Fiamma Fumana - Milano - uffici Sony Music, 04-09-2004 Intervista

03/12/2004 di

In Sony abbiamo intervistato due dei membri dei Fiamma Fumana, band italiana più conosciuta allestero che nella pianura che cantano. La brava e bella Lady Jessica Lombardi (piva emiliana, flauto, basso e cori) e lormai unico uomo del gruppo, Alberto Cottica (fisarmonica, chitarra acustica, piano, cori), sono stati da me sottoposti a raffica di domande ed excursus di pensieri.



Secondo disco per i Fiamma Fumana. Da allora sono passati cinque anni e la formazione è cambiata.
A: Inizialmente i fondatori eravamo io, Fiamma e Marco Bretoni, produttore bolognese. Dall’inizio la cosa è cambiata molto. Io suonavo nei Modena City Ramblers mentre Marco lavorava in studio. Abbiamo sentito cantare Fiamma e ci siamo detti: “Questa cantante è giovane e brava: facciamo un progetto folk, facciamo un disco!”.

Poi la cosa è cambiata: io ero conquistato dal nuovo progetto, Marco un po’ meno; in me è nata l’esigenza dare corpo a questa idea creando una band. In studio puoi fare molte cose, però ti manca il feedback del pubblico, non senti come la gente ti percepisce. Per questo ci vuole un gruppo che affronta la strada. Marco ha preferito rimanere in studio. Per quanto riguarda le registrazioni collaboriamo ancora con lui ma se si tratta di chiudere lo studio per due mesi ed andare in tour, ecco, lui questo non lo vuole. Così abbiamo scelto di metter su questa band.

Come sono ora i Fiamma Fumana?
A: Jessica insieme a me è l’anima folk ed è amante dell’acustica e dell’elettronica. Poi ci sono Fiamma alla voce e Medhin che si occupa dell’apporto elettronico durante i concerti. Ora siamo quattro persone che coincidono col progetto.

Prima non era così né per me né per Fiamma perché prima si decideva a tavolino dove andare e come. Quando facevamo i pezzi in studio non pensavamo che qualcuno poi doveva portarli in giro e come si poteva fare. Questo comportava necessariamente un certo tipo di suono. Ora invece siamo una band e questo si vede anche dall’affinità che c’è dal vivo.

J: Le nostre nature sono molto diverse ma questa è anche la nostra forza. Sono tanti anni che cerchiamo di crescere e di integrarci. Questo disco rappresenta un bel momento, è molto nostro. Ci ritrae bene per quel che siamo adesso; ma questo non significa che saremo sempre così.

Com’è nata questa inusuale passione per il folk?
J: Io ho fatto il conservatorio, ho un impostazione classica. E’ stato per caso che ho iniziato ad ascoltare la musica irlandese.

E’ diverso: ero abituata al mondo accademico, dove non puoi suonare così come ti viene con gli altri. E’ un altro modo di fare musica. Da lì ho iniziato a scoprire la mia anima folk ed ho preso in mano strumenti come la piva emiliana, una specie di cornamusa dell’Appennino tosco emiliano tipica della mia zona.

Ora è abbastanza diffusa l’esigenza di riscoprire le proprie radici, è un po’ una moda. Sono tanti per esempio i gruppi nel Salento che introducono strumenti e sonorità tradizionali nella loro musica un po’ per gioco: ti viene voglia di sperimentare poi però vuoi portare avanti la TUA musica, e comunicarla.

E’ un po’ quello che è successo anche a me e forse anche ad Alberto: ho messo nei suoni della mia generazione, quelli che magari ho sentito la sera prima in discoteca, questi strumenti del passato e da lì ho iniziato il mio percorso.

A: C’è proprio questa tendenza a riappropriarsi delle proprie radici.

J: In tutta Europa ci sono diversi gruppi come il nostro, con radici folk. Qui forse la cosa è poco diffusa; ci sono i Nidi d’Arac, ma nel nord Europa ce ne sono di più.

Che reazioni ha il pubblico?
J: Le reazioni variano a seconda della fase del live. All’inizio gli spettatori sono impietriti e si chiedono a cosa stiano assistendo, visto che la nostra è una proposta abbastanza insolita. La gente rimane colpita un po’ per il fatto che sul palco siamo principalmente donne (cosa purtroppo rara!) un po’ perché usiamo strumenti insoliti e poi perché la musica che facciamo non è quella che passa per radio!

Durante il concerto iniziano ad apprezzare e a lasciarsi andare. Alla fine sono totalmente coinvolti nell’atmosfera.

Dell’estero ci ha colpito una cosa: fare “Bella ciao” alla fine dei live in posti come l’America, ecco, ti chiedi: cosa capiranno? per noi italiani è un traditional carico di significati ma a loro cosa può arrivare? Invece l’hanno sentita; la suggestione è stata trasmessa.

Cosa ascoltate in privato?
J: Non abbiamo tanti ascolti in comune io ed Alberto. Io ascolto molta elettronica.

A: Forse l’unica cosa in comune è certa elettronica non tanto da ballo quanto d’ascolto, per esempio i Massive Attack. Io ascolto molto folk e voci femminili come Bjork. Questo mi accomuna a Fiamma ma a lei piacciono anche il post rock, il post punk, il dark e schifezze varie. Medhin ascolta molto hip-hop e r&b.

E gli Oi Va Voi? Vi sono abbastanza vicini come progetto visto che fanno un genere di musica che vede, come principali elementi, dj culture e tradizione klezmer.
A: Non l’ho ancora sentito il disco ma mi stanno dicendo tutti che dovremmo andare in Outcaste, la loro etichetta discografica. E’ una label che fa dj anglo-indiani tipo Badmarsh e Shri.

E’ gente come noi: suona diversissimo perché ha alle spalle tradizioni diverse ma il percorso è lo stesso. Sono dj di Londra che hanno coscienza di essere figli di immigrati pakistani e questa cosa da qualche parte viene fuori. Nella loro musica i suoni britannici sono uniti a quelli del loro sangue ed diventano tabla, campioni e vocalist che suonano India, suonano casa.

Gli Oi Va Voi sono il primo gruppo che entra in Outcaste con una tradizione un po’ diversa. Credo che sia un gruppo nella nostra costellazione. Dei nostri amici olandesi ci stanno dicendo di prenderla in considerazione come strada.

C’è qualche curiosità che dobbiamo sapere sul nuovo album “Home”?
A: Per registrarlo ci siamo chiusi un una casa a Paullo, che è un paese appena fuori Milano. Abbiamo convissuto in quattro in una casa ed è stato bellissimo. Non è come fare un disco in studio. Una volta non si poteva, ora con la tecnologia puoi fare nel tuo soggiorno tutto o quasi con qualità professionale. Vivendo assieme si crea un ambiente dove è facile tirare giù le idee. Sei lì col pensiero 13 o 14 ore al giorno. Se ti viene un’idea la provi e riprovi con tutta libertà.

J: La copertina ed il booklet riportano fotografie di alcuni oggetti che avevamo in quella casa e che per noi simboleggiano la “Home”, per esempio la caffettiera, le tazzine, le candele che accendeva Fiamma per cantare al buio e il computer che usavamo per le registrazioni.

Noi ragazze al mattino ci alzavamo e, ancora in pigiama, iniziavamo a pensare al disco intanto che Alberto andava a prendere il pane per tutti. E’ il più bravo a gestire casa! Ormai è segnato! E’ lui che si occupa di queste cose! Noi abbiamo anche provato a cucinare ma lui lo fa molto meglio quindi, va bene così!

Come avete scelto i brani?
J: L’idea era di scegliere tra le musiche della nostra terra. Siamo partiti ascoltando dei dischi degli anni ’20, dalle canzoni degli alpini a cose un po’ più da ballo. Abbiamo scelto in una rosa, che comunque rappresenta le nostre radici, quelle che potevano essere rese con il nostro stile, quelle un po’ più adatte. Poi, partendo dal testo e dalla melodia, ci abbiamo lavorato sopra riarrangiandole.

Una domanda è d’obbligo: traccia 9, "Blackbird"! Vuole essere una citazione/simbolo? E’ un titolo molto evocativo, mi riferisco al brano dei Beatles e ai riferimenti che tanti hanno letto nel testo riguardo alla vicenda di Martin Luther King.
J: No no! E’ solo la traduzione de “La merla”! Il disco è uscito per la nostra etichetta americana in America e abbiamo semplicemente tradotto il titolo, non ci voleva essere nessun altro riferimento!

Pagine: Modena City Ramblers

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