I Ministri - Cosa resterà del rock? Intervista

Foto di Chiara Mirelli - Foto di Chiara Mirelli -
24/09/2015 di

Sono andati "su a Berlino" per registrare il nuovo disco con il produttore Gordon Raphael e sono tornati con "Cultura Generale", un album in cui tutto è ridotto all'osso. A quasi dieci anni dall'esordio, i Ministri raccontano che finalmente sono liberi dalle pressioni di un'etichetta e vogliono salvare il lato più grottesco del rock. E che fanno proprio una gran fatica a capire Fedez.

 

La prima notizia su questo disco è un post di Facebook in cui dicevate di aver fatto una lista dei produttori dei vostri album preferiti e da lì avevate poi scelto Gordon Raphael, il produttore degli Strokes. È andata davvero così?
Fede: Sembrava una cosa carina per il post ma è andata esattamente così. Abbiamo contattato Gordon, che abbiamo corteggiato per un paio di mesi con mail in cui lui ci ha anche messo alla prova, per vedere come reagivamo. Siamo riusciti a convincerlo e alla fine il rapporto è stato come quello con un maestro yoga: etico, di massimo rispetto.
Michele: È venuto qui a Milano a fare un po’ di pre-produzione per qualche giorno. Noi pensavamo che, come ci era successo in passato, ci dicesse di fare questo o quello. Invece è arrivato e ci ha detto: “voi avete preciso in testa cosa volete fare: pensate a suonare bene assieme e io vi registrerò”.
Fede: Grazie a questo approccio abbiamo tolto gli steroidi dalla nostra musica.
Michele: Noi abbiamo sempre fatto dischi dopati, che ci sono anche piaciuti. “Cultura Generale” non è un disco dopato.

La soluzione è stata registrare tutto in presa diretta.
Fede: La scena è questa: eravamo in una stanza da soli, senza nessun riferimento, se non un vecchio televisore. Lui diceva: “è acceso, voi suonate il pezzo quante volte volete e quando avrete fatto la canzone che secondo voi finirà nel disco, venite di qua e me lo dite. Io vi dirò se è così anche per me”.
Divi: Quando suonano in presa diretta, i musicisti scartano sempre la prima registrazione, ma in realtà è quella che poi contiene sempre l’energia più pura e primordiale. Gordon non faceva pressioni, ma teneva molto in considerazione la prima presa.
Fede: Il fatto è che quando gli dicevi che sì, in quella registrazione c’era un errorino, poi non c’era modo di tornare indietro: lui cancellava, andava nel cestino e lo svuotava. Non si tornava più indietro.

Una cosa che ti fa andare fuori di testa, ma che immagino sia anche liberatoria.
Divi: Spesso in Italia una produzione suona perfetta perché è passata in digitale, ma la quantità di umanità che contiene si riduce davvero tanto. Ci è piaciuto Gordon perché sa usare poco e male la tecnologia, quindi non ha voglia di mettersi lì a correggere tutto con mille artifizi, ma ti dice di rifarla.



Nel disco ci sono due cose che non sentivo da un secolo: la prima è il fade in “Lei non deve stare male mai”.
Divi: È un po’ un fade figlio di puttana, perché quando parte c'è un accordo che sta cambiando, come a lasciarti immaginare che il pezzo abbia una struttura differente.
Michi: Però abbiamo detto: “è uno di quei pezzi che ha un groove e un anda da poter durare all’infinito”.
Fede: Quando ero piccolo i primi dischi che ascoltavo erano quelli dei Police, che finivano sempre in fade. Io avevo letto da qualche parte che erano new wave e pensavo che volesse dire che finivano in fade.

L’altra cosa che non esiste più e che avete messo è l’assolo, in “Le porte”.
Divi: (esultando a braccia alzate) Aaaah sì! Abbiamo registrato il provino, l’ho cantato e Fede ha iniziato a metterci le chitarre. È partito con un approccio un po’ U2 nella strofa e mi piaceva, poi è partito con questo assolo e io ho detto: “questo è rock’n’roll”. Lo so che è un po’ fuori dal tempo, me ne rendo conto, però se si inizia a rinnegare queste cose, alla fine cosa resterà del rock? Poi quando lo ascoltiamo non siamo proprio convinti, ma il rock non può perdere i propri connotati grotteschi, a patto che queste cose vengano fatte con ironia, come facciamo sempre noi. Altrimenti se uno ci crede troppo, finisce nella sfiga.

La prima cosa che si nota ascoltando l’album è la tua voce, che sembra molto fuori e molto tirata all’eccesso.
Divi: Davvero? Eravamo convinti che fosse fin troppo dentro. In realtà questo è il disco in cui ho cercato di controllare di più la voce, non sono passato dentro a nessun macchinario e con il tipo di voce dinamica che ho passo da cantati molto piano a cantati molto forti. I compressori aiutano molto in questo senso, ma a ‘sto giro ho dovuto fare tutto da solo, facendo dei salti da elefante. È un altro tipo di approccio al canto. Ci sono delle urla belle ferine e anche tante imprecisioni, che fanno comunque quel brodo del quale parlavamo.

Anche le chitarre sembrano molto più snelle, affilate. Prendi “Balla quello che c’è”: di solito erano molto più grasse.
Fede: È vero, ma si avvicinano molto di più al suono che effettivamente ho dal vivo. A chi è abituato ad ascoltarci sembreranno strane, ma io mi ci riconosco. Sono più vicine a un esempio che noi abbiamo ascoltato molto ultimamente che sono i Cloud Nothings, la ciccia la danno cassa e basso
Michele: Questo disco si può definire in sostanza come più sincero a livello di sound. Tu prendi ed entri in sala da noi e senti questa cosa qua, Gordon è riuscito ad acchiapparla e registrarla.
Divi: Ci sono altre band che vivono riverse sui pedali: noi non nasciamo con questa necessità, siamo proprio figli di quei ’90 che nascevano dal centro sociale e dalla voglia di fare casino.



Questa differenza di suono a cosa è dovuta? Alla produzione?
Divi: Più che altro alle stanze e al fatto che ci sono dei microfoni che registrano e che vengono contaminati dagli altri strumenti che stanno suonando insieme al tuo.
Michele: Se stai attento, nei momenti di silenzio si sente anche il rumore del pedale arrugginito. Abbiamo registrato un disco praticamente come facevano gli Yes negli anni ’70, nastro a parte.
Divi: Non è stata la ricerca di un suono, ma la ricerca di uno spazio. Anzi, la ricerca di tre persone in uno spazio con i loro strumenti. Le cose che ascoltiamo e che amiamo sono così e vogliamo che rimangano così. Il fatto che qualcosa suoni male significa che ha una vita ‘sta roba. Altrimenti è come guardare una puntata di "Beautiful", non è vita vera quella: la vita è brutta!

“Vivere da signori” l’ho vista un po’ come una “Briatore versione 2”, che però ha contaminato un po’ tutto il disco.
Fede: L’altro giorno Divi mi diceva che scrivo sempre la stessa tipologia di pezzo. Io in realtà credo di avere cinque o sei tipologie di pezzo, di temi. Chiunque scriva canzoni alla fine arriva a questo. Una delle tipologie di canzoni che ho è quella che tratta dei nemici. Chi avverto come altro da me, chi mi identifica per negazione. Il mio tentativo in realtà è sempre quello di capire il nemico e sia “Vivere da signori”, sia “Macchine sportive” è proprio questo. In “Macchine sportive” diciamo: “Siete voi tutto quello di cui abbiamo bisogno”, è l’altro da me che mi definisce.
Michi: Ovviamente c’è una grossa vena ironica
Divi: È un po’ lo stesso meccanismo che c’era alla base di “Voglio anch’io una base a Vicenza”, che alcuni fan hanno frainteso dicendo: “Grandi, anche loro sono contro la base!”. Sì, certo, ma non era di quello che parlava veramente il pezzo.

Qual è secondo voi il pezzo che dal vivo funzionerà di più?
Fede: Ci sono due brani, “Sabotaggi” e “Io sono fatto di neve”, che suoniamo proprio col groppone e penso si senta.

Ecco, “Io sono fatto di neve” è forse il pezzo più melodico di “Cultura Generale”. Negli altri album c’era una grande cura per la melodia, anche i pezzi più tirati avevano dei passaggi molto pop. Questa volta invece il cantato è molto più spezzato e coinvolge meno. È cambiato qualcosa in fase di scrittura?
Fede: Una band che per noi è un riferimento totale e da sempre sono i Rage Against The Machine. Ovviamente non avremo mai quella metrica, anche perché in italiano farebbe ridere, ma ad esempio “Idioti” secondo me è la nostra versione dei Rage. È nata come una ballata, poi è stata presa a calci dai Ministri che l’hanno rimessa in piedi come un pezzo tiratissimo. Alla fine c’è il momento cruciale in cui do il testo a Divi, lui fa una prima lettura…
Divi: … e lì ci inventiamo una metrica.
Fede: In questo disco, poi, abbiamo sempre pensato al primo ritornello come a un momento concluso, che non dovesse ripetersi in modo uguale nei passaggi successivi. Anche questo ha influenzato il cantato. Senza poi dimenticare che siamo immersi da anni in un mondo hip hop, con certe metriche e certe cadenze.



Il 2016 sarà il decennale de “I soldi sono finiti”. Non credo che dieci anni fa avreste immaginato questa diffusione per l’hip hop.
Divi: Davvero dieci anni? Dobbiamo fare il tour del decennale?
Fede: Sì, con Patti Smith che intanto li sta rifacendo tutti. Comunque sì, era un altro mondo. C’era ancora tutta l’ondata post-Strokes.
Divi: Devo dire che da una vita mi dicono che l’hip hop è in parabola discendente, una bolla che sta esplodendo, ma me lo dicono da 5 o 6 anni. Credo che gli artisti hip hop abbiano preso la scena presentandosi come profeti e portatori di valori nuovi in un momento di crisi generalizzata, riuscendo così a fare presa nei più giovani.
Fede: E poi l’hip hop è riuscito a entrare alla grande nell’industria, è stato proprio assorbito. Prendi uno come Fedez: è portatore di valori molto forti, ma allo stesso tempo è molto dentro all’establishment in un modo che crea confusione. Non voglio parlare di coerenza e di scelte, però è confuso: se avessi 14 anni mi verrebbe da chiedermi: “ma allora cosa devo fare?”.
Michele: Fa impressione sentirlo fare discorsi di un certo tipo e poi vederlo come uomo immagine alla Sisley con la sua tipa.
Divi: E fare i discorsi da grillino… è complesso.
Michi: Uno che lo vede e dice: “ma che cazzo è?”

Il vostro disco, come quello di Appino qualche mese fa, mi è sembrato a metà tra il rock italiano alla Vasco o Ligabue e quello alternativo alla Afterhours. Un tentativo di cercare una terza via che in Italia è stata battuta pochissimo.
Fede: Già al nostro primo MI AMI eravamo aggressivi e incredibilmente fuori moda.
Divi: E fuori luogo a vedersi. Comunque credo che, pensando ai poli che hai citato, al momento purtroppo hai da una parte Manuel Agnelli che rappresenta qualcosa di vecchio, che non tornerà più e di cui è rimasto poco, a parte i Verdena e Manuel Agnelli stesso, ma in quanto lui, in quanto artista. È cambiata tanto anche la percezione di quegli anni ’90: io adesso li sento vecchi. Vasco invece non so nemmeno più dove sia andato negli ultimi anni. Non ci sono più i poli, è saltato il magnetismo.

Però questo disco, fatto in questo modo è come voler piantare una bandiera in quel territorio di mezzo.
Divi: In realtà il concetto dei Ministri come nazionalpopolari, con i concerti sempre pieni “e quanta birra!” non l’abbiamo messo in giro noi, ma i fan stessi. Gente assetata in un deserto, che ascoltando noi è tornata alle vecchie abitudini nostalgiche di quei festival che non si fanno più.
Fede: Gente che voleva melodie potenti da cantare: il modo in cui Divi canta è il contrario di quello che si sente in giro.
Divi: E comunque in provincia si suona ancora la chitarra elettrica, magari a Milano no, ma fuori dalle città sì.


Rispetto agli altri vostri album, questo non mi ha colpito molto al primo ascolto e soprattutto non mi è rimasta impressa nessuna canzone particolare. Riascoltandolo, poi, ho avuto la sensazione che non ci siano singoli, che non ci siano canzoni che iniziano a risuonarti in testa dal primo ascolto, come invece era sempre successo con gli altri album dei Ministri. E infatti i primi due singoli che sono usciti non danno quella botta che ci si aspetterebbe dopo un’assenza così lunga.
Divi: Sono abbastanza d’accordo e credo che sia il nostro primo disco da valutare davvero nella sua interezza. Le prime due canzoni sono l’intro, la quarta e la quinta sono la strofa, fino ad arrivare poi al ritornello. Non è fatto di singoli, perché ogni cosa è funzionale all’opera completa. E poi non c’è mai una struttura regolare nei pezzi, mai. Tutte le canzoni cominciano, hanno delle pieghe strane, ci sono ritornelli che si modificano e strofe che si aggiungono. C’era un’urgenza diversa questa volta, forse anche per opposizione a tante cose. Non è un disco che nasce in relazione ai fan o al mercato: abbiamo voluto davvero rompere con qualsiasi influenza esterna forte. All’inizio eravamo giovani e tutti avevano la smania di dire la loro: per questo disco invece siamo andati fuori dai coglioni e abbiamo scelto un produttore straniero. “Estate povera” è un singolo che farà rumoreggiare un ragazzino di 15 anni, ma succede perché lui non ha la mia età e non capisce che non si tratta di fare la Pro Loco dell’Italia ma di dire che porca troia non ho i soldi per andare in vacanza, ma ho bisogno di staccare come tutti. Quando fai questo lavoro per tanti anni, devi per forza pensare alla tua felicità artistica, senza piegarti troppo alle richieste di chi hai intorno.

Quindi in passato avete avuto pressioni da parte della Universal?
Divi: Sì, tante. Il primo disco è stato fatto di getto, poi abbiamo avuto tante attenzioni. Non so cosa avesse in mente Universal, però avrebbe voluto quel tipo di produttore artistico di cui parlavamo prima e che la band avesse determinate caratteristiche estetiche per andare oltre un certo mainstream. Le pressioni che abbiamo ricevuto non sono state poche.

Il fatto di essere stati in Universal vi ha permesso di raggiungere risultati che non avreste ottenuto se non foste stati su major?
Fede: Sì, innanzitutto perché ci ha fatto confrontare con la pressione. Se non provi la partita difficile, non avrai mai le pressioni che ti metteranno alla prova e ti insegneranno a salire su un palco e suonare alla perfezione per tot minuti davanti a tanta gente. Però dall’altra parte ti si adagia addosso l’idea che si debba ragionare come se una band fosse un’impresa, un bar. Qualsiasi band si chiede come fare più gente, ma se diventa l’unico pensiero che hai è pericoloso.
Michele: Ti snatura, ti manda crisi di identità.
Divi: Tutti volevano che noi fossimo qualcos’altro, mentre nemmeno noi sapevamo cosa saremmo voluti essere. L’unica cosa che sapevamo è che dal vivo eravamo una cosa, quella lì. Registrando questo disco abbiamo suonato per noi, siamo andati a Berlino perché Gordon vive lì, abbiamo lavorato in un’altra lingua, ci svegliavamo in un’altra città, eravamo all’estero per lavoro. Ed era la prima volta che ci succedeva: è un’esperienza che ti fa crescere e se la musica oggi può darti qualcosa è il tuo percorso. Poi la gente capirà, non abbiamo mai tradito nessuno.

Tag: rock

Commenti (4)

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  • Sergio E Nadia Gallo 24/09/2015 ore 14:43 @nadia_68

    Coerenti, seri e umili come sempre. Massimo rispetto. Il disco nuovo è a metà strada tra Tempi bui e Fuori, guarda un po' indietro ripescando però il meglio e smussando le melodie pop che prevalevano in per un passato migliore. Per me è la scelta giusta. E anche i pezzi nuovi brilleranno e spaccheranno dal vivo conquistando quelli che non hanno ascoltato attentamente le nuove canzoni dal cd. Complimenti!

  • Paolo Mensitieri 23/11/2015 ore 01:14 @paolomensitieri

    Commento vuoto, consideralo un mi piace!

  • Paolo Mensitieri 23/11/2015 ore 01:16 @paolomensitieri

    Bella intervista. Comunque in questo album ci sono almeno 8 hit, altro che palle. Si sente l'energia della registrazione in presa diretta e cappelle non ne ho sentite. Testi fenomenali. Bravi.

  • Eugenio Malaussène 31/03/2016 ore 12:34 @eugeniodrums

    peccato per alcuni brani cantati talmente in modalità calante da sembrare stonati.
    Va bene la presa diretta, l'addio ad ogni forma digitale, il voler catturare il momento... però un'accortezza in più non avrebbe falsato il risultato, ma lo avrebbe reso più gradevole.
    Lo dico da fan dei Ministri e del timbro vocale di Divi, quindi nessuna polemica. :)

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