Umberto Maria Giardini (ex Moltheni) - Milano, Porta Ticinese, 10-02-2005 Intervista

18/02/2005 di

Giovedi 10 febbraio Milano è incredibilmente placida, ovattata, brulicante. Le targhe alterne zittiscono un po' le macchine e un gigantesco sole invernale bacia le paperette a galla dentro il Naviglio, blu. Porta ticinese sembra uno squarcio di Valencia. E' in questo contesto surreale che incontro Moltheni, reduce dall'affollatissimo concerto alla Casa 139 della sera precedente. Ci sediamo ad un tavolo di un bar fighetto sui Navigli, io cappuccino e lui the. Si inizia a discutere e si arriva rocambolescamente fino ai Marta sui Tubi. Lavreste mai pensato che Moltheni fosse un visionario Pippo Baudo dell'indie rock?



Partiamo dal concerto di ieri sera alla Casa 139: tantissimo pubblico, un'accoglienza molto calorosa. Te l'aspettavi?
Francamente si. Me l'aspettavo perchè conosco Milano che, insieme a Torino e Roma, ha una cultura musicale discretamente attenta.

Anche rispetto alla data che avevi fatto al C-side nell'ambito del Lotus Tour? Lì le cose non andarono così bene...
Beh, al C-side era diverso: il tour era iniziato da pochissimo, era la seconda data, e il disco era ancora in uscita. Ero sicuro di avere più attenzione in questo momento perchè il progetto è partito in maniera più sicura.

Proprio a questo proposito, cè da dire che ho notato su molti giornali un benvenuto vellutato nei confronti del progetto "Splendore Terrore". Tu con la stampa hai sempre avuto alterne fortune, dai fasti in senso negativo di Sanremo fino ad una rivalutazione ancora pacata con "Fiducia nel nulla migliore". Oggi ti senti finalmente capito?
Sinceramente non so se la stampa mi capisce o meno, ma una cosa è certa: il nuovo lavoro è stato, più che capito, tradotto in maniera esatta. E' un disco difficile, questo "Splendore Terrore", e dunque mi sto in qualche maniera accaparrando quella calorosità dei media che non avevo previsto, che non mi aspettavo. Da un certo punto di vista era prevedibile, ma da un altro non tanto. Quindi rimango un po' sorpreso, ma anche convinto che poteva essere il momento giusto.

Per quanto riguarda invece la calorosità di ieri sera, sicuramente le recensioni di queste ultime settimane del mio disco hanno aiutato moltissimo, soprattutto in una città dove si legge molto e si sta molto attenti alle vicende della scena alternativa. Ieri sera è stato il posto giusto al momento giusto, con i mezzi giusti e le atmosfere adatte. Siamo contentissimi.

L'arredamento della Casa in qualche maniera si avvicina molto all'atmosfera "da appartamento" che hai voluto creare per promuovere il tuo disco: chiamare la stampa in un luogo distante da quelli della promozione tradizionale - un appartamento di Roma, appunto - per proporre loro le nuove canzoni, e la scelta poi di riproporre dal vivo una situazione da cameretta con le lampade a luci soffuse. Sono scelte collegate alle atmosfere dell'album?
Sicuramente, ma non necessariamente. La scelta di creare una certa atmosfera con tappeti, abat-jour, anche un certo vestiario durante le esibizioni dal vivo, è legata più semplicemente alla voglia di farlo. Il fatto che si sposi benissimo con le atmosfere di "Splendore Terrore" non dico sia una coincidenza, perchè esagererei, ma è una cosa che è semplicemente accaduta.

Sono passati quattro anni dal tuo ultimo album, quattro anni in cui hai inciso due album e in cui hai avuto varie vicessitudini con delle etichette. Raccontaci che è successo.
Beh, sono riuscito grazie ad un persona molto cara a distaccarmi dalla BMG, major a cui ero legato e per la quale ero anche bloccato. Sono riuscito a divincolarmi da loro e c'è stato un periodo di transizione, nel quale ho dovuto rimettere le idee a posto e mi sono discograficamente fermato, a causa da una parte della crisi discografica e dall'altra dal fatto che uscivo da un rapporto lavorativo travagliato. Sono stati dunque due anni di stop, che però sono passati relativamente veloci, fino ad approdare al lavoro attuale con i Tre Allegri Ragazzi Morti/Tempesta Dischi, e la Venus distribuzione.

Prima di tracciare la nascita del tuo rapporto con Toffolo, rapporto che so essere nato da affinità prima umane che artistiche, parlaci di questo famigerato "secondo disco" che hai inciso e non pubblicato.
Più che un album pronto ho un disco che abbiamo registrato e premixato in primavera, e che non aspetta altro che essere mixato e stampato. E' un album che si intitola "Forma Mentis": è elettrico, particolarmente duro, un po' con sonorità alla Queens Of The Stone Age. Praticamente non è stato stampato perchè un'etichetta milanese milanese mi aveva promesso di lavorarci su e invece...

Quindi sarebbe dovuto uscire prima.
Assolutamente, doveva uscire a giugno. "Splendore Terrore" è stato pattuito, pensato e realizzato in tre settimane, ad agosto e a settembre. A settembre non c'era ancora niente dell'album che ascoltate. Non c'era un brano. E' stato tutto deciso e realizzato in un tempo brevissimo. "Forma Mentis" è invece un album molto pretenzioso, ma ormai legato alle sonorità di "Fiducia nel Nulla Migliore", quindi ora che ho reimboccato questa via più elettroacustica, vedremo che farne in futuro. Non so.

Come forse sai, girano molte voci riguardo questo "secondo album". Ho sentito che uscirà o per Homesleep o per una fantomatica major tedesca...
Smentisco assolutamente. Ti spiego anche le voci, però. La major tedesca potrebbe essere la Edel, perchè erano loro che mi avevano contattato e con loro avevo pattuito l'uscita di "Forma Mentis", che poi non è avvenuta. Con la Homesleep invece sicuramente qualcuno ha confuso il fatto che agli Homesleep studios, l'Alpha dept., abbiamo registrato "Splendore Terrore", ma io non uscirò mai con loro. Io non interesso alla Homesleep. L'unico progetto in italiano che hanno sono gli El Muniria, si occupano più di indie internazionale. Come se non bastasse, non ho mai avuto proposte: li conosco tutti, ma con loro si parla di calcio, non di lavoro.

Forse qualcuno ha interpretato male la lettura di Giacomo Fiorenza nei credits, oltre che fonico, anche quarto socio di Homesleep.
Si, probabilmente. Giacomo si è occupato delle registrazioni nel suo studio, dove ci siamo trovati molto bene.

Ecco. Tracciamo allora il percorso nativo di "Splendore Terrore": nato in pochissimi giorni, registrato in poche settimane e pubblicato mentre un altro album pronto giaceva nel cassetto. Com'è nata l'esigenza di scrivere un disco così acustico, intimistico?
Mah, non la posso considerare un'esigenza. E' venuto molto naturalmente, in maniera disinteressata, dopo alcuni discorsi che abbiamo fatto con Enrico Molteni dopo un concerto a Ferrara quest'estate. Ci siamo accorti di avere gli stessi amori, lui si è accorto della crisi che stavo attraversando da un punto di vista discografico e di visibilità, e abbiamo pensato di rivederci a Bologna a casa mia. L'abbiamo fatto e abbiamo pattuito questa uscita. Ho fatto una botta di conti e ho visto che potevamo uscire spendendo veramente poco anche perchè, parliamoci chiaro, le possibilità di un'etichetta indipendente sono quelle che sono.

Quindi la scelta di ricorrere a sonorità meno complesse dal punto di vista tecnico è stata determinata anche da un fattore economico?
Beh, no, assolutamente no! Forse mi hai frainteso... La scelta è stata legata più alla voglia di avere un disco in un breve tempo, della serie cotta e mangiata. Ci siamo detti che sarebbe stato molto bello superare in fretta tutti quegli ostacoli che solitamente ci sono da un punto di vista di programmazione dell'uscita di un disco. Abbiamo voluto bruciare tutti tempi: si sono fidati di me e avevo qualche idea in testa.

Siamo entrati in studio con le idee poco chiare, poi abbiamo deciso di incentrare il suono attorno al wurlitzer, questo meraviglioso pianoforte elettrico degli anni 60. Con la chitarra acustica e un microfono siamo andati avanti: per alcuni brani c'è stato il tempo di inserire il basso, altri invece abbiamo deciso di lasciarli com'erano nati, come i quattro strumentali. Abbiamo registrato senza l'ansia di un singolo, in totale libertà. Due giorni per missarlo, uno per masterizzarlo. Fine della storia.

Per questo disco hai collaborato con molti esponenti del panorama musicale bolognese, da Schiavon (ex Santo Niente, ora Yuppie Flu) fino a Vittoria Burattini (ex Massimo Volume, ora Franklin Delano). Ti senti inserito in un particolare clima musicale legato alla tua città?
No, assolutamente. Non esiste un clima musicale bolognese. Sono tutte coincidenze. E' inutile essere romantici là dove non ci sono i termini per farlo. Non esiste una scena musicale bolognese, ci sono anzi molte rivalità, a volte palesi altre più latenti. Non c'è nessun legame fra le band bolognesi e credo che se artisticamente dovessi fermarmi le altre band bolognesi se ne accorgerebbero dopo due anni. El Muniria è una cosa distaccata dai Franklin Delano. Questi ad esempio è come se fossero di Torino e noi di Salerno, non c'entriamo niente l'uno con l'altro: non ci sono collaborazioni, ci sono solo incroci di amicizie e niente più. Esattamente come Dj Francesco e Afterhours a Milano.

La scena allora è una scenata.
Si, te lo confermo. Non esista alcuna scena bolognese perchè non vuole esistere. Bologna è una città che musicalmente in questo periodo potrebbe dare molto, più di tante altre. Il problema è che si concepisce la musica in maniera estremamente provinciale.

Io trovo che le sue immense potenzialità si siano afflosciate, e la città si sia chiusa su se stessa e parli solo a se stessa. Bologna è una città in cui i concerti indie rock, al contrario che altrove, macinano pubblico. E' una città a cui proporre band di culto con la consapevolezza di non creare un deserto all'interno del locale.
Si, Bologna ha un pubblico indie, che però non rientra pienamente nel significato della parola.

Difficile concettualizzare “indie”.
Si, è difficile metterlo a fuoco, inquadrarlo, decifrarlo. Però è tutto tristemente più superficiale di quanto sembra. Nel senso che rimane indietro. E’ come spiegare la situazione indie a Milano e paragonarla a quella di New York. Parliamoci chiaro, siamo su due pianeti diversi. Uguale il rapporto Bologna-Milano.

Insomma, i locali propongono cose che piacciono al pubblico e il pubblico frequenta i locali che programmano cose che piacciono al pubblico. Basta. In realtà non si produce niente.
Si, non produce movimento. Il popolo indie che vedi al concerto di Devendra Banhart, lo vedi lì e poi non lo rivedi in giro, per strada. Non esistono luoghi di aggregazione dove ci sia una cultura musicale di un certo livello. Sono occasioni. Sono postille nell'arco di un anno.Non c’è una cultura musicale alternativa, forse perchè è una città piccola, dove gli studenti, come dire...

Freakettoneggiano?
Si, pensano ad altro. Ci sono cose più importanti della musica, a Bologna. Non è come a Milano, la metropoli dove c'è il bisogno di andarsi a vedere il concerto di nicchia.

Sono completamente d'accordo.
Io abitavo a Milano, conosco a memoria i giri e i discorsi milanesi, anche se è ormai da quattro anni che sono di stanza a Bologna. Non mi vergogno di dire che per certi versi, non necessariamente strettamente legati al pubblico e ai giri milanesi, mi manca un po'. La differenza è che, nel bene e nel male, questa città produce. C'è produzione umana, ci sono incontri, discorsi, eventi, aneddoti, occasioni, pretesti. A Bologna non esiste nulla di tutto ciò. Quando incontri una persona nuova te ne stupisci. Forse perchè è un piccolo centro, strategicamente importante per il movimento giovanile, per l'università e la cultura, ma dal punto di vista dell'arte: molto fumo, niente arrosto. Si dà priorità ad altre cose. A Bologna c'è molta cultura, ma c'è pochissima cultura applicata.

Le volte che sono passato, ho avuto l'impressione che fosse un perfetto luogo di vacanza stile mega-campus per ragazzi intellettuali.
E' così. Ti fai i cazzi tuoi, qualità della vita più che discreta... parliamoci chiaro, a Bologna non si arranca come a Milano, si vivicchia bene e se ti organizzi anche con cifre basse. Però qui arrivano i bambini già svezzati, non si produce niente. Speriamo nel futuro.

"Fiducia nel nulla migliore"?
Esatto.

Ok. Torniamo a noi. Parlaci del tuo rapporto con la Tempesta Dischi.
Abbiamo un bellissimo rapporto, il classico rapporto che adoravo avere con un'etichetta legata al mio lavoro. Ci telefoniamo, ci troviamo ai concerti, ci scriviamo le mail... c'è totale libertà di scelte, di proposte. Gli unici problemi sono quelli economici, non ci vergognamo di dirlo. Fosse per me, sfornerei dischi come Will Oldham. Però purtroppo non c'è questa possibilità perchè non sempre le risposte di pubblico danno ragione a queste aspettative, e anche perchè in Italia è difficile. Sono comunque libero di fare quello che mi pare: si fidano di me e mi fido di loro. Per ora abbiamo questo disco che è uscito e sta andando bene, vediamo in futuro... che sai com'è, è un po' come il profumo di queste brioches: arriva, va... (Sorridiamo, anche se mi metterei a digiuno se il futuro potesse essere così dolce e avvolgente, NdR)

Nelle tue canzoni spesso tracci dei percorsi di solitudine, o ritratti scuri di persone poco felici. E' strano, conoscendoti, vederti come una persona così serena. Cosa fai? Esorcizzi in musica i tuoi momenti più bui? Perchè sembri un depresso cronico?
In realtà sono una persona serena, da circa un anno anche felice sentimentalmente. Con la mia compagna viviamo insieme, ci segue in tour, abbiamo scritto questo monologo "Mi alleno alla morte" che all'interno della performance live poteva starci bene... insomma, sono molto soddisfatto. Forse sono uno che musicalmente si esprime tirando fuori la zona d'ombra che c'è in me: non è da escludere, anzi probabilmente è così. Però devo anche sfatare una cosa che potrebbe sembrare romantica, quando in realtà non lo è: quello che scrivo non è particolarmente autobiografico, scrivo quello che mi viene in mente. Mi considero un visionario della scena indie italiana, quindi essendo anche un romanticista tiro fuori le parti più scure.

Forse ti viene più facile parlare di cose tristi.
Tristemente parlando, non sono un grande allegrone - come si dice a Bologna - da ballotta. Nelle mie produzioni probabilmente viene fuori questa particolarità.

Sarebbe interessante ascoltare una tua canzone felice.
I momenti in cui mi considero meno ombroso è quando sono più legato all'oggetività. Nel disco poi ci sono pezzi meno scuri, come "Fiore di Carne".

Beh, il disco si apre con "che giorno è / è un giorno che mi affronta e poi mi vince". Non è una visione ottimista.
Assolutamente no. Però sono tutti momenti che metto a fuoco in maniera lucida. Sono una persona sognante, ma con i piedi per terra. Non metto in dubbio che l'ascolto dia l'impressione di scurezza, non ho mai scritto canzoni allegrotte. E' probabilmente una mia caratteristica, che non mi sono mai messo ad analizzare perchè è una cosa naturale. E' il mio metodo di scrittura.

Moltheni ora si assenta un attimo e mi chiede di parlare con la sua ragazza: come dice lui, deve andare a fare un'intervista con il water. Così, si inizia chiacchierare amabilmente del più e del meno. Tanto che alla fine, dopo una discussione parallela su teatro e cinema con Sara, alla fine si inserisce Moltheni e ci dice che preferisce Gus Van Sant a Muccino. Concordiamo. Ma è come paragonare Garrincha a Kaladze.

Nei tuoi confronti sono sempre spesi un sacco di paragoni: da Manuel Agnelli a Carmen Consoli, da Jeff Buckley a Vincent Gallo. Ti infastidiscono?
Mah, non mi tangono in realtà. Conosco il giornalismo italiano, è un po' come gli ambienti politici: non c'è da stupirsi mai di nulla. Per quanto riguarda il primo album comunque era tutto sommato giustificabile: lavoravo con Carmen, avevamo la stessa etichetta, vivevamo entrambi a Catania, avevamo lo stesso produttore, lei era sempre con me durante le registrazioni del primo disco, io ero sempre con lei durante le registrazioni di "Mediamente Isterica", quindi ci sono stati dei grossi legami che sicuramente sono rifluiti nel mio album in maniera evidente. Però, insomma, era la colpa non colpa mia di essere all'esordio, di non aver ancora acquisito una precisa personalità. Cosa che invece è poi successa con "Fiducia", dove sono stato più accostato, forse giustamente, a quello che avevano prodotto negli ultimi anni gli Afterhours: ero anche reduce dall'esperienza milanese, che mi ha influenzato moltissimo. Per poi infine passare a "Splendore Terrore", che forse è il disco che più mi rappresenta. Sono riuscito a trovare un distacco rispetto a ciò che ho scritto: tutto è stato naturale. Senza dover rendere conto a nessuno. Ci tengo però a sottolineare che il disco che più mi rappresenta è quello che devo ancora fare. Dico una bestemmia: per quanto riguarda la mia musica mi considero un progressista. Non voglio essere definito così artisticamente, ma per quanto riguarda la mia musica mi piace sempre guardare avanti.

Ultima curiosità: veramente li hai scoperti tu i Marta sui Tubi?
Si, beh, praticamente si. Erano a Bologna, mi fecero ascoltare la prima registrazione di "Muscoli e Dei" mollandomi un cd dopo avermi incontrato per strada. Io lo ascoltai, li chiamai subito e dissi loro: "ragazzi, droghiamoci assieme tutta la notte: siete meravigliosi!" Così ci siamo conosciuti, ci siamo drogati tutta la notte assieme, siamo diventati ottimi amici, me li sono portati in tour e contemporaneamente fecero il salto di qualità ottenendo un contratto con la Eclectic Circus, etichetta di Milano. Io avevo predetto che ce l'avrebbero fatta, e così è successo.

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