Nato nel New Jersey, cresciuto tra gli Stati Uniti e Firenze e oggi con un'importante esperienza vissuta a Tokyo, Krisj Wannabe è un artista che ha costruito il proprio percorso attraversando luoghi, scene musicali e culture profondamente diverse. Dal rock americano ai club giapponesi, passando per le difficoltà di trovare spazi per la musica dal vivo in Italia, il suo progetto nasce da un approccio completamente DIY e da una continua ricerca sonora. In questa intervista racconta come ogni città abbia lasciato un segno nella sua musica e perché, nonostante tutto, continui a credere che fare canzoni sia ancora il modo migliore per creare connessioni autentiche.

Dove sei cresciuto? Descrivilo in tre righe.
Sono nato nel New Jersey, una sorta di "provincia del mondo". Quando avevo cinque anni mia madre si è trasferita a Firenze per lavoro e da allora ho vissuto tra due realtà: l'anno scolastico in Italia e il resto del tempo dai parenti negli Stati Uniti, con New York sempre all'orizzonte. Crescere tra questi due mondi ha inevitabilmente plasmato il mio modo di vedere la musica.
Tre cose per cui è famosa la tua città/paese?
Firenze è conosciuta in tutto il mondo, ma oggi mi sorprende che una città così viva dal punto di vista turistico abbia così pochi spazi dedicati alla musica dal vivo. Il New Jersey, invece, è famoso proprio per aver dato i natali a una quantità incredibile di musicisti: da Bruce Springsteen a Frank Sinatra, da Whitney Houston a Paul Simon, fino ai Misfits e ai Blondie. Forse perché lì c'erano poche distrazioni e New York era a mezz'ora di macchina.
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto hai trovato? Com'era e come si è evoluto?
Quando ho iniziato a suonare frequentavo ormai meno gli Stati Uniti. La Firenze degli anni Dieci offriva poco a livello di scena, ma era piena di persone con la voglia di fare musica. Oggi la situazione è cambiata poco: le sale prove sono sempre affollate, si continua a passare le pause davanti a un panino da Cioni e si cerca disperatamente uno spazio dove suonare. Una volta siamo arrivati fino a Carisasca, dopo quattro ore di viaggio, per scoprire che il concerto era saltato a causa della pioggia.
C'è qualcuno che ti ha ispirato sul territorio?
Devo sicuramente citare Mario Santini, il mio primo manager. Era un musicista con un'enorme esperienza, aveva vissuto gli anni d'oro della scena fiorentina e possedeva una collezione di dischi che per me era semplicemente sconfinata. Un'altra figura fondamentale è Carlo Emilio, un cantante straordinario: bastava che prendesse in mano la chitarra sulle scale di Santa Croce perché tutti smettessero di parlare e iniziassero ad ascoltare.
Ricordi il primo live della tua vita? E il locale del cuore?
Il primo concerto come Krisj Wannabe è stato a Tokyo, allo Space Orbit di Setagaya. Il primo live in assoluto, invece, risale al 2008, quando suonavo con i The Patterns all'oratorio dei Salesiani. Il locale a cui sono più legato resta però il Blob, dove con i Leaf Deposit abbiamo vissuto alcuni dei concerti più belli.
In cosa è più difficile, e in cosa è più facile, essere un artista emergente in provincia?
Il problema principale è la mancanza di spazi. Firenze viene considerata una grande città, ma offre pochissime opportunità per chi vuole proporre musica originale. Molti locali storici hanno chiuso e quelli rimasti devono fare i conti con regolamenti che limitano l'utilizzo di batterie e amplificatori. Il talento c'è, ma spesso manca semplicemente un posto dove farlo emergere.
Una cosa che non capisci o non accetti della discografia di oggi?
La necessità di produrre continuamente contenuti per i social. Capisco che oggi faccia parte del gioco e che sia una forma di promozione, ma il ritmo richiesto rischia di portare facilmente al burnout. È una dinamica che comprendo, ma che continuo a non condividere.
Come e quando nasce il tuo progetto artistico?
Krisj Wannabe nasce tre anni fa, quando mi trasferisco a Tokyo. Portare avanti la mia band di Firenze, i Leaf Deposit, era diventato impossibile, così ho deciso di ripartire da solo: una scheda audio, un paio di cuffie nuove e la voglia di scrivere. È un progetto completamente DIY.
Quanto ha inciso il luogo in cui sei cresciuto sul tuo sound?
Moltissimo, anche se in modi diversi. Firenze mi ha fatto scoprire tantissima musica attraverso i locali e la vita notturna. Dal New Jersey porto invece l'eredità di mio nonno, sassofonista che ha suonato con musicisti come Dave Brubeck e Angelo Badalamenti, oltre alla cultura americana dei lunghi viaggi in auto passati ad ascoltare radio rock come Q104.3. Infine Tokyo mi ha mostrato una città in cui i live club occupano interi palazzi, uno sopra l'altro. Tutte queste esperienze convivono oggi nel mio modo di scrivere musica.
Quali sono state le sfide più grandi del tuo percorso artistico?
La più grande è stata diventare un artista solista. Fino a questo progetto ero convinto che avrei sempre suonato in una band. Trasferirmi in Giappone mi aveva fatto pensare di fondarne un'altra, ma tra la barriera linguistica e un modo completamente diverso di organizzare la musica non ci sono riuscito. Lavorare da solo significa non avere qualcuno con cui confrontarsi su un riff o su un arrangiamento, e questo cambia profondamente il processo creativo.
C'è un messaggio ricorrente nella tua musica?
Le mie canzoni parlano spesso di disillusione sociale, distacco emotivo e di un mondo sempre più iperconnesso. Temi non proprio leggerissimi, ma il mio obiettivo non è deprimere chi ascolta. Vorrei piuttosto che chi si ritrova in quelle emozioni capisse di non essere solo e trovasse nella musica uno spazio in cui riconoscersi.
Come definiresti la tua evoluzione artistica?
In continua trasformazione. E penso che continuerà così finché avrò voglia di fare musica.
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L'articolo Tra New Jersey, Firenze e Tokyo, la geografia musicale di Krisj Wannabe di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-21 12:23:00
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