Diaframma - Nexus - Terni, 25-02-2003 Intervista

02/02/2003 di Simone Stopponi

Lo scenario è offerto dal concerto al “Nexus” di Terni: un locale gestito da giovani musicisti che offre concerti, visioni, readings, cucina e bazar… per conoscere la programmazione contattali: ulster@libero.it 0744/426431



Un classico: arrivo in ritardo! Ché quando si tratta di trovare il centralissimo “Nexus” a Terni in the rush-hour, non mi batte nessuno…
Trovo il gruppo già a tavola, i miei ganci mi presentano a Federico Fiumani come “quello di Rock-it”. Parentesi sull’abbigliamento del provetto giornalista: pantaloni e maglia nera (very dark), camicia bianca (very new-wave), sciarpetta (very new-romantic), borsa a tracolla con su scritto: “Radio2” (very professional!).
Durante la cena combino poco perché Federico siede agli antipodi e soprattutto perché una tavolata di tifosi in erba della Ternana, dediti forse più al rosso sfuso locale, che alla suddetta squadra o sostanza, ci intrattiene con cori da stadio.
Scappiamo e arrivati al locale mi faccio coraggio,

Rockit: “no, è che siccome che avrei dovuto fare la recensione del live, ma è appena uscita, insomma ti faccio qualche domanda, ammesso che mi ricordi un argomento qualsiasi che mi ero appuntato” (l’agendina giace anni luce da me insieme al registratore nella borsa di Radio2).

Comincio malissimo, ma Federico mi mette subito a mio agio, chiedendomi anche del resoconto del concerto di Sassuolo che non aveva ancora letto.

Rockit:”Partiamo subito dalla scaletta del concerto…”
Federico Fiumani: “quasi tutto l’ultimo disco, “I giorni dell’ira”, un lavoro un po’ più curato, soprattutto in studio, il penultimo “Il futuro sorride a quelli come noi”: uno dei miei dischi dei Diaframma preferiti, ci sentivamo davvero in sintonia quando lo abbiamo registrato, parecchie immersioni negli anni ’80, soprattutto da “Boxe” e “In perfetta solitudine”, i classici come “Gennaio” o “Agosto” e addirittura un pezzo inedito.”

Tra i preliminari c’è il tempo di dirmi quanto il progetto Diaframma sia diventato per lui un lavoro a tempo pieno, tra la composizione

FF:“sono molto prolifico, in media una dozzina di pezzi all’anno, anche se non è una regola… penso che ogni canzone abbia anche una data di scadenza”, le prove, FF: “siamo in pianta stabile con questa formazione, ci troviamo bene”, e l’attività promozionale e dal vivo che gestisce in collaborazione con la fidata Self nel primo caso e in maggioranza da solo nel secondo, e con successo, perché mi racconta delle date passate di Roma e Rieti e di quelle a venire di Brescia e Bolzano, tutte ravvicinate e incastrate a dovere.

Parto al rispettoso attacco, e gli domando se da tutto questo lavoro si aspettava altro, cioè se non si fosse poi rotto un po’ i coglioni di arrivare spesso al posto giusto nel momento sbagliato (sorride tranquillo quando mi racconta della breve vita di etichette come Ira e Contempo), di questo ingombrante status di “eroe alternativo”, insomma se si fosse mai pentito di aver perso qualche treno importante, come la partecipazione a Sanremo che rifiutò tempo addietro.
Mi risponde fermo che il suo modo di intendere la musica non può prescindere dal divertirsi e fare sempre quello che ci si sente, e quando chiedo del passaggio dai vecchi ai nuovi Diaframma cita Paolo Conte


FF: “non esiste nessuno che possa cantare le proprie canzoni meglio di chi le scrive, e se lo dice Conte…”

Le parole che riserva per Miro Sassolini (la voce delle sue composizioni nella formazione storica del gruppo), però, non hanno niente a che fare coi divorzi di Litfiba o CSI

FF: “zero rancore o litigi, davvero, è che a un tratto mi sembrava impossibile non cantare quello che scrivevo”.

Parliamo ancora dell’ultimo disco, che mi sono studiato bene, gli faccio notare quanto di anno in anno, di album in album, la sua scrittura sia diventata più rilassata, personale e al tempo stesso universale, ironica, lui prende l’occasione al volo per spiegare “Nella Firenze degli anni ‘80”,

FF: “ tutti stanno lì a chiedermi cosa diavolo mai succedeva nella Firenze degli anni ’80, io a volte invece ricordo soprattutto questo tipo che mi voleva menare…”.

Un manipolo di ragazzi ci raggiunge nel camerino, restano lì sulla porta appena più imbambolati di quanto lo ero io un quarto d’ora prima, Federico li chiama e dice “oh, tutto bene?” il più intraprendente si fa avanti, gli stringe la mano e gli dice solo: “tu sei il mio eroe!”, poi scappa, io aggiungo che te l’avevo detto dell’eroe-alternativo, no?

Sono alla mia terza intervista e da navigato-journalist rilancio la testata formula

Rockit:“gusti musicali del passato, presente e scappatella al di fuori degli ascolti abituali”, stavolta in verità a momenti trasalisco quando il nostro-ormai-eroe mi va a tirare fuori l’ultimo singolo delle Ta.Tu,
FF:”le ho viste a Top Of The Pops e secondo me ci sanno fare un sacco per come si propongono”

...poi parla del ritorno al suono seventy, a lui caro, di gruppi come gli Strokes, dei Beatles e del suo primo amore mai celato per il beat italiano degli anni sessanta.

FF:”In fondo, dimmi oggi chi è in grado di sapere quale musica può funzionare e quale no: produzioni costosissime e rifinite fanno flop assurdi e gente come Bjork o i Marlene Kuntz in Italia, che non fanno certo easy-listening, vanno alla grande. Anche il lavoro dei P.G.R. mi è piaciuto, tra poco saranno in tour e credo che li andrò a vedere. Ho molta fiducia anche nei nuovi canali di vendita e trasmissione: episodi come quello di Francesco C. che fa 70mila downloads in rete insegnano che poi forse per un gruppo esordiente indebitarsi per stampare le prime famose 500 copie si può anche evitare”.

E io che pensavo di avere davanti un irriducibile del vinile, toh!

Entrano gli altri della band e capisco che il tempo a mia disposizione è scaduto, i tre si lamentano ché bisogna aspettare mezzanotte per salire sul palco, alcuni di loro stasera fanno ritorno a casa. Ci salutiamo, confesso che senza appunti e registratore probabilmente non ricorderò un granché, Federico mi rassicura

FF: “...se ricorderai qualcosa vorrà dire che abbiamo detto qualcosa di importante”.

Più tardi, quando me lo guardo sul palco, questo quarantenne esile, brizzolato e dalle nervose movenze proto-godanesche, non posso fare a meno di interrogarmi a proposito dei percorsi così diversi, seppure entrambi leciti, intrapresi vent’anni fa da due personaggi così simili: l’uno, oggi, a sentirsi urlare in faccia le proprie canzoni dai seppur pochi, commossi spettatori del “Nexus”, l’altro a riempire gli stadi e a duettare con Anggun.

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