La notte come momento e luogo: ascolta in anteprima esclusiva il nuovo album di Murubutu e leggi l'intervista Intervista

MurubutuMurubutu
30/01/2019 di

Venerdì Murubutu pubblicherà il nuovo album "Tenebra è la notte ed altri racconti di buio e crepuscoli" (Mandibola Records/Glory Hole Records), ma noi ve lo facciamo ascoltare oggi in anteprima, insieme a una densa intervista dove racconta molte cose sul disco e su di sè.

Qualche anno fa, se non fossi stato impegnato con la maturità, avrei già dovuto intervistarti. A proposito, il tuo stile particolare è stato una conseguenza del tuo essere professore o un vero e proprio espediente per far leva sui tuoi alunni e, di conseguenza, sulle giovani leve in generale?
Quest’anno dovrei scamparmi il fardello delle maturità. Comunque, il mio rap è sempre stato caratterizzato da una connotazione culturale in senso lato che, solamente in seguito, ha acquisito la sua forma letteraria attuale. Lo storytelling è fondamentalmente narrazione, è stata una conseguenza naturale. Quindi, ti risponderei che queste due esigenze sono venute un po’ a combaciare. Ho iniziato ad insegnare nel 2000 ma il mio primo disco solista è uscito nel 2009. La mia prima elucubrazione sul rap didattico risale ai tempi de La Kattiveria quando cercai di mediare contenuti scolastici attraverso il rap. "L’armata delle tecniche Vol.1." viene usata ancora oggi in classe. La mia evoluzione stilistica credo sia dovuta al mio amore per la narrativa, lo storytelling va oltre la dimensione didattica, cerco sempre di mediare valori culturali ma in maniera meno accademica e diretta, probabilmente più emozionale.

La tua musica mi trasmette un’idea di arcaicità, di antichità, è come se la cultura che vuoi promuovere nei testi avesse una controparte sonora. A mio avviso, il tuo modo di intendere e produrre musica è essa stessa una campagna a favore di una certa cultura, quella hip hop. Sei legato all’idea della trasmissione della cultura cantata, come un Omero del Rap Italiano?
Dal punto di vista squisitamente musicale io sono un grande fan dell’hip hop e del boom bap classico. Dal punto di vista espressivo, invece, mi piace ostentare un modello diverso, unire a delle sonorità “classiche” un linguaggio desueto e selezionato, un contraltare dello slang che si utilizzerebbe di solito. È un modo come un altro per caratterizzarsi in maniera differente, sia ben chiaro, non per essere migliori. Ma in un genere storicamente molto derivativo spesso si finisce col tarparne le potenzialità espressive. Comunque, credo sia molto importante sfatare questa presunta distanza tra rap e letteratura/poesia. Questa domanda mi fa molto piacere perché, a mio avviso, i rapper sono effettivamente i discepoli di Omero, non perché abbiano più dignità espressiva di un cantautore o di uno scrittore, ma dispongono di un medium che è più diretto, che riesce ad arrivare prima alla gente. In questo senso, il rap è effettivamente cultura popolare, cultura tramandata oralmente.

Magari posso sbagliarmi, ma -non so come si svolge il tuo processo creativo- spesso le tue canzoni non mi danno l’idea canonica di testo quanto di veri e propri saggi musicati, bigini. Componimenti alle cui spalle c’è un processo creativo diverso, da archeologo, d’informazione e ricerca.
Nei pezzi più didattici come “La notte di San Bartolomeo” è indispensabile. In questi casi, la cultura scolastica non è mai abbastanza, devo letteralmente compiere una ricerca sui manuali. Spesso devo andare a scovare i volumi più rari nelle biblioteche. Nei componimenti maggiormente legati allo storytelling il lavoro di documentazione, invece, ha una funzione diversa, è necessario per costruirsi un mondo che sia credibile tanto a me stesso quanto all’ascoltatore. Per la costruzione di un tale mondo c’è bisogno di tanta ricerca, ancor di più, bisogna provare ad immedesimarsi in quei luoghi e in quei tempi per riuscire a restituirne l’atmosfera. In piccolo, con le mie canzoni, attuo lo stesso processo creativo di tanti scrittori.

A questa mia visione contribuisce anche il paragone con altri rapper a te affini. Se penso ai grandi interpreti dello storytelling in Italia (Dargen, Rancore, Claver Gold), dietro ogni componimento di questi artisti si cela sempre la loro persona. Io a un tuo album mi approccio più come a una raccolta di racconti di un autore che a un vero e proprio disco. Il primo esempio che personalmente mi è balzato alla mente sono “I quarantanove racconti di Hemingway” nel quale il grande scrittore americano, dietro nomi fittizi, ambientazioni e contesti storici differenti, fondamentalmente, ricostruiva la sua storia. C’è dell’Alessio Mariani nascosto dietro ogni canzone?
Il mio storytelling è effettivamente una narrazione sistematica, ispirandomi soprattutto ai romanzi dell’800 i miei testi hanno l’impostazione e, ipoteticamente, anche il fascino di quel tipo di letteratura. Generalmente cerco di svolgere le mie storie con un’introduzione, una conclusione (positiva o tragica) e uno svolgimento. Mi piace definire molte delle mie canzoni dei piccoli romanzi di tre minuti. Ovviamente, ci sono delle suggestioni causate dagli avvenimenti della vita, da ciò che mi capita. Ma io cerco sempre di essere molto indiretto anche quando faccio parlare un personaggio in prima persona. Ho capito cosa hai provato a dirmi con l’esempio di Hemingway, magari non restituisco un quadro definito della mia persona ma, al di là di ogni azione o trama specifica, quelli che sono i concetti fondamentali, le paure, le interpretazioni sono riconducibili alla mia esistenza. Spesso, parlare di ciò che mi spaventa in maniera indiretta ha un valore fortemente terapeutico, una funzione catartica. Quindi sì, credo ci sia molto di Alessio nascosto fra i testi.

Quando ho ascoltato per la prima volta “Gli ammutinati del Bouncin” ho subito pensato a "Marinai profeti e balene" di Vinicio Capossela, un album che ha saputo spaziare dall’Odissea a Coleridge mantenendo il denominatore comune dell’epica marinaresca. Pur non conoscendo il tuo metodo di scrittura mi è sembrato di intuire, quantomeno, il processo di concepimento che si cela dietro un tuo album. Processo che, a mio avviso, si avvicina molto a quello di Vinicio. Inoltre, perché per il tuo ultimo album “Tenebra è la notte ed altri racconti di buio e crepuscoli” hai scelto proprio questo tema?
Il paragone con Capossela mi fa molto piacere, è un artista che stimo e che, tra l’altro, proviene dalle mie zone. La scelta di un denominatore comune è una pratica a cui sono molto affezionato in quanto appassionato di antologie di racconti. A livello compositivo, seguire un fil rouge che percorre tutto un disco potrebbe sembrare un espediente limitativo, vincolante, in realtà, è un “esercizio” che mi permette di esplorare territori cui forse non sarei mai riuscito a pervenire in totale libertà. La notte è stata una sfida narrativa e tecnica: volevo restringere sempre più il bacino metaforico da cui attingere. Inizialmente volevo dedicare quest’album al tempo, sono un grande appassionato di viaggi nel tempo, di interpretazione filosofiche del tempo. Di recente, sono uscite pubblicazioni interessanti a riguardo. Ma io mi ritengo un paesaggista del rap e il tempo non si prestava al mio genere di scrittura, “castrava” il mio paesaggio. La notte è un minimo denominatore comune che sa essere contemporaneamente spazio-temporale. La notte è sia un momento che un luogo, un luogo con i suoi tratti caratteristici ed i suoi abitanti. Ultimamente le mie letture si sono concentrate su testi che avessero come tema principale la notte e, pur essendo un argomento che si presta bene ad essere narrato, anche a livello storico, ne esistono ben pochi. Fra quelli che mi hanno colpito di più c’è “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf da cui, di recente, è stato anche tratto un adattamento cinematografico. Se dobbiamo metterla sul personale poi, ho un piccolo problema del sonno. Nel bene o nel male, negli ultimi anni, la notte è stata molto presente nella mia vita.

Chiederti da cosa prendi ispirazione ormai è una domanda banale ma, ad esempio, “ L’uomo senza sonno” si riferisce alle “Memorie del sottosuolo”?
È ispirato a “The Machinist”, un noir interpretato da Christian Bale uscito qualche anno fa. È un film che credo abbia reso attuali molti argomenti dostoevskiani. Le mie canzoni spesso si riferiscono ad un’opera di traverso, questo film era piaciuto molto anche a Mezzosangue. Ho pensato fosse il rapper perfetto per affrontare la tematica lotta con i fantasmi, un altro dei capisaldi della letteratura russa.

Quindi Hai visto Mezzosangue in faccia?
In realtà no, ci sentiamo molto spesso ma non ci siamo mai visti di persona.

“Tenebra è la notte” presenta quasi esclusivamente featuring nuovi. Tranne quello con Claver Gold, forse il più atteso dai fan. Avevi in ballo un progetto con lui?
Claver è una persona umile e squisita, mio grande amico a prescindere dalla musica, ma capita spesso di vederci e di suonare insieme, oltretutto, ora abbiamo anche la stessa etichetta di riferimento, la Glory Hole. Il nostro progetto però non è così imminente, a dir la verità, non ha nemmeno la certezza di prendere vita. Con lui c’è una grande sintonia artistica ed emotiva, credo si possa riscontrare nelle canzoni, “Le notti bianche” è una delle mie tracce preferite dell’album.

Caparezza è un rapper che si pone in maniera molto simile alla tua, penso ad esempio all’album sull’arte. Perché avete deciso di dedicare una canzone proprio a Wordsworth?
A volte le cose capitano in maniera congiunturale, senza premeditazione. Caparezza l’ho conosciuto attraverso un amico comune. C’è una poesia in cui Wordsworth ragiona sulla piccolezza dell’uomo contemplando la luna piena, la luna è un argomento che Caparezza ha affrontato più volte con sfaccettature sempre diverse, mi sembrava la figura ideale per affrontare una canzone che verteva su questa tematica. Lui per me è un faro sotto un certo punto di vista, è l’unico rapper che è riuscito a portare determinati concetti ad un pubblico così ampio. La sua miglior virtù e poi lo stesso motivo per cui forse non è visto di buon occhio da molti esponenti della scena. Utilizza un medium che contamina tantissimo, ad esempio potrei enumerarti decine di citazioni bibliche sparse per i suoi testi.

Ma non ti spaventa l’idea di essere troppo complicato? Preferisci ritagliarti il tuo spazio all’interno di una fetta di pubblico più selettiva perchè credi sia una specie di certificazione di qualità?
Caparezza ci è riuscito unendo talento e duro lavoro. Il discorso non è arrivare ad una fetta di pubblico più selezionata e curiosa rispetto ad una più ampia ma magari generalista. Io non riuscirei proprio a fare altro. In “La notte di San Lorenzo”, ad esempio, provo a cantare, cerco di adottare soluzioni che rendano più fruibile la mia musica, ciò nonostante, credo che le mie canzoni siano proprio connotate dalla presenza di concetti e dalla loro intensità. Non è lo stile migliore ma è il mio stile. Io non riuscirei mai a scrivere una canzone che non verte su nessun argomento, quando ascolto le canzoni di altri artisti mi accorgo di quanto sia difficile. È un'altra forma di talento, non è facile spendere centinaia di parole sul nulla e farlo con stile.

La genziana, i tigli, l’erba medica, i gerani, i fiori di campo e potrei continuare. Il tuo vocabolario botanico è più ampio di quello di tanti rapper contemporanei. Sei un appassionato?
È vero (ride forte, ndr). Non sono un pollice verde ma mi piace moltissimo la natura, mi limito ad osservarla. Non avendo una cultura pregressa spesso devo andare a documentarmi. Certamente, come in qualsiasi altro tipo di documentazione, questo mi aiuta a restituire scorci più dettagliati. Sono un profano di botanica così come sono un profano dell’arte. Ma non sono un profano della filosofia. Cerco di guardare alle piante come mi rivolgerei ad un quadro. Imparare ad avvicinarsi alla bellezza in maniera più ingenua spesso è un espediente utile per godersela al meglio.

Quando è uscito il tuo ultimo album, “L’uomo che viaggiava nel vento”, la trap aveva cominciato ad esporsi al grande pubblico in Italia ma, certamente, era ben lontana dai numeri di oggi. A distanza di un paio d’anni, pensi sia stata da traino anche per tanti artisti come Willie e Dutch, che a quel genere non appartengono ma che, parallelamente, negli ultimi tempi sono cresciuti esponenzialmente?
Nel 2016 la trap andava già bene ma, francamente, io stesso la ritenevo una moda passeggera. Non pensavo durasse così tanto. Nell’underground, comunque, credo ci siano molte più sfaccettature ma, attualmente, quelle più comunicate sono quella che guarda all’indie e la trap. Non credo questa crescita della trap sia dovuta al genere stesso, più oggettivamente, credo sia dovuta ad un’evoluzione del movimento rap in toto. A prescindere dalla corrente dominante, la trap è solamente la sfumatura più sponsorizzata del rap in questo momento storico. Per lo stesso motivo, anche il successo del rap dovuto alla contaminazione con il pop ha comportato degli effetti benefici sul movimento generale in tutti i suoi livelli e su scala nazionale. A livello internazionale ho trovato artisti interessanti che hanno contaminato la trap con la dancehall o il soul, artisti che non usano l’autotune. Personalmente non mi reputo un fan della trap. C’è differenza tra il diffondere una cultura abbondantemente diluita e abbandonarla del tutto. Quando il rap era contaminato col pop rimaneva ancora legato a degli stilemi hip hop mentre la trap ha definitivamente reciso ogni contatto. I ragazzini d’oggi sanno cosa è la trap o il rap ma non sanno cos’è l’hip hop. Questo a mio avviso è il male della trap, non la sua sovraesposizione.

Però -quando parlo con dei ragazzi più giovani di me che con la trap sono cresciuti- vieni sempre preso come esempio paradigmatico dell’old school, come esempio positivo. La tua particolarità stilistica è recepita e induce anche a un certo rispetto.
Faccio parte dell’old school da un punto di vista anagrafico anche se in realtà non ho mai partecipato attivamente a quel movimento. Quindi ne faccio parte, ma in senso diverso. Credo che alla fine molti ragazzini guardino a me perché confusi dal buio che li circonda. Ho a che fare con dei giovani tutti i giorni, spesso la musica attuale è stata utilizzata come espediente per denigrarne le capacità. Probabilmente questa mancanza di contenuti ha stancato anche molti ragazzi.

Nonostante tutto, anche a livello internazionale, avrai ascoltato qualcosa d’interessante ultimamente?
Tyler the Creator mi piace molto, ho sentito Gambino e ascolto tanta dance hall. Rimango sempre un fan del vecchio Sean Paul e, anche se non si direbbe, alcune linee melodiche derivano da allusioni molto più minimaliste come la musica di Allevi.

Per chiudere, all’inizio della tua carriera avevi ideato un progetto che mischiava rap, attivismo politico e teatro…
Pur venendo da quel contesto, negli anni '90 la retorica delle Posse mi aveva un po’ saturato. Avevo pensato di reinterpretare il genere contaminandolo con il teatro e usare il rap per dar vita a scene che mixassero la componente cantata e quella recitata che, di volta in volta, erano collocate in contesti storici differenti: il proibizionismo, l’inquisizione. Il risultato era molto divertente oltre che originale. Suonavamo moltissimo, ma l’allestimento e la preparazione di uno show del genere comportava una mole di lavoro immensa che potevo permettermi solo da giovane. Rap e teatro, a mio avviso, hanno tantissime affinità. Il musical rap rimane un mio grande sogno.

Tag: intervista nuovo album anteprima

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