Alborosie - Il mio viaggio porta un po' più lontano Intervista

15/07/2011 di

Praticamente tutti, oggi, conoscono la storia di Alborosie. Sono passati parecchi anni da quando l'ex cantante dei Reggae National Ticket, che all'epoca si faceva chiamare Stena, è partito per la Jamaica. Non ci è andato con l'intento di sfondare nel reggae a livello internazionale. Però lo ha fatto, alla faccia di chi credeva che per un whitey fosse un'impresa impossibile. Ha attraversato il mondo in tour, ha visto paesi, culture e facce diverse. E ha messo tutto in "2 Times Revolution", il suo terzo album ufficiale. In tanti definiscono Puppa Albo un "italian jamaican". Lui, arrivati a questo punto, preferisce considerarsi un "cittadino del mondo". L'intervista di Enrico Piazza.



L'avventura di Alborosie è iniziata ormai da un bel po'. Ti consideri ancora italian jamaican o ti sei definitivamente schierato da una parte?
Ormai ho abolito tutti i confini. Sono Alborosie e basta, un cittadino del mondo.

Come è vista in questo momento l'Italia dai jamaicani?
La politica jamaicana è molto corrotta, per cui ai jamaicani non può non piacere quella italiana. Si sentono a proprio agio.

E come è vista da un cittadino del mondo?
Ormai ho smesso di lottare sulle questioni politiche, proprio perché alla fine le persone hanno la possibilità di decidere ed eleggere tramite elezioni la figura che le rappresenta. O che comunque rappresenta la maggior parte di loro. Io combatto le mie guerre, la politica preferisco lasciarla ad altri.

Allora passiamo subito alla musica. Le tue produzioni sono ormai inconfondibili, con un suono roots caldo, profondo e attuale. Che mi dici del nuovo album?
Fondamentalmente è un proseguimento del cammino già intrapreso con i lavori precedenti. Ci sono alcune innovazioni, ovvio, ma vanno colte ascoltando l'album con attenzione. Solamente immergendoti profondamente nel disco cogli le sfumature e scopri che c'è questo e quest'altro. Per quanto riguarda lo stile, c'è anche un pezzo hip hop, sempre mischiato con sonorità reggae, e un pezzo in spagnolo.

Come mai in spagnolo?
Mi sono innamorato della cultura latinoamericana. Ho sempre ascoltato musica cubana e latina in generale, sono affascinato da quel tipo di musica e dalla poesia che riesce a trasmettere. Ho voluto rendere omaggio al Sud America, che mi è entrato davvero nel cuore. Siamo stati in tour un po' ovunque, dall'Argentina al Messico, e ho voluto mostrare una fotografia di quei posti, quei volti e quella cultura.

A cosa si riferisce il titolo "2 Times Revolution"?
"2 Times Revolution" è come dire che se una volta non ce la facciamo, la seconda è quella buona. Inoltre esiste una rivoluzione fisica - per strada - e una rivoluzione spirituale - interiore - che riguarda solamente l'uomo. Il titolo fa riferimento a questo concetto bivalente, e al bisogno di confrontarsi e rinnovarsi sempre, su un piano o sull'altro.

Come ha influito, sul modo di fare musica, il passaggio Sicilia – Bergamo – Jamaica?
Alle tappe aggiungerei anche il Mondo. Ormai la mia musica è un contenitore di immagini, persone, culture e identità. Se questo disco è un po' più aperto, è anche perché è più aperta la vita che conduco in questo momento. Sono in contatto con molta gente diversa, e quindi tendo a produrre qualcosa che aspira ad avere un impatto universale.

Come lavori alle produzioni? Voglio dire, hai sempre un suono molto vintage, ma l'attenzione per il beat riflette quasi un'attitudine da produttore hip hop.
Non ho preconcetti, mi piace la buona musica. Non mi fossilizzo su un genere particolare, ma cerco di fare il mio in maniera intelligente.

Senza modelli?
Non è tanto la musica a ispirarmi, quanto la quotidianità. Non ascolto lavori di altri per ispirare i miei. Piuttosto guardo il telegiornale.

E nell'ultimo periodo cosa ha ispirato la tua musica?
Mi ha ispirato il mio viaggio, il tour dello scorso anno che ci ha fatti rimbalzare dal Sud America alle Hawaii, fino all'Africa e all'Europa. Le atmosfere di questi luoghi sono inevitabilmente penetrate nel mio lavoro. Ad esempio il pezzo con Etana ha uno stile che rimanda alle Hawaii, "La Revolucion" ha sonorità reggae mischiate con patchanka e il sound cubano, la combination con Junior Reid rispecchia le atmosfere delle California. Ogni singolo pezzo viene da un luogo diverso del mondo, e il risultato è una sorta di diario di viaggio, che ripercorre un cammino attraverso svariate località.

A proposito di collaborazioni, ti è già capitato di lavorare con artisti estranei alla scena prettamente reggae, come Fabri Fibra e Caparezza. Stai pensando di allargare ulteriormente il raggio?
La collaborazione con Fabri Fibra è passata tramite Fish, il produttore, mentre con Caparezza è stato un dialogo fra me e il suo manager, che un tempo era anche il mio. Per il resto, io sono sempre aperto a nuove collaborazioni, basta che mi piaccia l'idea e sia stimolato a lavorarci sopra.

Ma non hai un'idea tipo "Vorrei fare un pezzo con quel tizio"?
In questo momento non ho le idee ben chiare. Ho appena finito un disco. Ora, a parte il tour in corso, solamente calma e relax fino a dicembre! Lasciamo passare un po' di tempo, poi si vedrà. Anche perché mi piacerebbe lavorare con una marea di gente.

E se ti suggerissi tendenze alla Major Lazer?
Ma sai, io sono un po' old school, sono più per le radici.

Ci sono però delle affinità nell'attitudine, nel modo di approcciarsi a certe sonorità e rinnovarle con varie contaminazioni. Prendi ad esempio un pezzo roots di Lazer come quello con Vegas e Jovi Rockwell
Mi piace l'idea della contaminazione, ma la mia musica è fondamentalmente vintage ed elettrica. Mi piace ricreare quelle sonorità, recuperando quegli strumenti. Anzi, sono preoccupato dalla globalizzazione eccessiva del suono.

Cioè?
Nel senso che il mondo è globalizzato, e di conseguenza si tende a globalizzare anche il suono in misura sempre crescente. Secondo me è importante, soprattutto nel reggae, crearsi una propria identità specifica. Bisogna essere, più che parte di qualcosa più grande, parte di se stessi. Molta gente si lancia pure troppo, io preferisco mantenere un'identità ben precisa. Oh, poi vediamo. Come ti dicevo, aspettiamo dicembre. Poi chi può dire cosa accadrà?

Cosa vuol dire tornare in Italia a suonare?
Vuol dire tornare a casa, nei luoghi in cui sono nato e cresciuto.

Quali sono le differenze fra la massive di "casa" e quella del resto del mondo?
Il bello del reggae è che il suo popolo si assomiglia, a prescindere dal paese. A Trezzo sull'Adda, come in Messico, la parola d'ordine è "One Love".

Vuoi dire che a Trezzo non c'è una sorta di partecipazione "campanilista" da parte del pubblico? Abitavi solo a pochi chilometri di distanza e sei riuscito a importi a livello internazionale…
Ovvio, in Italia c'è un grande coinvolgimento. Ma sarei un ipocrita se ti dicessi qualcosa del tipo: "In Italia spacco". A Città del Messico viene la polizia a prendermi, in Costa Rica mi sento Fiorello quando incontra la gente al centro commerciale. Questo è il bello del reggae e di quello che sto facendo. Adoro la massive italiana e la sua accoglienza calorosa, che mi fa sentire a casa. Ma noto con piacere che il fuoco c'è sempre. In qualsiasi parte del mondo mi trovi.

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