Nell'anticamera del cervello di Filippo Bertipaglia

Si chiama "Amigdala" il nuovo disco strumentale del virtuoso musicista veneto: un album che, con la sola forza della sua chitarra acustica, riesce a scavare tantissimo dentro l'animo umano. Ora è il momento di sentire quello che ha da raccontare

Filippo Bertipaglia - foto di Roberto Covi
Filippo Bertipaglia - foto di Roberto Covi
05/05/2026 - 10:37 Scritto da Redazione

L'amigdala sta lì, nascosta dentro al nostro cervello, a gestire le nostre emozioni. Soprattutto l'ansia e la paura, rendendolo un punto particolarmente sensibile del nostro corpo. È da qui che parte il nuovo disco di Filippo Bertipaglia, musicista veneto che, armato della sola chitarra acustica, riesce a creare dei passaggi sonori a dir poco incredibili. D'altronde il suo percorso è di quelli di un virtuoso dello strumento: date in tutto il mondo, collaborazioni con musicisti importanti come Eugenio Finardi, Caparezza e molti altri, fino all'incontro con il cantautore Corrado Rustici, che diventerà poi il produttore di Amigdala (sembrava destino, vista la sua militanza nel gruppo prog rock dei Cervello...).

In Amigdala, Bertipaglia fa della sua chitarra uno strumento per scandagliare l'animo umano, restituendo uno scenario complesso tra ricordi, riflessioni e squarci emotivi che riescono a manifestarsi senza bisogno di parole, ma solo attraverso le note. A sottolineare, ancora di più, l'inafferrabile legame che c'è tra istinto e razionalità, emozioni e pensieri, cuore e mente, attraverso le nove tracce del disco, di cui otto sono composizioni inedite e una è una sorprendente cover di Time after Timedi Cyndi Lauper.

Anche se nel disco non canta, eravamo curiosi di sentire cos'avesse da dire Bertipaglia: ecco la nostra intervista con lui. 

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Perché Amigdala?

Perché è il titolo di uno dei brani contenuti nell’album e rappresenta appieno il “leit motiv” tematico dei brani quindi era naturale che sarebbe diventato anche il titolo dell’album. Emozioni, soprattutto ansia e paura, proprio quello che avviene nell’amigdala cerebrale. Una sorta di maieutica e catarsi fatte di composizioni che avevano un disperato bisogno di manifestarsi nella loro pienezza.

Nel disco si sente forte una malinconia. È un tratto del tuo carattere? in che modo metti te stesso nella musica?

Nel momento in cui creo qualcosa non ha assolutamente senso per me suonare in maniera artificiosa e accademica per avere un certo stile musicale e assomigliare a un compositore piuttosto che a un altro; voglio solo essere me stesso e trasformare in melodie e armonie i miei sentimenti più introversi, senza compromessi. La malinconia è una bellissima e a volte pericolosa compagna che mi ha accompagnato sempre e suppongo sarà sempre presente in me stesso.

Cosa rappresenta ciascuna traccia? È un percorso con varie tappe (o affini)?

Sono varie facce della stessa medaglia. A parte qualche brano che si differenzia particolarmente come Night Shift o Hybrid Headache che hanno una natura più descrittiva, la maggior parte dei brani sono nati per vivere intensamente certe emozioni in cui in certi momenti della vita mancano completamente e suonando posso ritrovare e nuotarci all’interno.

Filippo Bertipaglia - foto di Mehmet Gurkan
Filippo Bertipaglia - foto di Mehmet Gurkan

Qual è il tuo "metodo di lavoro"? Da cosa parti?

Devo innanzitutto mettermi in una condizione tale da non avere l’attenzione distolta da nient’altro. In altre parole devo essere solo e con tutti i vari device lontano da me. Solo in questa maniera riesco a iniziare a sentire dei suoni nella mia testa e la maggior parte delle volte inizia un processo a cascata dove la testa è più veloce della reale concretizzazione delle idee in musica, ma so che fermandomi con attenzione posso mettere a fuoco quelle melodie “infinite” che si palesano dentro di me. È un circolo che potrei chiamare virtuoso perché mi appaga totalmente e che mi fa crescere in termini di sensibilità. La melodia viene vestita di un’armonia che cerco di non relegare mai come bieco tappeto armonico, ma deve avere un suo carattere e bellezza, una sua personalità. Scrivo o registro le idee per non dimenticarle e inizio a legare tra loro le varie sezioni finché non sono contento al 100% della composizione.

Chi è Corrado Rustici per te? Come l'hai conosciuto?

Corrado Rustici è uno dei più grandi produttori musicali che l’Italia abbia mai avuto, per alcuni il migliore in assoluto. Sicuramente un visionario che non lascia nulla al caso e non vuole mai agire con un lavoro superficiale. Il suo contributo sonoro è immenso nel mio disco. L’ho conosciuto tramite un’intervista che gli feci e in seguito siamo rimasti in contatto e avendo ascoltato delle mie demo casalinghe si è appassionato talmente tanto che mi ha chiesto se mi andasse di farmi produrre dei brani da lui. Ancora mi devo riprendere. È un onore incredibile e una scuola musicale (ma non solo) continua il poter conversare con lui. Un essere speciale.

Com'è fare musica strumentale oggi in Italia? Come ci si “sostenta"?

Certe categorie di musica strumentale, tendenti al rock o rock fusion (con una band compatta che propone il contenuto musicale), hanno sicuramente un appeal più immediato nel pubblico. Da un punto di vista della diffusione non c’è differenza tra Italia e resto del mondo, il mezzo principale è sempre lo stesso: i social. Io sono davvero fortunato perché faccio parte dell’etichetta Raydada, che mi sostiene concretamente a spada tratta e a cui sarò sempre molto riconoscente. Il prodotto deve avere una costante promozione sui social e a volte c’è chi è più tagliato e chi lo trova un fardello inevitabile.

E tu come la vivi?

Io appartengo sicuramente alla seconda categoria. La dopamina a mille o la delusione per i vari numeri raggiunti crea stress, dipendenza e a volte dei down importanti. Nulla di questo dovrebbe esistere per un artista che viene notato a seconda del video che propone e sperare che l’algoritmo mostri il proprio contenuto a più persone possibile mentre scrollano. Una schifezza totale, ma è inutile agire come Don Chisciotte. Penso che ancora il miglior modo per fidelizzare seriamente del pubblico sia suonare live il più possibile, e anche le varie dirette sui social possono ridare un ritratto più accurato dell’artista. Il problema nel suonare in vari locali, anche non particolarmente importanti, è però sempre lo stesso: se non ti hanno mai sentito nominare i vari proprietari vogliono vedere i numeri nei tuoi social per capire se il gioco vale la candela in termini di cachet vs biglietti staccati. Insomma, alla fine se la passione non è tanta e la musica non è davvero la tua unica ragione di vita, il cammino è talmente arduo che la selezione naturale è senza pietà e miete un gran numero di vittime.

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Altrove ci sono mercati discografici più "pronti" per questo approccio e questi suoni?

Non ne ho idea, ma penso che ora il concetto di nazionalità legato al fruire musica in quanto tale sia superato dai social network che sono formati da un bacino mondiale di ascoltatori di tutti i tipi che seppur con contenuti di nicchia possono rendere un prodotto considerevole in termini di numeri (ascolti e visualizzazioni).

Come suonerà live il disco?

Il più simile possibile alla versione studio ma con quelle sfumature agogiche e dinamiche dovute alle differenti vibrazioni che ogni pubblico trasmette al performer. Per me è molto importante anche la presentazione dei brani, mi piace fare storytelling affinché le persone possano comprendere meglio quello che andranno ad ascoltare. Il rapporto umano vince su tutto alla fine.

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L'articolo Nell'anticamera del cervello di Filippo Bertipaglia di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-05-05 10:37:00

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