New Candys - Dentro al sangue magenta Intervista

© Benedetta Albertini© Benedetta Albertini
06/10/2017 di

Bosch, il sangue magenta e Dario Argento. E poi, la difficoltà come punto di partenza di un processo creativo: in occasione dell'uscita del loro nuovo "Bleeding Magenta", che continua il sodalizio con la londinese Fuzz Club Records, abbiamo rivolto qualche domanda ai New Candys.

"Bleeding Magenta" arriva due anni dopo "As Medicine". Cos’è successo in questo arco di tempo e da cosa è nata la spinta per questo nuovo lavoro?
Fin dall'inizio avevamo in mente di pubblicare questo nuovo album su un vinile 12’’. Abbiamo preso come regola il fatto di tenere il primo lato con la maggior parte delle canzoni, componendole quindi in modo normale, e di giocare di più con la sperimentazione sul secondo. Abbiamo tenuto presente questo aspetto sapendo di poter arrivare a 24 minuti di musica, che è il limite massimo di un vinile. Questa è stata un po' la differenza rispetto agli altri dischi, questo gioco. Poi, a livello sonoro puntavamo a qualcosa più non direi afetico, ma comunque moderno. Come band come A Place To Bury Strangers, con richiami di suoni più industriali.Volevamo qualcosa che non fosse desertico ma più cittadino.

Il bleeding magenta è il colore del sangue nei film splatter e horror degli anni '70. Perché avete scelto di dare questo titolo al disco?
Avevamo fatto una specie di questionario per i nostri fan, che si sbloccava comprando il disco. Eravamo stati colpiti da una risposta di Stefano, il bassista, che alla domanda "Quali film ti piacciono?" aveva risposto "Tutti quelli in cui il sangue è color magenta". Era un'immagine forte ma al tempo stesso non così cruda. In più, di solito fanno vedere molto sangue, ma in realtà non c’è alcun tipo di ferita. E lo vedi magenta, quindi capisci che è finto. È un'immagine allegorica. Come dire che nessun dolore è destinato a durare per sempre. O che, se capisci che il dolore è finto, allora non può realmente farti del male.

All’interno del booklet è presente un’ampia illustrazione, quasi un Bosch naif/onirico ed enigmatico, in cui ogni personaggio rappresenta una traccia del disco. Che tipo di viaggio e di narrazione volevate creare attraverso l’album e la raffigurazione delle sue tracce?
Il riferimento è esattamente Bosch. È stata una cosa divertente: la musica e i testi si scrivono in modo conscio e anche subconscio, a volte le parole ti vengono semplicemente fuori in quel modo. Per il dipinto nel booklet ci siamo messi a elencare tutte le immagini citate in ogni canzone e abbiamo cercato di unirle in un quadro unico. È stato divertente ed è una cosa che non avevamo mai visto fare da nessuno. Lo abbiamo realizzato a quattro mani insieme all'illustratrice Laura Gamba, io le dicevo i riferimenti e lei trovava la forma più giusta per rappresentarli. Volevamo trasmettere proprio l'idea di dipinto alla Bosch. In effetti sembra un sogno: il punto principale è che ci siamo noi a questa sorta di matrimonio, che è la rappresentazione delle tre tracce unite del lato b. Ci piaceva l'idea di creare qualcosa anche per gli occhi, di mostrare dentro un quadro quanto di visivo è citato dentro il disco. Era interessante e curioso mettere insieme questi riferimenti per far vedere ciò che era venuto fuori dal caso controllato.

Rispetto alle vostre produzioni precedenti il disco sembra avere una chiusura ancora più cupa: che tipo di lavoro avete realizzato a livello di suono? 
Abbiamo avuto più tempo per lavorare a questo album. È molto difficile che un disco venga esattamente come te lo immaginavi, però "Bleeding Magenta" è quello dei tre che ci si è avvicinato di più, perché ce lo siamo mixati noi. Lo abbiamo registrato interamente al Fox Studio di Venezia con un nostro amico e carissimo ragazzo, quindi abbiamo avuto il tempo fisico di arrivare nel dettaglio al suono che avevamo in mente. Sinceramente non saprei valutare se sia più dark rispetto ai lavori precedenti, anche perché alcuni pezzi non lo sono. Però non sei la prima a dirmi che sono pezzi più cupi rispetto agli altri. Diciamo però che a livello compositivo sono venuti fuori così. Ogni volta cerchiamo di fare qualcosa di nuovo, quindi è normale che sia diverso da quelli precedenti.

Photo_4_Credit_Benedetta_Albertini
(© Benedetta Albertini)

Ho letto che nello sviluppo del video di “Excess”, così come dell’artwork dell’intero disco, sono stati determinanti il regista danese Nicolas Winding Refn e i primi film di Dario Argento: in quali elementi delle loro filmografie vi riconoscete come band?
Di Refn io ho seguito molto le ultime interviste. Ce n'è una, tornando anche alla domanda di prima, dove lui parla della creatività e di come l’essere in difficoltà aiuti il processo creativo. È proprio per questo che ci siamo dati dei limiti di tempo: fissandoli siamo stati costretti, fra virgolette e in modo benevolo, a rivedere i pezzi, a non tenerli troppo lunghi o comunque a comporli nel miglior modo possibile in un dato tempo. Questo suo modo di approcciare la creatività ci ha sicuramente influenzati. Poi siamo comunque una band molto visiva, abbiamo questo legame di cui ti raccontavo prima con lo splatter, con il sangue magenta, con i film di Dario Argento, in particolare i primi cinque fino a "Inferno". Questo uso delle luci in modo estremo. E anche i film di Refn, soprattutto gli ultimi due, "The Neon Demon" e "Solo Dio Perdona", dove c'è l'utilizzo delle mani in modo forte. Io consiglio a tutti di vedere le sue interviste: magari poi a qualcuno i film non piacciono, però sono belle le interviste in cui racconta come sia giunto a determinate soluzioni. Non è che noi siamo arrivati alle nostre per lo stesso motivo, ma è stato ispirante dal punto di vista del processo creativo.

Come singolo avete scelto “Excess”, come genere abbracciate da sempre la psichedelia: che rapporto avete con gli eccessi? 
Nessuno, non utilizziamo droghe (ride, ndr).

La domanda in realtà nasceva dal fatto che spesso i vostri pezzi sono diretti a un "you", quindi pensavo anche a eccessi di carattere emotivo.
Nel caso di "Excess", il riferimento è più a una relazione magari. Rispetto al genere psichedelico che menzionavi prima, però, noi siamo dentro a questa scena, ma in realtà più passa il tempo più cerchiamo anche un po’ di staccarcene. Questo disco è sì psichedelico, penso anche alle voci riverberate con l’eco, però lo è molto meno del primo o confrontato con il lavoro di altre band. A noi sembrano canzoni che potevano anche essere state scritte negli anni '90 come soluzioni di scrittura.

Tempera - video screenshot

Di cosa parla “Mercenary”?
Ecco, quello è forse l'unico testo in cui non c’è lo "you" che menzionavi prima. C’è una certa linea di demarcazione, nel senso che il pezzo racconta di qualcosa che è impossibile abbia vissuto io o qualcun altro nella band, ossia i pensieri di un soldato mercenario. Forse ci è venuto in mente perché la canzone inizia con una chitarra che ricorda un po' un carro armato, qualcosa di cattivo e molto grosso. A me è venuta istantaneamente l'idea di associarlo alla guerra, perché con quel riff iniziale che poi si ripete mi è sembrato una sorta di marcia. Il testo è nato partendo da questo ed è stato scritto in modo molto conscio rispetto agli altri. Ha poco di onirico. È la descrizione di un soldato vicino a un compagno morente, che si interroga sulle ragioni della sua presenza lì.

Com’è nata la collaborazione con Julia Hummer, che canta in “Sermon”?
Avevamo bisogno di una voce femminile, avevamo proprio studiato il pezzo con quel botta e risposta. Nel 2016 avevamo fatto un concerto al Graf Hugo in Austria e lei ci aprì il concerto con il suo progetto Juleah. A tutti era piaciuta tantissimo la sua voce e da lì siamo rimasti in contatto. Quando dovevamo chiedere a qualcuno di cantare, a tutti è venuta in mente lei. Ha questa bellissima voce, inoltre suona e ci piaceva anche la musica che compone. Le abbiamo mandato una traccia con una melodia, che lei ha comunque reinterpreato rispetto al suo modo di cantare. Ed è stato molto bello quando per la prima volta abbiamo inserito nel pezzo la sua traccia vocale.

Sul secondo lato avete unito tre brani in un unico medley molto cupo e particolarmente sperimentale (“The Outrogeous Wedding I, II e III): di cosa parla il brano e com’è nato?
Come ti dicevo prima, il primo lato del disco è stato scritto in modo conscio, mentre il secondo, che è questo con i tre brani uniti, lo abbiamo finito in studio. Avevamo in mente di unirli, ma non ci avevamo mai provato nelle demo. Erano quasi tre pezzi incompleti, che abbiamo approcciato pensando al lavoro dei Beatles con "Abbey Road". Non c'è una linea comune fra i tre, nel primo a un certo punto ci sono suoni che non sono nemmeno musicali. Erano semplicemente tre pezzi che ci piacevano, volevamo giocarci e li abbiamo messi lì. Alla fine, ci è piaciuto molto anche il fatto di forzarli e di farli stare insieme. Per quello "wedding", li abbiamo proprio forzati a stare insieme (ride, ndr). E in modo oltraggioso, scritto con "outro" perché sono le tre tracce di uscita del disco, dopo quelle c'è solo la reprise.

Photo_2_Credit_Benedetta_Albertini
(© Benedetta Albertini)

Prima hai menzionato il dolore: per voi la musica è una forma di sua catarsi, di esorcismo? 
Penso sia una sorta di valvola di sfogo naturale e più diretta. Per me risulta più sincero se i testi parlano di qualcosa che mi ha più o meno toccato, però non direi nemmeno che sono testi personali. Spesse volte è semplicemente interessante giocare con un concetto, magari variarlo. Non necessariamente quel "you" è un tu a cui mi rivolgo io. I testi vengono sempre al secondo posto, al primo c'è la musica, seguita dalla musicalità delle parole. Magari in quel momento ci stava meglio la vocale u, allora dico you, anziché I. Alcuni pezzi vengono al primo colpo, altri invece sono scritti in molto tempo, fino all’ultimo. A volte non li abbiamo pronti fino a poco prima di registrare. Anche per questo era interessante realizzare quel dipinto, per vedere in un colpo d'occhio cosa veniva fuori alla fine.

Avete un ottimo rapporto con l’estero, con sia alle spalle che in programma numerose date fuori Italia: penso che ve lo abbiano già chiesto in molti, ma continua a essere interessante quali siano le differenze che cogliete tra pubblico italiano e straniero.
Diciamo che per noi suonare all’estero è il vero obiettivo. È bello suonare in Italia, ma la reazione del pubblico all’estero è più dentro alla musica, più vivace. Il pubblico si posiziona anche più vicino a te, guardandolo dal palco. In alcune città ci capita anche di avere gente che canta. Questo però non è che lo abbiamo scelto noi, è semplicemente un dato di fatto. In Italia ci si sente sempre un po’ sotto analisi: la gente magari durante il concerto se la gode anche, alcuni ballano e sono dentro la musica, ma molti altri stanno lì e sembra quasi un “vediamo se te lo meriti, l’applauso”. All’estero c’è proprio un altro tipo di approccio: magari un atteggiamento del genere ci è capitato alle prime date in città come Londra o Parigi, ma in quelle piccole abbiamo sempre trovato il delirio. In Italia sembra tu sia sempre in una grande città: nello scorso tour abbiamo concluso con una data a Trieste, che è stata probabilmente la peggiore. Noi comunque suoniamo uguale, non ce ne frega niente. In Italia suoniamo il minimo, dove ci vogliono. Poi quando siamo sul palco, cerchiamo di suonare bene, questo è ovvio. Ma abbiamo avuto la fortuna di iniziare a fare tour all’estero dal 2015 e da lì abbiamo visto una crescita costante. Il che ci motiva a continuare in questo senso. 

Tag: intervista

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Com'è "Ossigeno", il nuovo programma di Manuel Agnelli