Nati e cresciuti tra Napoli e la sua provincia, i japaneseghostarmy raccontano un percorso fatto di ricerca, sperimentazione e ostinazione. In questa intervista ripercorrono la nascita del progetto, le influenze del territorio e il rapporto con una scena underground che negli anni ha saputo costruire spazi e identità. Dalle prime esperienze live alle difficoltà di una band indipendente, affrontano il tema dell'emergere in un sistema spesso difficile da attraversare.
Un dialogo sincero sulla musica, sulla provincia e sulla necessità di continuare a creare senza perdere la propria voce.
Dove sei cresciuto? Descrivilo in tre righe.
Ciro: Sono nato a Napoli. Ho trascorso parte della mia infanzia in provincia, per poi tornare in città durante l'adolescenza.
Domenico: Sono cresciuto a Volla, alle porte di Napoli: un luogo sospeso tra l'euforia del capoluogo partenopeo e la quiete, tutta di cemento, dei paesi vesuviani.
Tre cose per cui è "famosa" la tua città/paese?
Ciro: Se ne potrebbero citare molte più di tre, ma nell'immaginario collettivo Napoli è soprattutto pizza, Maradona e camorra.
Domenico: La coltivazione dei friarielli, i resti di un casale borbonico e una pizza con la patata schiacciata chiamata "fiocco" (che consiglio vivamente).
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C'erano locali, etichette, altri artisti?
Locali, spazi sociali, etichette, collettivi musicali e artistici ci sono sempre stati, soprattutto nell'underground. Contrariamente a quanto qualcuno continua a pensare, negli ultimi trent'anni Napoli si è affermata come uno dei più importanti poli alternativi del Paese, con una scena ricchissima che spazia dal post-hardcore alla musica sperimentale, dal folk al rock progressivo.
C'è qualcuno che vi ha ispirato sul territorio (artisti, promoter, figure di riferimento)?
Come band napoletana non possiamo non citare i Sula Ventrebianco. I loro suoni viscerali e, soprattutto, i testi autentici, spesso cantati in napoletano, ci hanno ispirato fin dall'inizio e continuano a farlo a ogni ascolto.
Ricordi il primo live della tua vita? Quando, dove e com'è stato? Il locale del cuore sul territorio?
La prima volta che abbiamo suonato dal vivo è stata nel 2021, a Caserta, durante il festival Direzioni Diverse, una bellissima iniziativa che univa musica dal vivo e artigianato. Probabilmente non è stata la nostra performance migliore: l'ansia del debutto e qualche cavo che ha deciso di tradirci sul più bello non hanno aiutato. Ma, oltre ad averci regalato il classico aneddoto sul concerto andato storto, quegli imprevisti hanno reso quella serata speciale e indimenticabile. Volente o nolente, il primo palco non si scorda mai.
In cosa è più difficile, e in cosa più facile, essere un artista emergente in provincia?
La difficoltà più grande che abbiamo affrontato — e continuiamo ad affrontare — è l'indifferenza di gestori, promoter e, più in generale, degli addetti ai lavori. Abbiamo perso il conto delle mail e dei messaggi inviati. Ricevere un rifiuto scritto, paradossalmente, è già una piccola vittoria, perché nella maggior parte dei casi non arriva nemmeno una risposta.
È una lotta continua per conquistarsi uno spazio in cui potersi esprimere, senza portare rancore a nessuno. Sappiamo che spesso questa indifferenza non è cattiveria, ma la conseguenza di un sistema che rende la vita difficile a club, etichette e agenzie di booking.

Una cosa che non capisci o non accetti della discografia di oggi?
Oggi sembra che ogni album d'esordio debba essere una magnum opus. Questa aspettativa tossica ci ha fatto perdere il piacere di assistere alla crescita di una band o di un artista.
Se nel 2026 gran parte di ciò che ascoltiamo in radio, nelle playlist o in quello che resta della musica in televisione suona di plastica, è anche perché non c'è più la pazienza di ascoltare un disco dall'inizio alla fine, né di accettare che dietro un artista ci sia una persona che cresce, sbaglia, cambia e migliora. Non servono gli stream. Non servono i like. Non servono le visualizzazioni. Serve musica bella. E la musica bella ha bisogno di tempo e pazienza.
Come e quando nasce il vostro progetto artistico?
I japaneseghostarmy sono nati nel febbraio del 2020. Entrambi stavamo cercando qualcuno con cui suonare e, quasi per caso, ci siamo ritrovati.
Quanto il luogo in cui siete cresciuti ha inciso sul vostro sound e sulle vostre idee?
Crediamo che ogni artista sia, in qualche modo, il riflesso della propria terra, e noi non facciamo eccezione. Napoli e la sua provincia sono presenti in tutto quello che facciamo: negli accordi, nei testi e perfino nei brani in cui non cantiamo. La nostra città è forse il più grande dei paradossi: terra di amore e fragore, ma anche di indifferenza e apatia. È proprio questa contraddizione a ispirarci ogni giorno, tra una bestemmia e l'altra.
Quali sono state le sfide più grandi del vostro percorso artistico?
La difficoltà più grande è sempre stata riuscire a suonare fuori dalla nostra regione. Per un periodo questa esigenza è diventata quasi un'ossessione, tanto da portarci a commettere degli errori: ci siamo affidati a persone poco affidabili che, in cambio di soldi, ci avevano promesso concerti in tutta Italia. Date che si sono poi rivelate inesistenti o semplicemente impraticabili.
Al di là dei soldi — che probabilmente non rivedremo mai — quella delusione ci ha insegnato una cosa importante: certi obiettivi si raggiungono con il tempo, senza scorciatoie. Perché, a volte, non si vince solo tagliando il traguardo per primi.
C'è un messaggio o un tema ricorrente che volete trasmettere con la vostra musica?
Ci è sempre piaciuto parlare dei rapporti umani, in ogni loro forma, colore e sfumatura. All'inizio i nostri testi erano volutamente criptici e timidi, quasi nascosti dietro la musica, perché eravamo convinti che le parole non dovessero essere le vere protagoniste dei nostri brani.
Negli ultimi anni, però, con tutto quello che sta accadendo nel nostro Paese e nel resto del mondo, abbiamo sentito l'esigenza di essere più diretti: dire le cose come stanno, senza filtri e senza compromessi. Il nostro prossimo lavoro parlerà della schiavitù travestita da "lavoro", di chi continua a bere questa bugia ogni giorno senza accorgersi che sa di piscio, della scomparsa di una vera collettività e di come proprio quella collettività possa smascherare un orrore che ormai tutti chiamano "normalità".

Come definireste la vostra evoluzione artistica dall'inizio a oggi?
Dalle prime prove in sala è cambiato praticamente tutto. Abbiamo sperimentato molto e ci siamo presi tanti rischi, ma non lo abbiamo mai fatto da soli: al nostro fianco c'è sempre stato il nostro grande amico e produttore Danilo Turco. L'evoluzione della band è andata di pari passo con quella personale. Entrambi continuiamo a studiare il nostro strumento, imparando qualche regola in più... per poterla ignorare quando serve.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza i nostri maestri: Fredy Malfi, punto di riferimento nell'insegnamento della batteria, e Livio Lamonea, un vero alieno della didattica chitarristica.
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L'articolo Tra Napoli e provincia, dove nasce il rumore dei japaneseghostarmy di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-01 17:05:00
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