intervista

Minnie's: a novembre arriva il nuovo disco "Evviva Manifesto"

La band è pronta a tornare dopo tre anni di attesa. In anteprima su Rockit il video del singolo "Che segreti hai"
25/10/2019 12:47

A volte ritornano, e loro non vedevano l'ora.

Stiamo parlando dei Minnie's e questa volta c’è anche una data. Il 22 novembre 2019 uscirà per La Valigetta “Evviva Manifesto”, il nuovo disco dei Minnie’s dopo 3 anni di attesa.


“Cicale”, il primo singolo uscito esattamente un mese fa, è stato il miglior modo per rompere il ghiaccio, rietrando sulla scena a piccolo passi. 
Esce oggi il secondo singolo estratto da questo nuovo progetto, dal titolo “Che segreti hai” e i ragazzi, del quartiere di Porta Romana a Milano, confermano la loro nuova dimensione in cui si stanno muovendo: distesa, meno distorta, velata di elettronica, ma sempre attenta a ciò che li circonda, mantenendo saldo ciò che li ha resi quelli che sono nella loro lunga carriera musicale .

In anteprima su Rockit trovate il video di questo ultimo brano che è stato girato nella loro Milano, in zona Giambellino/Lorenteggio, un quartiere che cambierà profondamente nei prossimi anni, ma che per ora mantiene ancora degli scorci molto poco cittadini.

 

E’ un video che racconta in immagini quello che sta succedendo alla band milanese: due ragazzi che decidono di andare avanti, chiudendo un capitolo e aprendone uno nuovo, il momento del passaggio in cui ognuno di noi si può riconoscere e ritrovare.
La regia di “Che segreti hai” è di Maki Gherzi, già al lavoro con artisti come Jovanotti e Subsonica.

Per l'occasione ci siamo fatti raccontare un po' di cose, partendo dal passato e cercando di scoprire cosa gli riserverà il futuro. 

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Ciao ragazzi, intanto come state?

LUCA: Ci sentiamo come quelli che stanno per partire per un lungo viaggio. Abbiamo passato gli ultimi 3 anni e a riempire le valigie di cose, ad accumulare, convinti che tutta quella roba ci sarebbe servita prima o poi, ma ora che stiamo per uscire di casa, sentiamo che quello che conta davvero è solo muovere il primo passo. Noi 4, nudi, fuori dalla porta, pronti a vedere che succederà.

ALE: Siamo arrivati al culmine di un periodo frenetico (in senso positivo) per la band e per noi stessi. In tre anni sono successe molte cose e cominciamo proprio qui a raccontarle: le canzoni nuove, i viaggi in giro per il mondo, le persone meravigliose cui ci siamo legati. Per fortuna la maggior parte cose belle, quindi rispondiamo: stiamo benissimo!

Siete una delle band più longeve all’interno dello scenario indipendente italiana dai suo albori ad oggi; di cose ne sono cambiate parecchie, come avete vissuto questi cambiamenti? Cosa è rimasto intatto in voi? 

LUCA: Ho capito che esistono due tipi di cambiamenti nella vita: quelli che nascono da dentro e scavano la tua personalità come la goccia sulla roccia, e quelli che arrivano inaspettatamente, come un'auto a tutta velocità o uno spintone. L'importante è stare in piedi. E per stare in piedi devi avere radici solide e personalità. Così è stato per i Minnie’s. La scena indipendente è cambiata con noi e noi con lei, nonostante gli scazzi, le liti, i pianti, i successi e le delusioni. Il fatto di aver continuato a suonare, sostanzialmente senza sosta, ci ha permesso di attraversare questi anni senza perdere il ritmo. E di guardare il 2019 in 4k, ma con la consapevolezza di chi è partito col VHS.

ALE: La necessità e la voglia di esprimersi suonando rimangono identiche. Abbiamo sempre cercato di abbracciare le novità, tecnologiche ma anche di approccio alla musica, perché com’è naturale che sia sono cambiati i nostri gusti, come i luoghi (fisici e non) in cui la musica viene suonata, ascoltata, raccontata e vissuta. Penso ai social, quando sono nati hanno moltiplicato esponenzialmente le possibilità di contatto delle band con i fan, con i promoter, con le altre band. Dall’altro lato è cresciuto un po’ l’approccio competitivo che nei casi peggiori si trasforma in “battaglie” da tastiera che trovo di cattivo gusto, se non ridicole. Da questo ci siam sempre tenuti distanti, in favore di uno spirito più costruttivo e cooperativo. Unica eccezione in furgone, forse, in furgone si dicono delle cose che… meglio non ripetere.

Che aria si respirava alla fine degli anni ’90 in una città come Milano se si voleva iniziare a fare musica? Qual era l’approccio?

LUCA: L'approccio è sempre stato lo stesso di oggi: stare sul pezzo. Mettersi alla prova e non accontentarsi. Magari all'epoca abbiamo avuto la curiosità e la fortuna di avere dei modelli che abitavano dietro casa. Noi abbiamo avuto una scuola: la Milano dei Casino Royale, dei Ritmo Tribale e dei primi Afterhours, che suonavano generi diversi tra loro ma con un'attitudine comune. E poi la botta del punk/hc, che a noi ha permesso di metterci in gioco rischiando in prima persona. E che ci ha insegnato che la musica può essere melodica, ma mai leggera.

Come avete percepito questa attenzione sempre maggiore da parte del grande pubblico nei confronti della scena banalmente chiamata “indie”?

LUCA: Vedi, noi cantiamo in italiano praticamente da sempre per cui questa cosa dell'esplosione dell'indie, almeno dal punto di vista artistico, mi fa un po’ sorridere. Magari prima la distinzione era più netta tra band "indie" che cantavano in italiano (Massimo Volume, Altro, NuvolaBlu) e band pop che cantavano in italiano. Oggi semplicemente si tende a chiamare "indie" quello che "indie" non è.

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Milano è la vostra città, ed è anche una bolla gigantesca in cui accadono parecchie cose a livello musicale: com’è cambiata la scena milanese negli ultimi 10 anni? C’è più eterogeneità e apertura nei confronti di quello che succede a livello nazionale?

YURI: Milano è nel suo momento d’oro sotto vari punti di vista, non solo musicale, anche se non è l’unica città italiana a sfornare buoni artisti e buone storie. La spiegazione forse è che questa città ha bisogno di raccontarsi, e di trovare un modo artistico di farlo. Nel nostro piccolo ci piace pensare di raccontare quest’anima. Forse perché milanesi noi lo siamo per davvero. Per il resto abbiamo sempre guardato fuori e ci siamo sempre confrontati in maniera umile con il mondo musicale internazionale, pur rimanendo legati al cantato italiano.

Cicale, il vostro nuovo singolo, attraversa delle sonorità ancora nuove rispetto al vostro passato, che tipo di crescita avete attraversato? Come cambia il vostro modo di approcciarsi alla musica, è un processo naturale?

LUCA: Cicale è stato il primo pezzo che abbiamo iniziato a scrivere dopo "Lettere Scambiate" e quella che ci ha aiutato a modificare il suono della band, con l'arrivo di Alberto al basso. L'ossatura è quella che permea anche "Evviva Manifesto".  Enrico Gabrielli - che (spoiler!) ha suonato in un paio di brani del disco, ci ha detto che “abbiamo fatto gli anni '80... ma quelli buoni!" Una definizione che racchiude bene uno degli spiriti del disco.

ALE: È arrivato Alberto, al basso e alle tastiere… La mente aperta e una tonnellata di dischi che abbiamo ascoltato, e ascoltiamo tuttora, da quando siamo adolescenti. Una sintesi come CICALE prima o poi doveva arrivare. Il modo di approcciarsi cambia con la musica che suoniamo: sul palco oggi non possiamo permetterci un plug&play come anni fa, dobbiamo riuscire a riprodurre quel sound che abbiamo cercato e curato nel dettaglio, con l’aiuto di Andrea Maglia e Meme Gerace (@Bleach Recording Studio); giù dal palco ti direi che non cambia nulla rispetto al passato, sempre la stessa voglia di stare tra le persone. Aggiorniamoci al primo live, presto.

Moltissimi artisti recentemente hanno iniziato sempre più a prendere l’Europa come punto di riferimento per eventuali tour stranieri, portando la musica italiana oltre i confini nazionali. Voi lo avevate già fatto diverso tempo fa, com’è essere una band di Milano che porta la sua musica all’estero? Qual è stato il vostro riscontro?

LUCA: Abbiamo avuto la fortuna di suonare molto all'estero a metà dei 2000. È stato un bel momento, ma per noi era diverso. C'era una linea sottile che ci univa tra band, all'epoca organizzavamo i concerti al Deposito Bulk , in Monumentale (ora ci hanno fatto un hotel e ci hanno pure fottuto il nome!). Ci capitava di suonare a Berlino, nei Paesi Baschi o a Lubljana e di sentirci a casa. Nel nostro caso un merito fondamentale è legato a Corrado "Riot" che ci ha dato una mano enorme all'epoca mettendoci in contatto con booking stranieri, e poi siamo andati avanti con le nostre gambe. 

Cosa bolle in pentola per i prossimi mesi?

LUCA: Intanto il prossimo singolo "Che segreti hai" in uscita oggi, e poi il disco "Evviva Manifesto" che esce il 22 novembre. lo stesso giorno in cui uscì il "White Album" dei Beatles e in cui è nato PierPaolo Peroni, spero ci porti fortuna!

ALE: Nel mentre stiamo lavorando per tornare a suonare dal vivo, altrimenti ci trasformiamo in una studio band. Invece è il momento di diventare la cover band di noi stessi, credo sia il momento più esaltante e al tempo stesso il più difficile. 

Ci sono artisti italiani che al momento vi piacciono particolarmente? O con cui vi piacerebbe suonare?

LUCA: Mi piacerebbe fare un pezzo con Mahmood e so che a Yuri piacerebbe suonare con Giorgio Poi , che mi ricorda Ivan Graziani. 

ALE: Il progetto solista di Andrea Poggio lascia a bocca aperta per il coraggio di sperimentare che in pochi hanno. 

LUCA: In effetti non ci dispiacerebbe stravolgere lo stile di Andrea e portarlo in giro con noi. Andrea se sei in ascolto, chiamaci! 

Cosa ascoltate ultimamente? Cosa c’è nelle vostre playlist?

ALE: Oltre agli italiani scritti sopra, due su tutti: DIIV, Elbow e Wilco. Ne ho detti tre.

LUCA: Alcune band della scena di New York e un sacco di roba sudamericana, band cilene e soprattutto argentine che sono state un'ispirazione anche per il disco in termini di songwriting. Probabilmente lanceremo una serie di playlist sul nostro canale Spotify con gli ascolti aggiornati.

 

 

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L'articolo Minnie's: a novembre arriva il nuovo disco "Evviva Manifesto" di Chiara Lauretani è apparso su Rockit.it il 25/10/2019 12:47

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