Un musicista nato all’ombra delle Dolomiti da genitori siciliani e che ha come moniker il capoluogo delle Isole Baleari. È questo lo strano giro geografico compiuto da Gioele Maiorca prima di approdare al suo attuale nome d’arte, Palma de Majorca. Un progetto che, già nel battesimo anagrafico, vuole mettere in discussione coordinate, appartenenze e certezze.
Da quasi quattro anni stabilmente a Milano, Maiorca arriva dal Trentino Alto Adige, figlio di due siracusani DOC, ma porta con sé una stratificazione culturale e sonora che rende difficile qualsiasi tentativo di catalogazione. "Oltre quello che faccio in musica è un segreto", dice sorridendo, lasciando intendere come il suo unico vero spazio di esposizione resti quello delle sue canzoni.
Il rapporto con le sette note comincia presto, quasi quattordici anni fa, partendo dal basso e da un immaginario ben preciso. "Ho iniziato ispirandomi alle linee dei Be Forest e dei Soviet Soviet", ci racconta Maiorca: due riferimenti fondamentali per comprendere la prima fase della sua carriera, fatta di post-punk, tensione e ripetizione ipnotica. Seguono anni di band, concerti e tour in giro per l’Italia, fino a quando l’arrivo del Covid-19 interrompe bruscamente questo percorso collettivo.
Una cesura netta che, col senno di poi, si trasforma in occasione. "Da quel momento ho avuto l’opportunità di mettermi alla prova con me stesso" spiega il musicista trentino. Ed è proprio da questa esigenza che nasce Palma de Majorca: una vera e propria sfida individuale trasposta in un percorso portato avanti in sinergia con Wires Records, etichetta e collettivo con cui pubblica, e con Borlottee, realtà che ne accompagna e rafforza l’immaginario visivo.

Nonostante una formazione artistica nata grazie - o per colpa, a seconda dei punti di vista - di band come Soviet Soviet, Be Forest e i King Gizzard and The Lizard Wizard, oggi Maiorca sembra intenzionato a prendere le distanze da qualsiasi comfort zone stilistica. "Non amo definire la mia musica - spiega - perché ogni uscita è un genere diverso. Se proprio vogliamo darle una definizione goliardica direi omni-comprensivo".
Un approccio riflesso con particolare efficacia in Monolith of Sorrow, il suo ultimo singolo, dove l’urgenza di superare i confini del passato diventa evidente. "In questo pezzo - ci racconta Maiorca - ho cercato di andare molto lontano rispetto a The Ghost Behind Me, pescando dalla musica concreta e più sperimentale, tra Terry Riley e i primi album di Franco Battiato, fino a sfociare in band come Swans e Godspeed You! Black Emperor". Un salto in avanti che non rinnega le origini, ma le frantuma e ricompone in una forma nuova, più personale e meno riconducibile a una scena precisa.
Oltre a questa frattura stilistica, Monolith of Sorrow nasce anche da un incontro umano e artistico tra lo stesso Palma de Majorca e zannunzio, musicista, visual artist e amico di lunga data, conosciuto nell’ambiente dei concerti organizzati dai Bee Bee Sea. Il brano, però, affonda le proprie radici in un tema profondo e universale come la morte. "Anche se il pezzo non parla direttamente di me, ho sempre subito la sua angoscia, in qualsiasi forma, tra amici e parenti scomparsi, tumori mortali e abusi di droghe".
L’idea di affrontare questo immenso topos, capace di attraversare filosofia, letteratura, arte e religione arriva nel 2024. Un anno, definito da Maiorca come "il peggiore della mia vita. Da tutto quello schifo che subivo in quel periodo praticamente ogni giorno venne la necessità impellente di parlare di questo disagio, è tra tutti i temi che potessi cercare quello della morte era uno di quelli che mi accompagnava da talmente tanto tempo che era diventato naturale parlarne in un pezzo".

E la morte, tra lutti, malattie e dipendenze, diventa così un elemento narrativo quasi naturale, affrontato con una chiarezza nuova rispetto al passato. "Ci sono più chiavi di lettura, ma il tema è sempre lo stesso. È quasi una glorificazione, come un monolite che attraversa le decadi".
Una vera e propria mini-suite, lunga dieci minuti, che tra introspezione, catarsi e stratificazioni sonore scava nel profondo del nostro naturale timore verso l'assenza di vita. Un monumento funebre, fatto di modulazioni melodiche e rumori artificiali, che Palma de Majorca vuole che resti, almeno per ora, un’entità esclusivamente discografica. "Non ho mai fatto live, forse in futuro", ammette, lasciando aperta una possibilità che però non sembra una priorità immediata, dal momento che la sua attenzione è tutta rivolta in avanti, verso un secondo album già in lavorazione. "Sarò sincero - ci dice - non so quanto ci metterò. Come al mio solito cerco di superare l’album precedente, quindi dovrete aspettare molti anni".
Una pausa di riflessione che, se dovesse seguire il solco tracciato da Monolith of Sorrow, sembra essere destinato a imboccare un percorso sonoro ancora più radicale e privo di compromessi. Perché il progetto Palma De Majorca sembra muoversi proprio così: lento, oscuro, denso, ma capace di lasciare segni profondi ben oltre il tempo di un singolo (anche se lungo) ascolto.
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L'articolo "Monolith of Sorrow" è la catarsi oscura di Palma de Majorca di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-01-19 22:33:00

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