IG (Gianni Maroccolo e Ivana Gatti) - Milano, M.A.9 Promotion, 21-09-2005 Intervista

10/10/2005 di

Foto da giannimaroccolo.com

Gianni Maroccolo quando parla sembra un fiume inarrestabile e impetuoso. Snocciola aneddoti e convinzioni profonde riguardo la sua musica, passata presente e futura. Ivana Gatti invece è più sobria e silenziosa, forse poco abituata al battage della stampa rock. Rimane appoggiata allo schienale del divano con le sue sinuose gambe accavallate, avvolta in una bellezza evidente e non aggressiva, e non scàlpita per parlare. Insieme fanno IG, che all’inizio stava per Ivana Gatti e poi, per casualità e per scelta, è diventato Ivana-Gianni. Con il monito, però, di evitare le definizioni chiuse. Fra le mille sigarette di Gianni, incontro il duo in un pomeriggio milanese di fine settembre. Il motivo, ça va sans dire, è parlare di “Resta”, la prima produzione discografica del combo, ma l’occasione è troppo ghiotta per non perdersi in digressioni storiche e riflessioni nei dintorni, dalle quale emergono verità scomode e opinioni forti. D’altronde, quest’anno i Litfiba compiono 25 anni. Mica una data a caso.

Qui la lettera puntualizzatrice inviataci da Marok



IG. Un progetto nuovo. Una storia strana. “Resta” sarà il vostro primo EP, ed uscirà solo on line. Come mai? I dischi non si vendono e allora tanto vale che gli artisti li mettano direttamente su internet?
Gianni: Beh, no... In realtà per questo mini-lp abbiamo deciso di fare le cose a piccoli passi. Io e Ivana ci siamo conosciuti ormai un anno e mezzo fa: la storia si è evoluta in maniera molto naturale, e quando abbiamo deciso di fotografare la nostra esperienza musicale abbiamo deciso di non esagerare con il lancio del progetto. Come vedi, la nostra è una situazione piccola. Non cerchiamo la pompa magna. Ci piace l’idea di venire qui a Milano e fare un paio di interviste, senza assilli. Ci sono miei colleghi che quando il giorno dopo devono fare interviste su interviste, beh, incominciano ad innervosirsi... lo prendono come un peso. A me invece piace chiacchierare e condividere la mia musica, perchè non lo faccio come mestiere e lo faccio senza esagerare. Comunque volevo precisare che in realtà questo mini-lp non sarà gratuitamente scaricabile da internet, ma sarà messo in vendita esclusivamente sul mio sito (www.giannimaroccolo.it, Ndr) e sul sito dell’etichetta che ha co-prodotto il lavoro (www.alabianca.it, Ndr). Poi probabilmente verrà anche stabilito qualche accordo di distribuzione tradizionale, ma – ti ripeto – a noi piacerebbe che la gente ci venisse a cercare: non c’è bisogno di martellare, meglio a piccoli passi.

Siete l’unione di due metà apparentemente differenti. Per esempio, Ivana, noi indie-rocker non avevamo mai sentito parlare di te. Come vi siete incontrati? Quando avete deciso di collaborare?
Ivana: Io nella mia vita musicale ho fatto di tutto. Dalla cover band alle lezioni di musica classica, dalle serate nei pub al piano bar. Ho passato una vita intera a crederci, a tentare di trovare la mia strada. Ero arrivata ad un punto in cui non riuscivo a capire che cosa veramente volessi fare, me ne uscivo da qualche contratto con produttori dance, che però non mi soddisfaceva più, come mondo. Così mandavo in giro le mie cose a varie etichette e produttori, ma non ricevevo mai risposta. Qualche tempo fa era un periodo in cui ascoltavo molto “Tabula Rasa Elettrificata” dei CSI. Così cercai nei crediti quelli che erano i produttori, per avere un loro contatto. Alla voce produzione artistica, però, c’era soltanto la dicitura CSI. Spulciai fra i nomi dei musicisti e il primo che mi colpì fu Gianni, forse per il cognome: Maroccolo, che evocava il Marocco. Gli scrissi e lui mi disse di spedirgli pure il materiale, che l’avrebbe ascoltato. Lo feci, ma dopo sei mesi non avevo ancora ricevuto risposta. Così gli scrissi di nuovo, questa volta un po’ irritata, dicendogli che alla fine era come tutti gli altri. Gianni mi disse che c’era stato un equivoco, che in realtà mi aveva risposto e mi consigliò comunque di spedirgli di nuovo il materiale. Lo ascoltò e mi disse che il mio mondo musicale non gli piaceva, ma che la mia voce era bella e c’era qualcosa che lo colpiva, ma non sapeva cosa. Dopo questo ci fu uno scambio di due-tre mail, molto leggere, non prettamente musicali. Si parlava tipo dei fiori, cose di vita. E dentro di me cresceva la voglia di conoscere questa persona che mi sembrava veramente interessante, umanamente e professionalmente. Sentivo che avevo bisogno di vederlo.

Sembra il racconto di una fan.
Ivana: Beh... io non sapevo dove sbattere la testa. Così andai a vederlo ad un concerto dei PGR, e fui veramente contenta di poter passare una mezz’ora con lui. Parlammo un po’ della mia musica, e Gianni mi disse che forse era ora di iniziare a fare cose mie, di crederci, di fare un passo avanti. E aggiunse che poi voleva sentire il mio materiale. Io allora – dopo qualche tempo – gli spedii dei miei testi. Non componevo che quelli: nessuna musica e nessuna melodia. Poi iniziai a fare anche qualcosa in quel senso, e passo dopo passo gli feci ascoltare tutto. Ad un certo punto Gianni si accorse che stava nascendo qualcosa di bello, e gli piacque l’idea di produrmi il disco. Così iniziammo a lavorare in questo senso: io l’artista, lui il produttore. Mi dava consigli sulla direzione da far prendere al pezzo, sugli arrangiamenti, sull’editing dei testi. Poi la cosa si confuse maggiormente, nel senso che Gianni entrava sempre più all’interno della composizione, e ormai non era più soltanto un semplice produttore...

Infatti, vi piace definirvi come progetto “work in progress”. In che senso?
Gianni: Nel senso che ci sembra autocastrante definirci in maniera definitiva. Io ho passato una vita a stare dentro quadrati precisi, ora con “A.C.A.U.” (il disco solista di Maroccolo uscito nel 2004, NdR) ho (ri)scoperto il fascino della collaborazione, dello scambio, della condivisione della musica. Per me questo è importante. Non mi interessa il resto. La musica è la vita, fatta di cose semplici, e semplicemente mi piace percorrere strade nuove assieme a persone con le quali posso tentare di dare il mio meglio. Con i CSI siamo arrivati ad un punto di rottura anche perchè c’eravamo auto-blindati. Non ci si pensava nemmeno a collaborare con l’esterno. Forse, se avessimo interagito di più con altri musicisti non ci saremmo sciolti. Ormai ho abbandonato quell’approccio esclusivo. E con Ivana mi sono trovato. Veniamo entrambi da momenti di vita simili: lei – permettimi, Ivana – stava forse diventando grande dopo un’adolescenza turbolenta, in cui sbatteva la testa un po’ ovunque cercando di capire che volesse fare; io invece uscivo da parentesi aperte e mai chiuse e non ero tranquillo. Questo disco ha un senso terapeutico per noi.

Quando un artista capisce che quella musica che ha avuto nei suoi confronti un senso terapeutico diviene pubblicabile, resa condivisibile agli altri? In Italia viviamo una situazione per la quale tutti pretendono di essere ascoltati, ma nessuno ascolta. Spesso i significati “personali” di un disco non bastano a renderlo tale.
Gianni: Hai ragione. Infatti è da un anno e mezzo che io ed Ivana suoniamo, e solo ora ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: fotografiamo questo momento, condividiamolo con gli altri. Io do molto valore alla musica: facciamo il più fortunato dei mestieri. E per me la musica è tutto: è vita, è esistenza di Dio. Io ragiono in questa maniera: essendo fortunato, ogni volta do il meglio di me. Quando do il meglio delle mie possibilità sono in pace con me stesso.

Permettimi una riflessione. Ogni musicista tenta ogni volta di dare il meglio di sè. Però non sempre questo basta, o no?
Ivana: Certo. Capita che quando sei troppo immischiato emotivamente in un progetto non riesci a capire bene che cosa sia di troppo e cosa no. In questo Gianni è stato fondamentale, perchè all’inizio la sua posizione esterna mi ha permesso di capire cosa tagliare, cosa cambiare, cosa aggiustare. Mi ha dato consigli sullo sviluppo dei testi, mi ha indicato quali secondo lui dovevano essere le parole da modificare per esprimere al meglio il concetto. E’ stato molto importante in questo.

Ivana, il titolo del pezzo che avete regalato in anteprima a Rockit – “Josephine” – porta la dicitura “A Giuni Russo”. E’ una dedica speciale?
Ivana: Giuni Russo è forse la voce più bella italiana di sempre. Io sono legata a lei in maniera molto profonda. Ricordo le volte in cui andai a vederla in Chiesa, in una piccola tournèe praticamente conosciuta solo dai suoi fans più affezionati. Era ormai stata abbandonata dalle scene musicali che chiacchierano. Mi lasciò una emozione grandissima, mi toccò le corde del cuore in maniera indelebile. Una sera così mi misi al pianoforte, pigiando dei tasti con molta naturalezza, e venne fuori questo motivo che faceva come “Jo-se-phine”, che è il francese per Giuseppina, e il vero nome di Giuni – anche se pochi lo sanno – era proprio Giuseppa Romeo.

Sembra quasi una preghiera. Perchè hai voluto dedicargliela?
Ivana: Perchè volevo ringraziarla per le emozioni che mi ha fatto vivere e per l’artista di grande umanità quale è stata.

Gianni, parlavi prima di questo nuovo corso di condivione musicale. Com’è andata l’esperienza con i Marlene? Vedo – leggendo la formazione che vi accompagnerà dal vivo - che per la prima volta sei riuscito a strappare Luca Bergia ai Marlene Kuntz!
Gianni: Già! (Ride, NdR) Credo che i Marlene siano arrivati ad una grande svolta. E’ ormai due album che stanno abbandonando quello che erano per diventare qualcos’altro, e io li stimo molto per il loro coraggio. Finalmente Cristiano canta, le musiche si sono aperte ed io – che avevo sempre vissuto a fianco al gruppo – ho finalmente avuto possibilità di suonarci. Non mi era mai successo, è stata davvero un’esperienza stupenda. E’ lì che ho potuto conoscerli meglio. Con Luca abbiamo trovato affinità musicali che non mi aspettavo, e quando gli ho chiesto se voleva essere dei nostri, subito si è entusiasmato! Per quanto riguarda i Marlene, credo che aprirsi agli altri non possa che stimolarli, per l’album che faremo...

...quindi sei ormai entrato in line-up?
Gianni: Questo non lo so. Faranno, faremo. Comunque collaborerò con loro, come al solito. Beh, la loro situazione mi ricorda quando dai CSI ognuno iniziò a fare anche proprie cose: è stimolante. I Marlene si stiano indirizzando verso la strada che abbiamo imboccato dopo i CSI: prendersi spazio all’interno di un progetto comune. Così Giorgio (Canali, NdR) fa le sue cose, io le mie, Giovanni (Lindo Ferretti, NdR) canta, collabora...

...scrive le lettere al Foglio...
Gianni: Eh si, anche quello.

Guarda che dopo vorrei parlare anche di questo.
Gianni: Prego! Beh, insomma, sai, stanno cambiando molto e hanno una grande voglia di mettersi in discussione. Quando sono entrato io in formazione non sapevano dove sbattere la testa, come approcciarsi al pubblico in questa nuova formazione. Così mi hanno chiesto di fare la scaletta, e io l’ho fatta. Da fan, mettendo tutti i pezzi che piacevano a me. (Ridiamo, NdR)

Cosa ne pensi di Giovanni Lindo Ferretti che scrive al Foglio?
Gianni: Penso che sia assolutamente legittimo che Giovanni scriva quello che vuole, anche riguardo temi di questo tipo. E’ un’uscita assolutamente in linea con quella che, da anni, è l’evoluzione del suo pensiero. Ti posso assicurare che a lui non interessa tutto il chiacchiericcio che si è creato attorno alla sua lettera. Anzi, credo lo faccia apposta: a lui piace provocare, gli sembra di essere utile ai fini della discussione. E’ per quello che è anche così veemente quando scrive: ha la speranza che le sue esternazioni possano far scattare qualche molla nello scambio di idee. E quello che non vuole, te lo assicuro, è che si parli di lui piuttosto di quel che dice. Però – c’è da dirlo – io gli ho rimproverato due cose, in quella lettera: il tono e l’eccessivo auto-citazionismo. Se il tono si spiega per i motivi che ho detto, in realtà però la sua parola rischia di essere strumentalizzata. Cioè rischia di essere preso come quello che ha cambiato sponda politica, e non aiuta la lotta. Questo è un approccio sbagliato.

Stupirsi di un’evoluzione di pensiero del genere mi sembra dimenticare l’ultimo Giolindo. Adirarsi per la legittimità o meno del suo intervento mi sembra sterile laicismo.
Gianni: Io sono d’accordo con te. Non devo necessariamente condividere la posizione di Giovanni, ma sono contro l’accanimento nei suoi confronti. Non si può ridurre il suo messaggio a mera contrapposizione politica. Lui continua a dichiararsi catto-comunista pur dichiarando di essere stato fregato da tutto quello in cui credeva: il partito, l’ideologia, la storia. Se oggi si espone in questa maniera è perchè sta riformulando in maniera più netta il suo pensiero. E il Foglio oggi è il giornale per chi ha vissuto l’epopea comunista in quella maniera.

Come Ferrara. Prima PCI, poi gli applausi di CL.
Gianni: Si, più o meno sì. E c’è da dire che, alla fine, il Foglio è uno dei pochi giornali che porta avanti un discorso culturale serio. Magari non condivisibile, ma serio.

E Giorgio Canali che ne pensa?
Gianni: Giorgio è come me. Discutiamo sui contenuti. Forse lui ha l’immagine del sinistroide più duro e puro perchè incazzato e iperbolico, però in realtà è anche quella soltanto un’immagine che non si può banalizzare a mera lotta politicante.

Sul sito vieni presentato come “uno dei musicisti che rappresenta a pieno titolo 25 anni di musica italiana di qualità indipendente”. La domanda sorge dunque spontanea. Quest’anno i Litfiba – precisamente l’otto settembre – compiranno 25 anni. Che ne pensi? Te ne frega qualcosa?
Gianni fa una lunga boccata da una delle innumerevoli sigarette che ha fumato in questa lunga conversazione. Sta in silenzio con un ghigno sornione, allora incalzo.
Non sai che hanno anche pubblicato un disco di inediti? Si chiama “Essere o Sembrare”.
Gianni: Ah si? Bene... (Ridiamo, NdR) No, beh, per me i Litfiba sono morti tempo fa. Per me sono morti quando ho smesso di farvi parte, quelle dopo erano altre cose. Non so sinceramente cosa dire riguardo questo nuovo disco che non ho ascoltato o riguardo altre precedenti composizioni... non so davvero cosa dire... Io so solo che sono fiero di aver fatto parte di quella band, ma ogni volta che ci penso mi struggo per come le cose sarebbero potute andare e invece non sono andate, per colpa di quello là (il riferimento è ad Alberto Pirelli, storico – ed attuale - manager dei Litfiba, NdR). Eravamo veramene una band che poteva andare all’estero, poteva andarci per rimanerci, per lasciare il proprio marchio: facevamo concerti in Olanda, Francia, abbiamo suonato con i più grandi di fronte a migliaia e migliaia di persone, le riviste straniere parlavano di noi come la next big thing. E invece tutto è svanito.

Puoi dirci una volta per tutte come e perchè finì?
Gianni: Guarda, io inizio a parlarne solo ora che son passati un po’ di anni. Era il tempo in cui ci mancava un anno alla fine del contratto con l’IRA. Io mi ero stancato di una cosa: Pirelli poteva continuare ad occuparsi quanto voleva dei soldi, del management, di tutto; ma doveva smetterla di toccare i nostri dischi. In quel periodo la nostra roba girava parecchio all’estero e, grazie ad una ragazza che lavorava per noi fuori confine, il disco era andato a finire nelle mani di quelli dell’Island, l’etichetta degli U2. Che volevano produrcelo. Visto che mancava un anno alla scadenza, io dissi agli altri: “Ragazzi, guardiamoci attorno: possiamo fare il botto; se non vogliamo lasciare Pirelli, facciamo che gli affidiamo il management ma diamo il contratto discografico ad altri”. Beh, non erano così discordi da me. In fondo si aveva veramente la possibilità di sfondare, eravamo una band come nessun’altra. Così mi misi in moto per cercare un’alternativa, qualcun’altro che avrebbe potuto occuparsi di noi. Io poi non so cosa successe, ma qualcuno – non so chi, non l’ho mai saputo e forse non lo saprò mai – non resse il gioco e confidò tutto a Pirelli. Il quale, ovviamente, trasalì. E siccome aveva una retorica e una dialettica spaventose, cominciò ad agire secondo il divide et impera, cioè mettendoci gli uni contro gli altri. Capito quale era il tesoro del gruppo, cioè Piero, lo coccolava e lo adulava, assieme a Ghigo, che era altresì importante. In relativamente poco tempo la situazione si ribaltò, e quello che doveva essere la parte da sostituire, cioè Pirelli, divenne la vittima di una sorta di attacco di cui io ero l’autore. La situazione per me dunque era divenuta insostenibile, perciò io feci un ultimatum: o me, o lui. Dopo gli ultimi eventi, era chiaro che ad andarmene dovevo essere io. Perciò chiesi subito una liberatoria e me ne andai di corsa, via! Come poi tutti hanno potuto vedere, anche i Litfiba degli anni ’90 sono morti per lo stesso motivo, solo che Piero se n’è accorto molto dopo: ai tempi di “Infinito” - disco che tra l’altro a me piace tantissimo – lui e Ghigo avevano due management diversi... come fa una band a vivere se i due leader hanno due management diversi?!

Impossibile, è evidente. Ma quindi non è proprio ipotizzabile nemmeno una piccola reunion senza clamore, solo per fans, magari l’otto dicembre?
Gianni: C’era l’idea, anche solo per dedicare un concerto alla nostra storia e a Ringo (De Palma, il batterista dei primi Litfiba poi trovato morto in casa sua nel 1989, NdR), ma poi la cosa si è arenata. Probabilmente Ghigo e Piero hanno ancora troppi problemi fra di loro. Però è un peccato, non credi?

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