24 Grana - Napoli, 17-08-2001 Intervista

27/08/2001 di Angelo Paolillo

24 Grana: una delle realtà più interessanti della penisola. Energia in movimento da una città figla del fuoco e dell'acqua: Napoli. Trovo ad attendermi Armando Cotugno, il bassista dello scoppiettante combo partenopeo. Ci aspetta una bella chiacchierata, e sono sicuro che non resterò deluso....



Rockit: Il punto di partenza ideale per la nostra chiacchierata penso sia la situazione attuale, il modo di sentire le cose che hanno adesso i 24 Grana. E' uscito da poco il vostro ultimo disco, "K-album". Cosa rappresenta 'K'?

Nando: La kappa (o la chei, letta all'inglese) rappresenta un pò di cose alla fine. Può rappresentare un modo di affrontare le cose: viene usata negli slogan, in quello che viene scritto un pò ovunque, quasi a dare una idea di lotta, di durezza, di avversione a determinate situazioni. E' una lettera che serve a rafforzare, a dare un senso di rabbia a quello che dici. Poi può essere interpretata come chiave (chei=key), e io personalmente la interpreto proprio così... una chiave di apertura verso quello che c'è dietro e dentro alle cose.

Spesso ci si limita nell'osservazione delle cose, delle persone, di tutto ciò che accade; ci si ferma a guardare un pò l'involucro, quello che c'è fuori e alla fine sotto si muovono tantissime cose. Ho sempre avuto come l'impressione che ci fossero delle porte chiuse a circondare l'essenza delle cose, e la voglia di possedere una chiave per aprire queste porte e guardare dentro. Alla fine è un percorso che abbiamo seguto un pò tutti, abbiamo fatto un pò tutti lo sforzo di guardarci intorno e dentro per tentare di attraversare queste chiusure. Cosa ci trovi dentro? Alla fine ci trovi altre porte...

La cosa più bella sicuramente è quella di spingersi sempre oltre, aprire, guardare, e guardare di nuovo: andare sempre oltre.

Rockit: All'interno di "K-album" questa chiave si presenta in luci diverse. Per esempio in "Kanzone su un detenuto politico" la chiave chiude una cella...

Nando: Per quanto riguarda "Kanzone su un detenuto politico" il fatto che ci sia l'idea di un carcere io non lo vedo strettamente legato alla chiave. Il concetto della chiave sta più nell'apertura di una persona - che poi è Francesco (Di Bella, il cantante, ndr), che scrive i testi - verso i sentimenti e le sensazioni di un'altra persona. Quello che si chiama compatire, vivere insieme determinate emozioni. Questo è stato un piccolo mutamento, una piccola crescita: non scrivere solo le cose che ti passano dentro, quelle che vivi tu, le sensazioni che senti tu riguardo al tuo rapporto col mondo, ma anche la capacità di scrivere e descrivere quello che sentono gli altri. Chiaramente non puoi raccontare esattamente quello che sentono gli altri ma quello che tu senti immedesimandoti nell'altro.

"Kanzone su un detenuto politico" alla fine è questo, il racconto delle sensazioni di una persona che non è chi canta. In questo senso è un'apertura a un altro mondo, quello di un altra persona, un contatto. Io vedo più qua la chiave che nel fatto specifico della cella chiusa.

Rockit: Quindi anche in "Kanzone su un detenuto politico" la chiave apre una porta, una porta che lascia uscire da se stessi..

Nando: Se vai a leggere i testi di Francesco l'idea dell'uscir fuori da se stessi è un'idea che è abbastanza ricorrente; basta pensare un pò a "Patrie galere", per arrivare poi a "saccio sulo dicere che 'e vvote voglio ascì", che è un compatire, sì, ma è un sentire insieme, sentire la stessa cosa. Ti immedesimi in un'altra persona perché magari per altri motivi e in altre circostanze provi delle sensazioni analoghe, e quindi riesci a capire.

E' un tema che secondo me sta dentro un pò tutti quanti, uscire da se stessi è un uscire al di fuori dagli schemi che ti sono imposti, letto non in maniera politica ma proprio in maniera umana o sociale. La cultura, te stesso, le tue paure, creano questa difficoltà a lasciarsi venir fuori ed essere se stessi nei confronti del mondo. Lasciarsi uscire pian piano è un modo per sentirsi e cercare di capirsi. Anche attraverso le persone che ti sono vicine.

Rockit: Però anche in "Kanzone su Londra" colpisce l'immagine di una chiave che chiude e non apre una porta... "Chiudo casa e moro mò"...

Nando: Questi sono due discorsi che penso siano molto diversi. "Kanzone su Londra" parla del distacco, della crescita, del cambiamento, del mutamento. Si riferisce ad un avvenimento in particolare - essendo il racconto di una storia vissuta ma può essere letta in una qualunque fase di passaggio nella vita di un uomo. Un passaggio e/o un cambiamento è un apertura verso nuove cose e contamporaneamente una chiusura verso quello che ti lasci dietro. Anche se non ti lasci mai niente veramente dietro, non c'è mai qualcosa che non ti porti appresso.

Rockit: Quindi la chiave vista come chiusura é chiave che chiude una cosa che ti lasci alle spalle.

Nando: Sì, rappresenta un pò la triste necessità di abbandonare qualcosa per arrivare a qualcos'altro. Non si lascia niente del tutto nel senso che una parte delle esperienze vissute ti rimane... le cose che hai vissuto te le puoi lasciare dietro perché puoi andare oltre ma puoi andare oltre solamente se ti hanno lasciato qualcosa.

Rockit: Dicevi prima che la 'k' caratterizza anche un certo stato aggressivo, quella particolare di questa lettera è stata anche una scelta a livello grafico?

Nando: Sì, anche graficamente la 'k' secondo me ha un certo impatto. Francesco in particolare é molto attaccato all'asimmetricità della 'k'. La 'k' è una lettera asimmetrica, è allo stesso tempo irregolare e regolare. E molto squadrata, spezzata.

E poi è una lettera che è un linguaggio comune a certe persone, utilizzare un linguaggio comune a molte persone per esprimere un concetto penso non sia una cosa cattiva. Penso che la 'k' ci abbia aiutato ad esprimere noi stessi o almeno una parte di noi stessi molto più direttamente. Basta leggere 'k' sul disco per indirizzare almeno verso la comprensione di un atteggiamento particolare, capire i 24 Grana come un certo tipo di persone che hanno un certo tipo di idee.

Rockit: Qualcuno ha voluto vederci un riferimento alla ketamina...

Nando: La ketamina come ogni altro tipo di droga è una chiave che ti apre verso altri mondi. Se si vuole per forza vederci la ketamina volendo ce la si vede. Il problema è che per quanto le droghe possano essere delle chiavi di apertura sono contemporaneamente delle chiavi che ti chiudono.

Questo dipende anche da come te le vivi le droghe. C'è il rischio che tu ti faccia chiudere dentro dalle droghe, ti crei il tuo mondo con la tua coscienza alterata, vivi bene perché riesci ad evadere dal mondo che non ti piace, hai l'illusione di vivere bene perché alla fine il mondo è sempre lo stesso, non è che cambia. La droga alla fine dipende da te, le droghe hanno aperto dei mondi... forse, chi lo sa, i Pink Floyd e anche altri non sarebbero mai riusciti a fare quelle cose senza trovare delle chiavi di apertura, e le hanno trovate in quello.

Ma se ti illudi che il mondo cambi semplicemente perché il tuo mondo cambia, ti illudi e ti fai fottere. Se la tua realtà ti soddisfa perché sei alterato o perché hai una percezione alterata della realtà, invece di cambiare un mondo che non va bene, te ne crei un altro che è tuo e basta.

Rockit: In "K-album" si nota fortemente una nuova fase di passaggio per i 24 Grana.

Nando: La fase di passaggio non è un fatto particolare di questo disco. Non sarà un passaggio quando faremo l'ultimo disco, e secondo me quando lo faremo non lo sapremo mai. Potrebbe anche essere questo.

Rockit: Questo passaggio è come sempre un'evoluzione, un modificarsi. Come analizzeresti la nuova forma dei 24 Grana?

Nando: Mi sembra evidente che ci sia stata un'evoluzione verso una musica più elettronica e meno suonata, meno di grinta. Anche se "K-album" può sembrare più lento di "Metaversus", da un altro punto di vista è più vivo: dal punto di vista delle cose suonate. Abbiamo appunto suonato molto di più noi direttamente che le macchine... attraverso uno strumento di quelli un pò più classici come la chitarra, il basso, la batteria, riesci a trasferirti più facilmente all'interno della musica, il tuo strumento piuttosto che le tastiere. Questa è forse l'evoluzione principale.

Anche ricollegandoci un pò al discorso di prima, della voglia di capire e di guardare oltre, mi piace sfrondare le cose da quello che mi sembra superfluo per poterle guardare meglio e capirne meglio il significato, è proprio una mia impostazione mentale. Questo è stato il lavoro fatto per "K-album": sono stati un pò più sfrondati dalle foglie esterne per arrivare ad un nucleo più semplice, più suonato, più diretto. L'evoluzione sta in questo dal punto di vista musicale, in una nostra maturazione tecnica - piccola ma c'è stata. La tecnica sta anche nella scelta di un suono, nella capacità di arrangiare.

Rockit: Pensiamo appunto alla scelta dei suoni, di un certo stile di assemblaggio sonoro. Cosa vi ha spinti a scegliere il dub per "Loop", suoni rabbiosi per "Metaversus" e questa sorta di semplicità per "K-album"?

Nando: E' tutto chiaramente in relazione al periodo tuo, sia personale, il tuo periodo nell'arco della tua vita, sia all'interno del contesto in cui ti trovi a fare certe cose. "Loop" era il nostro disco di esordio, all'inizio tendi a caratterizzarti in un filone che senti più vicino: a Napoli si faceva reggae, dub, indubbiamente una situazione che ci ha influnenzato pesantemente. Essendo all'inizio ti viene più facile suonare quello che senti immediatamente vicino. Andando avanti è come se avessimo fatto un percorso a ritroso, abbiamo temperato un pochino tutto quello che ci è passato per le orecchie nel corso degli anni. In "Metaversus" e poi in "K-album" c'è più tutto il nostro background.

Rockit: Qual è dunque il tuo 'background' di riferimento e quello dei 24 Grana?

Nando: Gli artisti che mi hanno formato sono i 0Talking Heads, un gruppo "particolare", fanno parte della new wave americana, fine anni 70 - inizio 80 e sono partiti da una base fortemente punk. Quello che mi ha colpito dei 0Talking Heads è che hanno la capacità di creare un tutto da tantissime piccole parti. Se vai ad ascoltare nel dettaglio alcuni brani, soprattutto nel loro disco "Remain in lights" trovi un grosso richiamo alla melodia, un continuo altalenare tra una precisione quasi fredda e l'isteria totale (sorride). Una grande versatilità compositiva, questo è quello che mi affascinava.

Dal punto di vista umano e lirico: De Andrè, sicuramente. Mi ha dato una grande mano a crescere come persona e farmi capire determinate cose. Col passare degli anni le cose che mi hanno affascinato si trovano soprattutto nel trip - hop: Portishead, Massive Attack, l'elettronica, Aphex Twin. Proprio quest'ultimo lascia ritrovare questo dualismo tra freddezza digitale e calore umano, fa parlare e respirare macchine che assumono tramite lui la follia che solo gli umani hanno. E questo mi stupisce. La mia formazione di base musicale la definirei pop, nel senso più bello del termine. Il modo più semplice per arrivare alle persone.Infatti mi piacevano molto anche alcuni pezzi degli Smiths...

Rockit: Penso a quello che mi dicevi sul primo periodo e sulla scena dub (?!) napoletana. Nel passato siete stati paragonati agli Almamegretta e quel tipo di situazione. Spesso ancora adesso sento parlare degli Almamegretta come punta dell'iceberg della musica partenopea.

In che modo, secondo te, Reeno & co. rappresentano la musica partenopea e come lo fanno, invece, i 24 Grana?

Nando: Per quanto possa essere vero che alla fine sei comunque 'rappresentativo' in qualche modo dell'ambiente che ti sta intorno, quello napoletano, a me sto fatto della musica napoletana non torna... E' vero che ci portiamo dietro la nostra tradizione, anche inconsapevolmente, ma il fatto di squadrare le cose mi da un pò noia - anche pensando, poi, agli Almamegretta, i quali hanno avuto una apertura così netta rispetto alla musica inglese per esempio.

Parlare di 'punta di diamante' o di 'elemento di spicco della musica partenopea' non mi sembra un discorso prettamente artistico. Con questo voglio dire che gli Almamegretta abbiano cercato di staccarsi dall'esigenza di rappresentare per forza l'ambiente napoletano. Cioè ti porti dietro le cose, ma non è che ci rimani attaccato con il cordone ombelicale, a un certo punto lo stacchi. Ti rimane l'ombelico a ricordarti che una volta avevi quel legame però non ci sei più attaccato. E' bello portarsi dietro le tue radici, ma rimanerne vincolati è brutto... come dire "'o ciore cchiù felice è 'o ciore senza radici".

Per me gli Almamegretta sono rappresentativi della musica in genere, hanno fatto delle scelte che possono piacere o non piacere, ma sono comunque delle scelte - e anche coraggiose - e questo secondo me già basta per farli stare un bel gradino alto dal punto di vista artistico.

Rockit: Prima abbiamo accennato a dub e decelerazioni ritmiche. La prima volta che sono stato a un vostro concerto mi ha colpito molto una frase: "secondo me l'anima è qualcosa che va più lenta del nostro pensiero". Questo rallentare, questa decelerazione, erano allora un metodo per guardare le cose, anche dal punto di vista musicale. Ora non sembra essere più così.

Come vedi questo mutare di metodi per conoscere e conoscersi nel corso dei vostri lavori?

Nando: Molte cose si capiscono con il tempo e con le cose che si fanno. "Metaversus" è stato un disco un pò particolare perché era un pò più arrabbiato, però di una rabbia quasi schiattosa, l'incazzatura, aggressività perché ti senti schiattato in corpo. Il passaggio da "Metaversus" a "K-album" mi dà l'idea di una grossa pressione, la rottura di una diga e il conseguente rilassamento. Vedendolo anche nel rapporto con "Loop diventa più complesso": allora era molto particolare il fatto di essere all'inizio.

L'ultimo disco, dal punto di vista dei contenuti, rappresenta una consapevolezza maggiore rispetto alle sensazioni espresse nel cd precedente; un modo di dare una consapevolezza maggiore anche alla propria rabbia - il che può sembrare strano ascoltando dei pezzi che sono lenti. C'è una maggiore maturità rispetto alle cose: prima che iniziassimo la lavorazione di "K-album" avevamo in testa quasi l'idea di fare un disco più cattivo di "Metaversus"... quasi l'idea di manifestare un disagio.

Ma alla fine ci è uscito così: ci è venuto di 'parlare piano' piuttosto che urlare. Magari in "K-album" ci sta anche la necessità di spiegarsi meglio, di capire meglio noi stessi e di porsi con un attimo più chiarezza - e forse il modo migliore, o almeno il modo che abbiamo sentito migliore, era quello di 'parlare piano'. Quando inizi a lavorare a un disco ci sta pure il tentativo di pensare a come farlo, cioè magari all'inizio tenti di capire cosa ti sta passando dentro e tenti di tradurlo in musica, ma quando l'abbiamo fatto non ha dato risultati. Quando abbiamo lasciato perdere il tentativo di capire e tradurre e ci siamo semplicemente limitati a suonare lasciando che tutto fosse spontaneo, le cose sono venute fuori. Infatti ci siamo molto lasciati andare in questo disco, e l'unica cosa su cui abbiamo riflettuto era il tentativo di spiegarci un pò meglio.

Alla fine non so se ci siamo riusciti o meno, ma per il resto ci siamo lasciati andare e abbiamo fatto le cose con tanta semplicità, proprio tanta...

Rockit: Un pò di tempo fa avete lavorato anche con le video installazioni..

Nando: E' stato nel '98 se non ricordo male, con questi due artisti che si chiamano Bianco e Valente. Ci contattarono loro e alla fine è stata una bella esperienza perché ci ha dato moltissimi stimoli creativi. Nello specifico si trattava di creare la musica per una videoinstallazione, un piccolo brano strumentale che facesse da colonna sonora alle immagini, che fosse comunque in qualche modo fuso alle immagini.

E' stata un'esperienza particolare, è sempre stimolante avere a che fare con qualcosa che non appartiene strettamente al tuo ambito, quello di fare musica. La stessa cosa che poi ci è capitata al San Carlo con la colonna sonora di "ROC". Le due cose sono strettamente in relazione, sono modi diversi per dare un altro senso a quello che fai, per esplorare cose nuove. E' stato veramente molto stimolante. Loro lavorano in modo particolare sulla memoria, sulle immagini nascoste della memoria, i ricordi che sono presenti nella memoria ma che sono in qualche modo sfumati, ricordi antichi, vecchi, usano molte immagini sfocate per richiamare questa sensazione. Ed è comunque un'idea affascinante quella di andare a cercare le cose nascoste, quelle che sono dentro di te ma la cui presenza non è palese.

Rockit: Ci sono delle persone che lavorano con mixer video ed effettuano un lavoro di montaggio estemporaneo, un pò come mettere una colonna visiva a dei suoni piuttosto che lasciarsi creare una colonna sonora ad immagini.

Nando: Anche quella videoinstallazione poteva essere vista così. Lavoravamo abbastanza in contatto, facevamo in qualche modo un lavoro comtemporaneo. Facevamo delle cose che facevamo sentire ai due artisti e loro sviluppavano delle cose che ci facevano vedere e che alla fine mettevamo insieme.

Rockit: Come vedi il rapporto tra l'immagine e la musica dei 24 Grana?

Nando: Lo vedo come il rapporto tra due forme di espressione, semplicemente come due modi di esprimersi. Non solo come musica e video, il rapporto tra musica e video mi piace come mi potrebbe piacere il rapporto tra musica e danza (il caso di "ROC"). Si tratta semplicemente di 'modi' per stimolare più sensi - forse uno dei modi migliori per comunicare, nel momento in cui riesci a stimolare più canali. Già il concerto dal vivo è un modo per stimolare tanto l'udito come la vista, dal vivo crei uno spettacolo alla base. Infatti proprio agli inizi tentammo di fare una cosa un pò sperimentale, anche se non riuscì benissimo in quanto eravamo agli inizi ed erano agli inizi anche i ragazzi con cui lavorammo. Quella nostra esperienza voleva arrivare anche a stimolare il gusto e l'olfatto. C'erano dei piccoli stand con degli assaggi e mentre suonavamo sul palco c'era una rappresentazione teatrale del "Pasto Nudo", era un a cosa un pò articolata, forse un pò troppo articolata per noi a quei tempi, ma era una bella idea quella di stimolare quasi tutti i sensi.

Rockit: Quindi modi diversi per comunicare un'idea. Quando hai un'idea un testa questa assume una forma, ha un odore, un colore, un sapore. E comunicare stimolando più sensi riesce probabilmente a far arrivare meglio quell'idea nelle forme che ha assunto quando è stata pensata.

Nando: Esattamente. Sono cose che spero in futuro faremo ancora collaborando con altre persone per creare qualcosa che non sia solo di musica. Qualcosa che credo farebbe piacere a chiunque.

Rockit: Come vivi (e come vivono la band nel complesso) l'esperienza del live?

Nando:In maniera puramente professionale, sono freddo e gelido (ride). Chiaramente i live sono sempre diversi, per qualche motivo ci sono sempre delle situazioni che ti prendono di più e delle situazioni che ti prendono di meno, ma sono sempre dei bei momenti.

Stranamente in alcune di queste situazioni mi faccio coinvolgere di più da alcuni pezzi, in altre, invece, mi lascio coinvolgere più da altri - e questa è una cosa che rende il live affascinante.

Anche per noi è variabile nonostante facciamo sempre gli stessi pezzi nell'arco di un tour. Come e perché il live cambia è impossibile spiegarlo: probabilmente dipende anche dal fatto che abbiamo quasi sempre la fortuna di poter suonare con la gente a mezzo metro da noi.

Rockit: Avete prodotto dei videoclip, creandovi un pò delle piccole videoinstallazioni personali oltre che ad utilizzarli a scopo di promozione...

Nando: Sicuramente abbiamo realizzato dei video come una ulteriore forma di espressione: Sabino Esposito, nostro amico regista, ci ha aiutato ad interpretare per immagini quelli che erano i nostri suoni. Chiaramente poi questi video sono serviti anche per arrivare in maniera più diretta ad un pubblico più grande. Infatti quando fai un disco lo fai perché ti piace fare il disco, fare musica. Allo stesso tempo quando fai un disco ti preoccupi che arrivi al pubblico, che si venda. Altrimenti non potresti farne altri.

Rockit:Abbiamo parlato di suoni e immagini, non si può evitare di pensare al piccolo schermo che porta suoni/immagini direttamente nelle nostre case. Qual è il vostro rapporto con la televisione?

Nando:Il rapporto con la televisione è strano. Obiettivamente in televisione io non sono io, non sono tutto. Quando sei davanti alle telecamere hai l'esigenza di rappresentarti e puoi rappresentare solo una parte di te. Il discorso è che noi, come dice Francesco, siamo un piccolo mass media, cerchiamo di dare dei contenuti a quello che facciamo. In questo tentativo ti viene la paranoia di farti capire. I tempi in televisione sono mostruosi, non hai tutto il tempo di farti una chiacchierata. Mi fa un pò paura il rapporto con la televisione, personalmente non resto mai soddisfatto perché trovo sempre che ci sia qualcosa che non sia venuta fuori o che peggio sia venuta fuori in maniera distorta. Tutto viene concentrato e non mi piace l'idea di dover concentrare le cose in poco tempo e poco spazio.

Penso soddisfatto ad una chiacchierata senza pianificazioni, fatta così, seguendo il filo dei pensieri. Libera e senza preoccupazioni. Mi viene solo da fare una domanda, l'ultima, ovvia, scontata. E mi aspetto una pacata risposta che arriva...

Rockit: Progetti per il futuro?

Nando: Non ne ho proprio idea.

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