Marco Parente - Milano - uffici Mescal, 19-09-2005 Intervista

03/12/2005 di

Non ero ancora stato pubblicato "Neve (ridens)" quando é stata realizzata l'intervista. Ero però - allora come ora - convinto che questo quarto album di inediti fosse fra le cose migliori prodotte quest'anno nello Stivale. Ciò a conferma di un artista poliedrico che quasi mai ha deluso le aspettative, mostrandosi sempre talentuoso e lontano dai canoni del music-business. Anche quando si tratta di un'intervista il cui pretesto é l'uscita di questo primo capitolo che ormai dovreste conoscere a memoria...



Il disco inizia subito con “Wake up”, quasi a voler mettere in chiaro gli intenti di questo lavoro...
Sì, è una canzone che fin da subito ho sempre pensato dovesse trovarsi in quella posizione nella tracklist, oltre al fatto che è un ottimo apripista per i concerti. Della canzone in sé mi piace l’idea dell’incitamento, e l’espressione “Wake up” suonava molto bene, era prettamente musicale rispetto a quello che il brano dice e le immagini che suscita.

Quello che colgo in questa canzone è la forte tensione emotiva, sia musicalmente che a livello di liriche...
Per me quando il pezzo attacca è come se in realtà fosse già partito, come se qualcuno avesse schiacciato nuovamente “play” dopo un’interruzione. Mi piace proprio lo sviluppo, perché si dilata fino all’esplosione del ritornello, quando arrivano parole come “meraviglia” e “concentrazione”, due aspetti positivi dopo essersi accorti che “ci stanno fottendo tutto” e che ci permettono di svegliarci, di scuoterci…

Noto anche che hai messo l’accento sulla distinzione tra uomo e animale...
Beh, sì… ci stanno rubando il sorriso, che è un aspetto che ci distingue dagli animali, nel bene e nel male, e che è una tipica componente umana, psicologica, direttamente legata al viso. Anche perché questa componente si attribuisce spesso agli occhi, o più generalmente alla ragione, mentre io ho scelto un aspetto diverso per parlare di ciò.

Tra l’altro, proprio in questi giorni, mi sono flashato con le lezioni che stanno dando su “Fuori orario” del filosofo Gille Deleuze, incentrate esclusivamente sul concetto della “viseità” (per info: http://www.filosofico.net/deleuze.htm) e che mi ha fatto riflettere in maniera diversa sulla stessa idea che io ho sviluppato nel disco.

Sei sempre stato, fin dagli inizi, un autore abituato a sperimentare, con un metodo compositivo lontano anni luce dalla “forma-canzone”. E’ un rigetto di ciò che hai vissuto di riflesso avendo i natali italiani o, più semplicemente, è una domanda che non ti sei mai posto?
Continuate a ripropormi sempre questa domanda, dicendomi che sono “un bizzarro scrittore di canzoni” che “dilato la forma canzone” e mille altre cose del genere. Invece io trovo che il mio modo di scrivere, a parte alcune eccezioni, sia quasi sanremese, con un inizio, una strofa, un ponte, un ritornello e così via… una sorta di modello “Bigazzi-style”. Poi, chiaramente, aggiungo il mio “mondo musicale”, ma a livello di scrittura, strutturalmente parlando, sento di rientrare nei canoni della “forma-canzone”.

Scrivo canzoni, certamente a modo mio, con la mia personalità... e non mi sembra così sconvolgente e forse destabilizza non avendo molte similitudini col resto del panorama italiano.

Quali differenze cogli tu, a mente fredda, tra quest’album e i precedenti?
Mi sono ritrovato spesso a pensare, durante la realizzazione del disco, che ci fossero molte affinità, sia dal punto di vista emozionale che tecnico, con i miei primi due lavori. Fatico invece ad associare questo cd a “Trasparente” perché é stato un album non dico di mediazone ma sicuramente la sintesi di molte esperienze e molti incontri con mondi musicali - e quindi musicisti diversi. Ciò ha significato mettere insieme dei “blocchi” diversi, mentre “Neve (ridens)” é evidentemente un blocco unico, con i soliti musicisti che vanno a formare una “squadra”, ognuno con la sua personalità mescolata e fusa insieme alle altre.

Per certi versi, questo disco mi ricorda “Testa, dì cuore” per un certo rigore e una certa struttura - anche se “Testa, dì cuore” era fin troppo strutturato, soprattutto negli arrangiamenti. Oggi invece ho optato per degli arrangiamenti minimali, preferendo piuttosto uno schema a livello compositivo.

Beh, a pensarci bene questo é il primo disco dove hai una vera band dietro...
Sì, diciamo pure che tutto é avvenuto alla fine di un percorso che si stava compiendo col tempo. Colui che mi segue, fin da prima che iniziassi a incidere, è Gionni Dall’Orto, il bassista, una vera sicurezza; poi, via via, si sono aggiunti (o sottratti) altri componenti fino ad arrivare ad oggi.

Un oggi in cui 2/4 della band sono costituiti dai Mariposa...
Vero. C’è Enrico Gabrielli, che in questo primo episodio ha limitato molto l’uso dei fiati perché ha fatto molto il pianista. Tutti hanno contribuito alla causa, a seconda delle idee e dell’ispirazione che ognuno aveva e proponeva. Eravamo però unanimemente concordi nella scelta di questa nuova ritmica, affidata all’altro Mariposa che risponde al nome di Enzo Cimino, mettendo a punto una batteria fatta con le custodie degli strumenti!!! Facci caso, riascoltando il disco, e percepirai questo suono plasticoso ottenuto con materiale di “scarto”. Ciò ha favorito un approccio molto più spoglio sul piano degli arrangiamenti, cosa a cui io non sono affatto abituato ma che ho lasciato accadere. Tanto che alla fine, 99 su 100, il tempo mi ha dato ragione…

Quando è nato, a livello concettuale, questo disco? Voglio dire: il tutto ha preso forma in itinere, oppure è stato sviluppato partendo da un’idea ben precisa?
Sicuramente posso dirti che per me si tratta di un disco di grande urgenza… un’urgenza che deriva dagli ultimi due anni di vita, più di quanto poteva essere per “Trasparente”, che veniva da una serie di vicissitudini discografiche.

In “Neve (ridens)” il riferimento è proprio alla mia situazione personale, a un’inquietudine di fondo che non ho nascosto, al punto da usare, anche con leggerezza, la parola “amore”. Prima, ad esempio, mi limitavo nel ruolo di “osservatore”, mentre oggi canto al centro della scena, forse usando anche testi meno criptici, ma assolutamente non didascalici. Perché comunque i dubbi rimangono e sono quelli che canto e di cui ognuno può dare la sua interpretazione, senza dover essere io a dover dettare un significato univoco.

Ascoltando i pezzi contenuti nel singolo “Il posto delle fragole” sembrava di intuire che il mood del disco sarebbe stato diverso, quasi virato jazz, una delle tue ultime debolezze… vero?
Infatti hai intuito quello che in qualche modo le altre tracce del singolo vogliono anticipare della seconda parte di “Neve (ridens)”. Per tornare però al nocciolo della tua domanda, ne “L'attuale jungla” s'è dato sfogo alla Musica, superando qualsiasi concetto di canzone. Adesso, invece, la necessità era - in qualche modo - di tornare indietro, di “fare aria”, anche nel live, dimensione dove ci saranno 5 persone che suoneranno in maniera molto compatta ogni singola canzone, che io sosterrò dall'inizio alla fine senza preoccuparmi di garantire un percorso tra le varie tracce, una sorta di “fil rouge” che lega i pezzi uno dopo l'altro - tipo divagazioni strumentali oppure un brano dentro l'altro. Quindi non dover costringere l'ascoltatore a seguire questa linea ideale, impostazione che tra l'altro ho sempre adottato fin dai primi dischi perché é quella la mia forma mentale.

Adesso sarà diverso perchè mi sento più sicuro, al punto da dedicarmi quasi completamente al canto. In più voglio avere una bella “fisicità”, che non significa “esser figo” (risate, ndi) ma significa muovermi sul palco per prenderne in qualche modo possesso.

Dietro “Neve (ridens)” a tratti mi pare di cogliere l’idea di un concept sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda in questo momento storico...
Per me il vero concept è stato “Testa (dì cuore)”, dove in realtà molti non colgono questa sfumatura perché non ci sono personaggi e non si raccontano storie. Ma in realtà in quel disco è proprio il concetto, o meglio, lo sviluppo del concetto espresso nel titolo. Mentre l’ultimo disco è fondamentalmente un insieme di canzoni, anche se poi nella mia testa so che sto girando intorno a qualcosa, a un’idea…

Mi ha sorpreso, in positivo, il tuo comunicato stampa, dove hai preferito scrivere di tuo pugno anziché lasciare l’onere all’ufficio stampa. Ma soprattutto hai usato parole forti per descrivere il genere umano in questo periodo storico...
Ci tenevo comunque a dare una mia lettura del lavoro, anche per evitare di rispondere sempre allo stesso modo alla domanda sul perché di questo titolo. Sicché per me ci sono due risposte, una “politica” e una “poetica”: la prima, che riguarda questo capitolo e dev’essere intesa in senso ampio, perché si tratta di un lavoro ricco di tensione e di reazione, mentre la seconda perché si riferisce a un aspetto più riflessivo, che di fatto pervade l’episodio successivo a questo.

Scontato, a questo punto, chiederti il perché di due diversi capitoli. Forse perché vi siete ritrovati fra le mani molto materiale?
Principalmente sì, perché avevamo molte canzoni a cui non volevamo rinunciare. Non sarebbe però stato logico raccogliere tutto in un doppio cd perché si tratta di materiale molto “denso”, con un sacco di cose da dire. Tuttavia sono riuscito a concentrare tutto in due cd, due facce della stessa medaglia, senza dilungarmi in cose inutili. Certo è che devi avere un po’ di coraggio e lungimiranza per capire cosa occorre mantenere e cosa invece possa essere superfluo, pensando che chi si trovi ad ascoltare il lavoro possa anche arrivare stanco alla fine del cd.

A questo punto cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda parte di “Neve (ridens)”, soprattutto dal vivo?
Adesso come adesso ho in mente di strutturare il live in maniera diversa rispetto a quello attuale, dove non necessariamente tutto dovrà svolgersi come questa prima parte. Diciamo che darò nuovamente sfogo all’anima primitiva, ritornando al percorso della contaminazione, dove darò sfogo alla performance e sarò meno legato all’idea dell’esecuzione canonica come avviene adesso. Quindi anche i luoghi prescelti saranno diversi, optando infatti per teatri e gallerie, anziché i classici club.

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