Il muro del canto: canzoni romane per gente comune Intervista

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23/03/2016 di

Il muro del canto è un gruppo decisamente saldo alle proprie radici. Non si tratta solo dell’utilizzo del dialetto o di una deliberata passione per la canzone tradizionale romanesca, è un legame con il territorio, con i quartieri dove sono cresciuti e con gli spazi occupati con cui collaborano. Nati ormai sei anni fa, hanno da poco pubblicato il loro terzo disco “Fiore de Niente”. Alessandro Pieravanti ci parla delle storie che l’hanno sempre appassionato, dei baristi sopra le righe e della figura del coatto che va rivalutata perché è la nuova forma del teatro moderno. E, poi, di madonne vendicative, di crocifissi e dell'amore che è sempre una guerra. E della gente comune, o meglio, del popolo. La nostra intervista. 

Se dovessi raccontarmi la musica de Il muro del canto da dove partiresti?
Nelle nostre canzoni puoi trovare tre anime abbastanza precise: ci sono le cavalcate western con gli assoli vagamente texani della chitarra di Giancarlo, c’è un’attitudine dark che arriva principalmente da Daniele e dalle sue precedenti esperienze in gruppi industrial, e poi c’è la canzone romana di Gabriella Ferri e di altri nomi per noi imprescindibili. È un mix tra i suoni d’oltreoceano e la musica popolare. Pur essendo consapevoli che il folk debba sempre fare dei passi avanti - altrimenti rischia di diventare ridondante - la canzone popolare rimane una parte fondamentale per noi.

Cos’è per voi la canzone popolare?
Noi siamo appassionati di narrazione, ci interessa trovare un modo per raccontare delle storie in cui molti si possano riconoscere, soprattutto chi non ha accesso determinati a privilegi. Ci piace farlo nella maniera più diretta possibile, da qui l’uso del dialetto. Quando parli con la tua famiglia o con i tuoi amici del quartiere ti si risvegliano delle sensazioni e delle emozioni che, probabilmente, usando l’italiano corretto tendi a tralasciare. È come fare un piccolo passo indietro verso le radici: può sembrare una scelta “da macchietta”, ma in realtà per noi è una cosa importante e, al tempo stesso, molto naturale. Non è una forzatura o una scelta di voler rafforzare la romanità in quanto tale.

Cosa intendi per privilegi? Non mi pare ci sia più molta differenza tra quanto guadagna un operaio, la cassiera o un giovane che apre la partita IVA.
È un aspetto tipico della canzone romana, è quel sentimento verso un popolo che, a prescindere da tutte le difficoltà, alza la testa e riesce a farsi una risata sui problemi che deve affrontare ogni giorno. Esistono persone che magari stanno anche molto peggio del fotografo con la partita IVA o della cassiera, prendi i cassaintegrati o chi per due lire lava le scale nei palazzi. Non mi interessa, però, fare un discorso sociale di questo tipo: non è così presente nelle nostre canzoni e, peggio ancora, potrebbe essere confuso con il piangersi addosso. Forse sarà banale, ma a noi interessa raccontare le storie della gente estremamente comune.

Mi racconti la storia di “Fiore de niente”?
È una canzone che mette in luce un contrasto molto forte tra il fiore, la rinascita, la primavera, tutto ciò che è considerato bello in quanto tale - hai presente quando ti dicono "sei un fiore"? - e la sua inconsistenza. Anche questa è un cosa molto presente nella tradizione romana, prendi la Magnani in “Mamma Roma” che cantava “Fior de gaggia” al matrimonio dell’ex marito con la sua nuova compagna. È la storia di chi ha fatto tanto, anche sul lavoro, e si ritrova con in mano un pugno di mosche.

Mi pare di capire che siete persone che vedono il bicchiere mezzo vuoto.
Direi di sì. (ride)

L’amore è una guerra?
Daniele ha questa visione delle relazioni come se fossero sempre dei rapporti di amore/odio. Dire “Pe’ te la guerra nostra nun è finita mai” può essere vista come una dichiarazione d’amore molto forte. Litigare, urlarsi contro, è un tipo rapporto certamente molto acceso ma che sottende un sentimento molto potente.

Chi è la Madonna delle lame?

È la figura di un santo che può diventare molto vendicativo. Nelle nostre canzoni c’è questo tipo di misticismo vicino dall’immaginario creato da Lilin. In “Educazione Siberiana” Lilin racconta di un gruppo di ragazzi che prendono la religione e la modificano in base alla loro vita di criminali. Le loro madonne hanno le pistole ed i santi sono assolutamente violenti, è come dire che la religione e le divinità le puoi vedere come meglio credi e in “Madonna delle lame” trovi questo contrasto tra la bontà della Madonna e il coltello che ha in mano. È un mix di cose mistiche e altre più terra terra.

Emerge sempre una certa violenza nelle vostre canzoni, anche quando non si parla per forza di tematiche sociali.
Forse dire violenza è un po’ troppo ma c’è sicuramente un atteggiamento diretto e netto nei confronti delle cose. Abbiamo una nostra estetica nel raccontare determinati argomenti, che poi è tipica della canzone romana: esagerare i toni fino a farli diventare grotteschi. E poi è un tratto distintivo di Daniele, che scrive tutti i testi: è estremamente netto nelle cose, è uno che veramente soffre le cose che scrive.

Siete molto malinconici.
È un’attitudine molto nostra: il confronto con il passato, il ricordo dell’infanzia, questo continuo riferimento ai tempi migliori. Ma veramente siamo così, non vorrei ricadere nel cliché del musicista sempre ispirato ma, per noi, è veramente qualcosa di sentito. Non ci interessano i like o le visualizzazioni, facciamo tutto con l’attitudine del “ho questa cosa dentro e te la voglio raccontare”. Poi, ovviamente, fa piacere avere un riscontro da parte del pubblico.

A Roma avete un pubblico molto grande, come ve lo siete costruiti?
Qui siamo molto seguiti, è vero. Ci si arriva gradualmente, è stata una crescita esponenziale, ogni disco ha portato un po’ di gente in più. Tendenzialmente funziona grazie al passa parola, in sala si crea un’atmosfera molto bella e chi viene una volta ad un nostro concerto poi lo racconta agli amici e si sparge la voce.

Nello stesso anno fate parecchie date a Roma, non avete la paura di rimanere solo un gruppo locale?
Non ci piace essere un gruppo che non esce mai da Roma ma, per noi, essere legati al territorio è una cosa bella. Alla presentazione del disco all’Atlantico c’erano 1800 persone, è chiaro che non puoi fare numeri così in tutta Italia. Nelle città più grandi andiamo abbastanza bene, a Milano ce n’erano circa 500. Se vai nella provincia più buia te ne trovi 30, ma è altrettanto bello, ti dà comunque un brivido diverso. Alla fine te la devi vivere come un gioco, no?

In “Vivere alla grande” può sembrare che tu prenda in giro il romano medio, in realtà credo che la tua sia una lettura molto più sottile.
Ai concerti introduco quel pezzo dicendo che sono per la rivalutazione della figura del coatto. Sono fermamente convinto che in questo tipo di personaggi ci sia una poetica molto forte. Rimango sempre affascinato quando, al bar, scatta la classica conversazione tra barista e cliente dove tutto diventa esagerato e sopra le righe. È un particolare tipo di teatro moderno, a livello narrativo può darti degli spunti interessanti. Queste cose le seguo davvero con un occhio critico e, al tempo stesso, appassionato.

Nel tuo libro "500 e altre storie", però, puoi sembrare decisamente cinico nel descrivere questi personaggi.
È vero ma mi permetto di esserlo perché in realtà sono il primo a far parte dei fenomeni su cui ironizzo. Prendi la poesia dedicata a Facebook o quella sui funerali, è come se criticassi me stesso.

Se ti chiedessi cos’è la canzone politica sapresti rispondermi?
Parto dal presupposto che non facciamo canzoni politiche. Ci piace affrontare tematiche sociali ma ci teniamo a rimanere slegati da discorsi ideologici perché altrimenti si perde il nucleo, il cuore, l’anima di quello che vuoi raccontare. A noi interessano gli argomenti e le dinamiche sociali, meglio ancora se non sono stati ancora trattati da altri perché considerati difficili, come il tema degli abusi in divisa per la canzone “Figli come noi”. L’importante è farti conoscere una storia che può portarti ad una riflessione.

Fammi un esempio.
Prendi “Cristo de legno”, è la storia di un poveraccio che si rivolge ad un crocifisso nella speranza di risolvere i propri problemi. Può anche essere una cosa banale e scontata ma se riesci a creare una poetica e un immaginario, allora puoi salvarti dalla banalità. Se riesci far immaginare le parole che dici a chi ti ascolta, allora hai fatto una cosa importante.

Tramite il progetto “Figli come noi”, creato insieme all’associazione Acad, avete affrontato il tema di chi è morto per colpa di un abuso da parte delle forze dell’ordine. Avete conosciuto anche le famiglie delle vittime?
Sì, sia tramite il video che abbiamo girato, sia nelle manifestazioni che sono state organizzate per promuovere il progetto. Nel video c’è Ilaria Cucchi, il figlio di Aldo Bianzino, i genitori di Gabriele Sandri e altri ancora. Essere lì in un sottoscala con loro, guardare negli occhi chi una cosa del genere l’ha vissuta davvero, è stata un'esperienza molto forte a livello emotivo. Sono le grosse opportunità di crescita che ti può offrire fare musica. Non è solo la smania di un artista che vuole raccontare un determinato tema, è un’esperienza che ti rimane dentro più di qualsiasi altra cosa.

Se ti chiedessi tre brani che rappresentano bene la vostra idea di canzone politica?
Eric, il nostro chitarrista, ti direbbe “This land is your land" di Woody Guthrie. È appassionato di quella scena che parte da Guthrie e poi arriva fino a Dylan, Springsteen o Jonnhy Cash. È tutta musica che ci ha sempre influenzato tantissimo. In più quella canzone è diventata un simbolo, a prescindere da cosa dice, parola per parola, ancora oggi ha un significato forte per gli americani e molti la eseguono ancora dal vivo, Springsteen in primis. Parla di terra, di appartenenza, di popolo, tutte cose molto vicine a noi. Daniele sceglierebbe la “Canzone del maggio” di De André: parla di scontri con la polizia e di altri tipi di dinamiche sociali, ma arriva a toccarti ad un livello molto intimo e profondo. 

La tua?
Ti direi "Viva l’Italia" di De Gregori: parla di resistenza attraverso quelle abitudini quotidiane e comuni come il valzer o il caffè. È un tipo di poetica a cui mi sento molto vicino. 

E un nome più recente, invece?
Per me, oggi, uno dei pochi che fa canzoni politiche è Militant A degli Assalti Frontali. Se lo conosci di persona capisci veramente cosa sia la coerenza del portare la tua vita nelle canzoni che scrivi. È uno che ha parlato di occupazione e di tutte le battaglie che ha affrontato, e ora ti parla di scuola perché ha le figlie piccole e sta vivendo in prima persona questo tipo di tematica. Alcune volte mi chiama la domenica pomeriggio e mi chiede se andiamo a Garbatella fare un po’ di rap in piazza per i bambini. Ma dove lo trovi uno che, dopo 25 anni di carriera, ha ancora la voglia di montare due casse in una piazzetta ‘a sgolasse per insegnare la costituzione ai bambini? La canzone politica sono gli Assalti Frontali.

Anche voi siete molto legati al territorio.
Siamo moto affezionati al quartiere San Lorenzo dove abbiamo la salaprove e dove c’è il Cinema Palazzo. È uno spazio che doveva diventare un centro scommesse ma che la gente del quartiere - giovani, vecchi, tutti - ha deciso di occupare per farlo diventare un centro culturale. È un posto dove fare concerti, mostre, attività per i bambini.

È dove avete fatto anche la “seconda” presentazione del disco.
Esatto. Quando esce un disco nuovo facciamo la presentazione ufficiale in un club - questa volta era l’Atlantico - e alla fine di quel concerto, dal palco, annunciamo che ne faremo un’altra completamente gratuita la settimana successiva in uno spazio occupato. È il nostro modo per dare la possibilità a chi non ha soldi di poterci vedere ugualmente. Perché se vuoi davvero avere uno scopo sociale ed essere coerente con le cose che dici nelle canzoni, è giusto che la tua musica sia fruibile da tutti. Ed è sempre una grande festa, c’è un’atmosfera davvero bella.

A bevute come siete messi?
Da parte della guardie?

Intendevo se vi piace bere.
A Roma se dici che ti hanno bevuto, vuol dire che la polizia ti ha beccato mentre facevi qualcosa che era meglio non fare. Comunque, sì, ci piace bere, anche se preferiamo goderci il live da lucidi. Non ci piacciono troppo quei concerti dove i musicisti cadono dal palco (ride).

Qual è il tuo posto preferito di Roma?
Quando ero bambino, sia i miei genitori che i miei nonni ed i miei zii, avevano dei banchi al mercato qui dietro, in Piazza dei Vespri Siciliani. Naturalmente per me era un mondo fantastico, ‘na famiglia de bellezza. E ogni tanto vado ai mercati rionali per riconnettermi con tutto quel microcosmo di relazioni e di persone che vanno e vengono. Mi risveglia tutta una serie di sensazioni che rappresentano la Roma che più mi piace.

E con le guardie tutto bene?
Con le guardie tutto apposto, grazie. (ride)

Tag: roma politica musica popolare

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