99 Posse - Napoli - (1° parte), 11-11-2001 Intervista

16/02/2002 di Emiliano Colasanti

99 POSSE 1991-2001: UNA STORIA ITALIANA

Anno pienissimo quello appena trascorso per i 99Posse: appena terminato l’estenuante tour legato all’album “La vida que vendrà”, in piena estate si sono chiusi in studio per completare i brani nuovi inclusi in seguito nel recente doppio celebrativo “NA_99_10°”. Solo pochi mesi di vacanza ed erano ancora con i piedi sul palco a sudare e a far ballare i loro fans.

Quella che segue è una lunga intervista, divista in 3 parti e di cui adesso riportiamo la prima, raccolta proprio in quel periodo (Luglio-Novembre 2001), e che riteniamo sia il modo migliore per celebrare i dieci anni di attività di una delle band più discusse della nostra penisola. Una band da amare o da odiare, ma a cui è impossibile restare indifferenti.



I PARTE : Dal 1991 al 1995

Rockit: Il 2001 è stato l’anno del vostro decennale, di acqua ne è passata sotto i ponti, a volte delle vere e proprie tempeste. Cos’è cambiato dall’ottobre del 1991, sempre che qualcosa sia poi cambiata per davvero?

Marco: In dieci anni è cambiato tutto, sai che palle se non fosse cambiato nulla… quello che bisogna capire è se il cambiamento ci sia stato in meglio o in peggio. La mia visione generale delle cose è abbastanza pessimistica. Sono soddisfatto della nostra crescita personale e professionale, ora possiamo fare cose che dieci anni fa non potevamo neanche sognare, ma se mi guardo intorno, specialmente in ambito musicale, mi sembra che tutto sia peggiorato di molto.

Rockit: Partiamo dagli inizi, come ricordate il periodo in cui vi siete formati, non vi sembra uno strano caso del destino il fatto che arriviate a compiere dieci anni di attività proprio ora in cui si sta tornando ad una situazione di grande fermento (il movimento anti globalizzazione, il ritorno dei giovani alla politica attiva…) simile a quella dei primi anni novanta?

Marco: Io sono uno di quelli che crede che la storia sia fatta a cicli: gli anni 80 sono stati una reazione negativa agli anni 70 e i primi anni 90 sono stati una reazione al nulla. Ricordo che il primo motivo che ha spinto noi a cercare un centro sociale era l’esigenza di comunicare, il bisogno di possedere un posto che fosse veramente “nostro”.

Tra il 1985 e il 1990 c’è stato un periodo di forte repressione, in cui non era possibile avere un taglio di capelli un po’ fuori dalla norma che rischiavi di essere fermato dalle guardie trenta volte al giorno; non esisteva un posto dove poter assistere in santa pace ad un concerto a poco prezzo, come non c’era un posto in cui fosse possibile fumarsi le canne - cosa che allora era una delle nostre attività quotidiane.

La nascita delle posse è stata una reazione a tutte questo ed ai vari Craxi, Beautiful e Dee Jay Television…

Rockit: Tutte cose che, anche se in altre forme, ci sono ancora…
Marco: (risate, NdI) Sempre per il discorso dei cicli che dicevo prima si è tornati, dopo l’esplosione della nuova musica italiana, ad una serie di situazioni che ci ha riportato indietro a quegli anni e che io ho individuato in tre cose: la musica, il ritorno, per fortuna sventato dal fato, di Craxi e la rinascita delle brigate rosse.

Per quanto riguarda la musica c’è stato un forte interessamento del pubblico verso l’underground che ha permesso ad alcuni gruppi di entrare all’interno dell’overground, ma la mancanza di strutture per gestire questa cosa e il fallimento di alcune etichette indipendenti, come la Flying e la Vox Pop, hanno costretto la maggior parte di questi gruppi a passare alle multinazionali, che si sono trovate in mano un sacco di gruppi inesperti pronti a farsi appiattire dalle strategie dei direttori marketing. Se penso a quanto è successo dal ‘90 al ‘95, negli ultimi sei anni in Italia non è successo quasi niente, siamo tornati indietro e con una situazione ben peggiore, perché negli anni 80 almeno c’era l’underground, ma un underground vero dove c’erano sia i CCCP che il vero punk, mentre oggi cos’è underground? Gli Offspring???

Zulù: Quello non è nemmeno underground! La cosa triste è che i gruppi che si credono punk s’imparano a suonare rifacendo i pezzi degli Offspring.

Marco: Un altro problema secondo me è che la musica sta diventando sempre meno un business, noi siamo favorevolissimi a Napster e cose di questo tipo - anche perché io mi rendo conto che se non fossero esistite le cassette vergini non avrei conosciuto tanta della musica fondamentale per la mia formazione -, ma nel momento in cui la cosa diventa così capillare e inizia ad incidere di molto sulle vendite dei dischi può diventare un problema. Se la musica fosse venduta ad una cifra irrisoria per l’utente finale - per esempio 500 lire a brano, 5000 lire l’album - ci sarebbero i guadagni necessari per rientrare dei costi dei video, del disco e far guadagnare anche un po’ l’artista.

Considera che noi guadagniamo circa 1200 lire a disco mentre chi non ha il prezzo imposto ne guadagna circa 3500, non è che poi ci sia una grandissima differenza, ma…

Rockit: Oddio se pensi alle copie che vende gente come Ligabue e Ramazzotti, la differenza comincia a diventare enorme.

Marco: In effetti ho detto una cazzata, mi rimangio l’ultima affermazione. (risate, NdI)
Meg: Diciamo che rispetto a quello che guadagna la casa discografica è pochissimo e con questo sistema i soldi andrebbero direttamente all’artista.

Marco: Comunque ci tenevo a dire quanto ricaviamo per i nostri dischi perché ogni tanto su qualche giornale appaiono cifre assurde sui nostri conti, come per esempio richieste di cachet esorbitanti presentate nei confronti di Rifondazione quando poi tutti sanno che noi per i centri sociali e cose di questo tipo attuiamo una politica particolare che ci porta a tenere spettacoli ad una cifra molto ridotta - se non gratis.

Rockit: Torniamo su argomenti più musicali: Raiss mi ha raccontato che in qualche modo si sente responsabile della nascita della 99 Posse in quanto in una serata che gli Almamegretta tenevano settimanalmente al Notthing Hill (storico locale partenopeo, NdI)…
Zulù: Io mi ricordo una serata di LHP (Lion Horse Posse, NdI) ad Officina 99 dove io e Pedro avevamo finito di scrivere la nostra prima canzone, “Rafaniello”, il pomeriggio stesso. Comunque se ricordo bene quella del Notthing Hill deve essere stata la nostra terza apparizione live, un locale che sfruttando i primi successi di Officina 99 cominciava ad offrire l’opportunità di suonare anche a gruppi che non fossero cover band dei Led Zeppelin e cose di questo tipo. I Bisca gestivano la serata del giovedì, mentre gli Almamegretta quella del venerdì; gli unici a far parte di tutte queste serate, senza prendere una lira in quanto ospiti, eravamo noi che praticamente eravamo un po’ i deficienti della situazione… (risate generali, NdI).

Comunque il vero motivo per cui ci siamo formati era di divulgazione politica per spiegare, in maniera diversa da quello che veniva scritto sui giornali dell’epoca, il perché un tipo che abita in un quartiere fino allora tranquillo, una mattina si sveglia e trova i drogati sotto casa. Noi volevamo far capire a tutti, in maniera più chiara degli illeggibili volantini dei centri sociali d’allora, il perché questi cosiddetti ‘drogati’ avevano deciso di occupare quel posto, quali erano le loro idee e far capire anche al più analfabeta del mondo il nostro messaggio. Il mezzo ideale non poteva che essere la musica.

Il progetto 99 Posse nasce così: i primi pezzi che abbiamo scritto sono stati “Rafaniello” e “Salario garantito”, quest’ultimascritta perché in quel periodo a Napoli c’era il coordinamento unitario dei movimenti di lotta di cui facevano parte: disoccupati, baraccati e centri sociali. Un movimento che creò un putiferio e fece molta paura e che poi fu affrontato con le armi più infami: il carcere e la diffamazione. Per far parte di questo coordinamento non c’era bisogno né di capacità, né di particolari gusti musicali, ma la convinzione totale nel progetto e soprattutto la disponibilità a spostarsi in qualsiasi momento per andare a suonare in giro per l’Italia senza sapere come e se si sarebbe stati pagati. L’unico deejay ad accettare queste condizioni in tutto l’hinterland napoletano era il qui presente Marco Messina; i cantanti, invece, eravamo io e Pedro, che ora fa parte dei Malastrada (il gruppo di Speaker Cenzou, NdI).

Poi un giorno, mentre camminavo per Piazza San Nazzaro, un mio amico mi fece conoscere Massimo (il bassista), che in verità mi colpì soprattutto per un motivo: aveva i capelli lunghi fino al sedere. Quindi senza nemmeno conoscere le sue capacità musicali, l’ho tirato dentro, soprattutto perché mi piaceva avere uno con quei capelli, nel nostro gruppo. Capelli che ovviamente si è tagliato il giorno della prima prova.

Rockit: E così facendo si è arrivati al primo album “ Curre Curre Guagliò”, a cui ha poi fatto seguito la collaborazione con i Bisca.

Zulù: Un breve ma intenso periodo di collaborazione con i Bisca finito per mancanza di cose da dire.

Marco: Diciamo che finché si trattava di suonare dal vivo le cose sono andate bene; il problema è nato quando siamo entrati in studio perché noi avevamo dei gusti musicali diversi da loro, un modo di lavorare diverso e in più avevamo l’attitudine a mettere le nostre cose sul piatto insieme agli altri, mentre loro no.

Zulù: Noi avevamo due anni d’esperienza mentre loro arrivavano con una identità già forte e questo influiva molto su un po’ di fattori - come l’impostazione da dare alla nostra musica e cose di questo genere - su cui ci siamo trovati spiazzati. Comunque io più che per questioni musicali, non mi riconoscevo in tante altre scelte, anche di carattere politico.

Rockit: E quello che è venuto fuori è un disco, “Guai a Chi Ci Tocca”, che non è né carne e né pesce, in cui si stenta a riconoscere la vostra identità.

Massimo JRM: Quello che è uscito non suona come un disco della 99 Posse perché è un disco dei Bisca99Posse. Comunque penso che se non avessimo vissuto quell’esperienza non saremmo mai passati dalla forma classica della posse ad una band e per questo non avremmo mai scoperto cosa significasse suonare con un vero gruppo.

Zulù: Io penso che sia stupido parlare di una polemica tra gruppi, quando abbiamo tante cose più interessanti di cui parlare, tanti progetti e tante idee. In ogni caso il disco che è venuto fuori è un ibrido nato da continue lotte interne e da compromessi.

Marco: Io mi ricordo che mentre mixavamo il disco mi sono accorto che in un pezzo, “La Finanziaria”, c’erano tre campioni talmente a volume basso che se li avessi mutati nessuno se ne sarebbe accorto - infatti così è stato e quei campioni sull’album non ci sono.

Massimo JRM: Ciononostante in quel contesto è nato un pezzo che io ritengo bellissimo, e che si chiama “Tu lo chiami Dio”.

Rockit: Infatti anche a me piace molto e mi chiedevo come potrebbe essere una vostra versione di quel pezzo e se avete mai pensato di recuperarla, dal vivo?

Zulù: No, perché a differenza dei Bisca, che ancora fanno dal vivo brani di “Guai a Chi Ci Tocca”, abbiamo voluto dimostrare di essere ‘oltre’ quel disco, invece di affossarci tutta la vita a proporre le nostre versioni di quei pezzi. Inoltre in un concerto come il nostro, impostato quasi tutto sui ritmi e la velocità è sempre più difficile trovare spazio per inserire un lento.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    La fiction RAI sulla vita di De Andrè è stata vista da oltre 6 milioni di spettatori