma è anche vero che spesso Blow up spinge gruppi molto sperimentali e, a volte, hai la sensazione che lo faccia solo per essere il primo ad aver scoperto il nuovo “fenomeno strano”.

A: Ma a prescindere dalle varie testate… io preferisco avere una recensione che mi stronchi duramente piuttosto che vedere recensito il mio disco benissimo senza poi aggiungere altri approfondimenti.

Secondo voi dipende dal fatto che ormai il momento punk funk è più che passato?
A: Si, ok, ma allora perché continui ad esaltare così tanto l’album. Ti faccio un esempio: nella recensione di Rumore viene scritto che il nostro disco è più bello di quello nuovo dei Liars, allora perché fanno l’intervista ai Liars e non a noi? Se i Liars non ti piacciono più allora non intervistarli. E’assurdo…
J: Hai la sensazione che se fossimo stati un gruppo americano ormai una copertina l’avremmo già ottenuta. Con il fatto che siamo italiani tutti ci fanno i complimenti ma non rischiano nulla di più.

A: Non siamo arrabbiati, ci aspettavamo solo qualcosa in più. Siamo molto contenti dell’attenzione del pubblico: al momento tutti i concerti che abbiamo fatto sono andati benissimo. Mi sono piaciute più le frasi sentite dalla gente che quelle lette nelle recensioni. Anche in quella di Rockit, certo, non voglio mica fare l’ipocrita. Mi sembra che la gente normale senta meno il bisogno di incasellare i dischi nelle definizioni e nei generi musicali.

J: Ti faccio un altro esempio: i live report del nostro concerto con i Klaxons. Tutti hanno dedicato l’intero articolo ai Klaxons, parlandone male per altro, e hanno scritto poche righe, letteralmente entusiastiche, su di noi. Secondo me l’onestà di un giornalista dovrebbe essere dire: “I Klaxons hanno fatto schifo, adesso vi parlo dei Disco Drive”
A: E poi c’è questa cosa incredibile: i giornali, da subito, ci hanno trattato come un gruppo già “arrivato” che non aveva bisogno di promozione. In realtà non c’è mai stato un vero articolo su di noi, sono stati pubblicati solo piccoli trafiletti o mini interviste.

J: Oppure all’opposto, veniamo ancora considerati un gruppo emergente. Non pensavamo di essere messi nuovamente in “fuori dal Mucchio” di Mucchio Selvaggio. Ci eravamo già finiti con il primo disco, pensavamo, ormai, di essere una band come tutte le altre.

A: Vuol dire ghettizzarsi da soli, voler credere che la roba italiana non sarà mai di un livello paragonabile alle produzioni estere. E’ certo che, se si ragiona così, la musica italiana non crescerà mai.

E’ ormai da parecchio tempo che gira questa voce: il fenomeno indie è agli sgoccioli. Voi che ne pensate?
M: Non sei il primo che ce lo dice. Ok, hanno deciso che l’indie è morto.

A: Secondo me non c’è mai stata una vera scena indipendente italiana, parlo proprio di scena che possa considerare un buon numero di vendite e un grosso pubblico che va ai concerti.

J: Per me è sempre stato un ambiente ristrettissimo e claustrofobico.

A: Ma tu parli di morte dell’indie perché adesso l’indie è di tutti, o cos’altro…

In realtà intendo dire: sembra che, adesso, il pubblico sia colpito più dall’aspetto estetico dell’indie (la frangetta, le All Star, le spillette) rispetto alle vere basi su cui è nato (l’attitudine D.I.Y, il voler cercare alternative musicali nuove e belle).
J: Sinceramente è un argomento che non ci ha mai toccato. Per me l’indie può essere una moda se ci si limita a vestire come le band inglesi che ci sono sull’NME. Ma a nessuno di noi tre interessa vestirsi così. Sarebbe interessante, invece, se un gruppo indipendente italiano facesse il botto vendendo migliaia di migliaia di copie.

A: Siamo ancora ai livelli che i Giardini di Mirò faticano a vendere, idem per i Perturbazione. Sinceramente ci speravo che i Perturbazione andassero a San Remo.

J: Io ho sempre tifato per gli Amari.

Non si vendono più dischi. Voi ci proponete: un vinile super elaborato - immagino costosissimo - e 45 giri solo per il mercato inglese. Ma che strategia è?
J: E’ la strategia di riportare il disco al suo status di oggetto. L’album, se lo vuoi, te lo scarichi da internet. Se vuoi però avere un oggetto in casa, qualcosa che ti duri tutta la vita, allora ti compri un vinile.

A: Che poi questo calo di vendite lo si vede a livello mainstream e non tanto tra la gente che compra dischi per passione. Io sono uno che ha comprato sempre tantissimi dischi, adesso ne compro meno perché ho meno soldi, avessi uno stipendio ricomincerei a comprarli. Chi era appassionato di vinili 5 anni fa continua a comprarli anche adesso. Lo vediamo ai nostri concerti, 5 anni fa i nostri vinili andavano più che bene, adesso le vendite sono scese un po’ ma non si sono fermate: se prima ne vendevamo 10 a serata adesso ne vendiamo 7. Invece, adesso, su 10 ragazzini che ascoltano Gwen Stefani quanti sono quelli che si comprano realmente il cd?

Altre idee per risanare la crisi discografica?
A: Ehm… Effettivamente non si vende più un cazzo (ridono tutti, NdA)

Bisogna fare cose più particolari per attirare meglio l’attenzione, ad esempio gli Ep?
A: Ma, in realtà ci siamo resi conto che l’Ep non è un formato così richiesto. Gli album hanno venduto parecchio, ma il nostro precedente Ep (“Very EP”, 2006, NdR) non ha fatto molto.

J: Adesso il disco nuovo sta andando molto bene, sempre se lo fai rientrare in un quadro generale abbastanza critico. Audioglobe ci ha detto che ogni anno le vendite sono diminuite di circa il 15% ma che per quest’anno prevedono un calo del 40%. E’ impressionante. Ma credo sia una cosa abbastanza fluida, non si sa cosa succederà ma in qualche modo si continuerà a fare musica. Secondo me una grossa fetta di gruppi passeranno al free download, altri rimarranno ancorati ad un pubblico di fan più fedeli che continueranno a compare i dischi “veri”. Non saprei però fare grosse previsioni…

Ho sentito che è già pronto un vostro nuovo disco e che uscirà tra 6 mesi…
A: Eh eh. Il sogno è quello ma non so davvero se riusciremo a farlo.

Non siete stati un po’ troppo “lenti” in questi anni?
J: Non siamo stati lenti.

A: Per il primo disco si, dai! Non dovevamo metterci tutto questo tempo.

J: Sono tempi fisiologici, anche per “Things to do today” abbiamo ritardato l’uscita di 4 mesi, ma sono tutte cose inevitabili. Ti prefissi delle scadenze ma poi non ti costringi a lavorare male solo per rispettare le scadenze. Essendoci sempre pochi soldi, fare le cose nel modo migliore possibile significa anche prendersi più tempo quando serve. Però, sì, ci piacerebbe fare un disco nuovo a breve.

Quali sono gli obiettivi dei Disco Drive?
A: Andare avanti, cambiare strada continuamente, fare casino. Avere sempre più gente che viene ai concerti esclusivamente per te. E’ importante: inizi ad avere la sensazione che la gente non ti capiti davanti per caso, sono persone che ti seguono e che conoscono i tuoi dischi. E’ bello, che siano 20 o 600. Ti da un senso.

J: E dal momento che spesso ti chiedi che senso abbia fare la vita del musicista, soddisfazioni di questo tipo ti aiutano parecchio.

Facendo il vostro lavoro si imparano molte cose, qual è l’ultima da aggiungere alla lista?
A: Che è un lavoro, appunto. Sono in pochi a capirlo.

J: Tutti credono che il grosso sia imparare a fare la rock star e diventare famosi. Per prima cosa è una passione e devi seguirla a tempo pieno. Chiunque non sia determinato al 7000% dopo un paio di mesi ritorna al benamato posto fisso e allo stipendio che arriva ogni mese.

A: Cinque anni fa ero un’altra persona. Ti posso dire cose più stupide: impari a mangiare di tutto. E meno stupide: inizi a capire cosa è davvero importante per te.

J: Inizi a dare più importanza alle cose, ti poni degli obbiettivi e fai del tuo meglio per raggiungerli.

Fate altro oltre a suonare?
A: No, magari qualche lavoretto infrasettimanale ma la maggiorparte del tempo suoniamo. Vuol dire vivere con quattro soldi. E’ triste però è così.

J: Anche perché non abbiamo più 18 anni e questa cosa iniziamo a sentirla. Vedere tutti i nostri amici che cinque anni fa erano dei cazzoni come noi mentre adesso sono laureati, hanno un lavoro, una casa. Prima te lo chiedevano i tuoi genitori, adesso, a 27 anni, te lo chiedi da solo: ma che cazzo sto facendo?

Commenti (6)

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  • Faustiko Murizzi 18/12/2007 ore 10:43 @faustiko

    ...su come i Disco Drive sono stati trattati (malamente) dalla stampa, ai tempi del primo disco c'era anche più d'uno che diceva fossero "fuori tempo massimo"... :(

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