Flavio Giurato intervistato da Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara Intervista

Fabio de Min dei NVCC e Flavio GiuratoFabio de Min dei NVCC e Flavio Giurato
19/11/2014

A dieci anni esatti dalla sua uscita, viene pubblicata una nuova edizione di "Hotel Tivoli", il primo disco di Non voglio che Clara. Fuori catalogo da molto tempo, è ora nuovamente disponibile in cd e per la prima volta nei formati digitale e 12". Fabio de Min ne parla con Flavio Giurato, che invece si prepara all'uscita di "La scomparsa di Majorana", un disco che per farlo nascere e crescere ci son voluti sette anni. 

 

Flavio, oggi esce il disco dei Non voglio che Clara, e te come stai messo? A che punto sei con il disco nuovo?
Stiamo finendo la copertina e mancano gli ultimi ritocchi al master. È un lavoro complicato perché è un disco pensato come si faceva in passato, diviso in due parti, un lato A e un lato B. Mentre il cd è un flusso continuo e può contenere un'ora abbondante di musica (se non sbaglio è stato pensato per contenere la Nona di Beethoven nella sua interezza), in un vinile entravano al massimo 18-20 minuti per lato, con un minimo di tolleranza a seconda del materiale che veniva inciso.
Vedi, se ad esempio hai dei brani con dei bassi molto marcati devi stare attento a non tenere la traccia troppo vicina al centro del disco, perché serve più spazio fra i solchi. Questo complica anche il lavoro di composizione.
Ventitre anni separavano "Il manuale del cantautore" da "Marco Polo" e ci sono voluti 7 anni per completare "La scomparsa di Majorana", dove racconto la storia di Ettore Majorana, il fisico italiano che lavorava al laboratorio di fisica di Enrico Fermi e che nel 1938 scompare misteriosamente senza lasciare traccia. La lettura che suggerisco io nel disco, senza nessun riscontro preciso nella storia, è che Majorana una volta capito che quello a cui stava lavorando avrebbe portato a un’arma di distruzione come la bomba atomica, abbia deciso di mollare e di arruolarsi addirittura nella legione straniera, “se devo scannà i ragazzini preferisco farlo faccia a faccia”.

Possiamo definirlo un concept album? 
No, ma potrebbe diventarlo se uno lavora con l'immaginazione. Sono otto pezzi, e otto pezzi sono comodi da lavorare in sala perché è una lavorazione pari che tu puoi dividere in giorni comodamente, però ci sono voluti lo stesso 7 anni perché le cose che stavo cercando di fare non son semplici. Credo, nella mia piccola illusione di lavorare bene, di fare dei dischi che poi restano. Non sono fiori che vengono falciati a stagione ma sono degli alberi che restano lì, allora per far crescere questi alberi ho bisogno di potare, di fare degli innesti, per cui un pochino di tempo ci vuole. Dopodiché mi ritrovo fuori dal giro dell'industria discografia a lavorare da solo. Io ho fatto tutti i dischi con lo stesso fonico, con Franco Finetti che diciamo è il massimo dell'espressione della fonia in Italia. È un po’ come se un regista facesse tutti i film con lo stesso direttore della fotografia, è lo stesso rapporto. Questa volta Finetti non me lo potevo permettere e allora la scelta è caduta, grazie a il produttore Piero Tievoli (e il nome lo conoscerai se conosci le cose che ho fatto, perché è il chitarrista di tutti i miei dischi, meno il primo), su un fonico di 26 anni. E qui si apre tutta una stagione nuova: Andrea Cozzolino, questo fonico di 26 anni si piglia l'eredità del numero uno. Lui è un ragazzo con mamma germanica e papà toscano che lavora nel suo studio a Piandiscò Valdarno, provincia di Arezzo e la lavorazione è stata fatta tutta seguendo le fasi lunari: cioè è un prodotto artigianale, questo ti vorrei comunicare Fabio. È diverso da un prodotto industriale, c'è stata un'attenzione e una cura che in un prodotto industriale magari ci sono ugualmente, ma sono guidate dalle macchine.
Ne "La scomparsa di Majorana" non c'è nessun BPM, nessun metronomo, abbiamo suonato tutti senza nessuno che ci guidasse, che ci comandasse il tempo. Anche perché trattandosi di Majorana la musica si muove seguendo un tempo che ha un valore assoluto. Il tempo, lo spazio, queste cose qui vengono messe in discussione nell'epoca di Majorana, dal 1910 in poi, che guarda a caso coincide con le date del Pierrot Lunaire di Schonberg, che si dice sia il plesso solare intorno a cui ruota tutta la musica del '900.
Se tu lo senti da musicista quale sei, senti "La Scomparsa di Majorana" e alla fine c'è una accelerazione paurosa nel tempo, però io l'ho voluta, a quel punto ci metto accelerando in partitura perché penso che quell'accelerando dia una partecipazione emotiva. Ecco, a lavorare senza metronomo un po' di tempo ci vuole, poi Piero Tievoli adesso è diventato un liutaio esoterico, ha una dedizione totale sul lavoro, lavora dei legni che sono estinti quindi mi son dovuto inserire in questa sua nuova natura che non è più soltanto quella del musicista, lo stesso musicista che Mel Collins definì "fine guitarist", ma è una persona che c'ha la testa un pochino sulle sue chitarre, che costruisce in questa maniera sublime. Quindi ho aspettato Piero un anno secco prima di avere delle acustiche. Nel lavoro oltre a non esserci metronomo non c'è neanche batteria, se non i timpani e le percussioni usate con una mentalità sinfonica. Insomma il tum ta tu tum ta aveva un po' lessato perché porta poi a fare le cose un po' troppo uguali. Io, un altro pregio che immodestamente mi riconosco è l'aver fatto sempre lavori tutti diversi.

Per Hotel Tivoli oltre alla versione in cd che esce proprio oggi abbiamo pronta anche la versione in vinile, che uscirà nelle prossime settimane.
È il disco dove c'è il pezzo sull'università? Quello è un pezzo che mi piace molto.

Ti ringrazio, si tratta del nostro primo disco uscito nel 2004 e purtroppo indisponibile da qualche anno. Ho deciso di stampare anche l’LP essenzialmente per due motivi: il primo è che pur con tutti i suoi graffi e gli screpitii dura una vita intera, a differenza del cd che ha una data di scadenza; il secondo è che con l’avvento della musica liquida, l’aver spogliato la musica dell'oggetto fisico, l’averla resa immateriale, abbiamo anche perso un po' la passione. Il fatto di non poter toccare con mano un disco fa in modo che ci affezioniamo un po' meno anche alla musica che ci sta dentro. 
Me lo dicono dei ragazzi di vent'anni, questa è la questione. Sono stato contattato da una agenzia di booking, ci siamo anche incontrati, son venuti qui a casa mia a Roma ed essendo interessati a me io pensavo appartenessero a una certa generazione, tipo la tua, invece mi son trovato davanti tre ragazzi di vent'anni che appunto mi parlano di vinile. Il compact comunque è un oggetto che a me piace moltissimo, e il fatto che adesso si discuta pure sul futuro del compact, come dici tu questa dematerializzazione totale del lavoro, mi fa tristezza.

Io ho avuto la fortuna di sentire "La scomparsa di Majorana" dal vivo l'estate scorsa e in quell'occasione i brani mi hanno davvero colpito. Ho pensato che nonostante fossero progettati per stare su un disco mi sembrava che la dimensione ideale per quelle canzoni fosse proprio quella del concerto, una situazione in cui il pubblico è di fronte al narratore. Come sei riuscito a portare questa situazione all'interno di uno studio, dimenticandoti delle macchine che stavano intorno? Come sei riuscito a cogliere la giusta intensità? 
Questo è un fattore molto importante, sono stati proprio questi i problemi. Quando riesco a chiudere un lavoro (e questo mi è successo solo 5 volte da quando ho cominciato), significa che riesco per una volta soltanto e alla fine del lavoro a sentire il disco come non l’ho mai sentito prima. Ecco, ho sentito Majorana in cuffia e sono rimasto sconvolto. E qui tornano in ballo i giovani, perché i giovani adesso sentono la musica in cuffia e non più con quelle cuffiette orrende che si staccano dai lobi e cadono, ma delle cuffie di qualità (credo siano stati i calciatori a dare l'esempio scendendo dal pullman con le cuffie) e l'ascolto in cuffia di Majorana per me è stato di un impatto devastante. Credo che la dimensione del live sia riprodotta al 100% soprattutto nell'ultimo pezzo "La grande distribuzione", che ha un impianto teatrale. Quindi non vedo l'ora che tu lo possa sentire e dirmi “chette pensi”, se mi dici “aò siete stati sett'anni a fa sta roba” o se invece sono riuscito a fare un altro albero che resta lì, che tra vent’anni mi vengono a portare le copie da firmare a un concerto. Un disco che non entrerà mai in classifica, ma mentre i primi in classifica poi non lasciano traccia (perché dei primi in classifica di quando sono uscito io non è che mi ricordo tanto), questa roba qui invece in qualche maniera resta e questa è la più grande gratificazione che tu possa avere facendo questo lavoro.

 

Dopo dieci anni mi sono ritrovato a riaprire le sessioni di registrazione di Hotel Tivoli, per remissarlo, e non so se capita anche a te ma solitamente quando pubblichi un disco poi non lo ascolti più… 
No, non lo ascolto più…  

…ecco, mi son trovato in qualche modo costretto a riascoltarlo, e alla fine mi ha emozionato molto. Ho scoperto delle cose che non ricordavo, anche molte cose sbagliate e che probabilmente non farei più ma che insieme considero una testimonianza d’affetto verso quelle canzoni, in quel dato momento. Tu quando riascolti "Per futili motivi" cosa pensi? 
"Per futili motivi" non lo ascolto più da anni e anni. Ho risentito sicuramente "Marco Polo" che è stata la chiusura di quel trittico e anch'io ho trovato una cosa che forse non rifarei, però quello resta per me il punto di arrivo che avrei voluto raggiungere. Lo stesso è "La scomparsa di Majorana", un lavoro che chiude un altro periodo e dove ritrovo tutto quello che ho sempre pensato voluto. Marco Polo era un disco fatto con l'industria, costato tantissimo con delle partecipazioni internazionali. Questo è un disco fatto in casa, lavoro artigianale, però mi dà la stessa soddisfazione e senso di appagamento. Purtroppo credo che non ci siano possibilità per "La scomparsa di Majorana" di essere ascoltato dall'inzio alla fine, e qui penso ai giornali a chi ne deve scrivere, penso alla qualità della riproduzione, Majorana ha bisogno di una riproduzione ad altà fedeltà o delle cuffie, quindi mi posso affidare soltanto l'estrema fiducia che ho nei ragazzi. Ecco, io vedo il ventenne che se lo suona però vedo anche il resto della società ascoltatrice di musica che è devastata da quello che dici te, dalla scomparsa della qualità nella riproduzione del suono, e anche dalla scomparsa dell'attenzione. Il fatto di non mettersi lì ad ascoltare un lavoro come se stessimo andando a teatro o a vedere il film. C'è l'attenzione sul singolo pezzo ma rispetto a starsene un’ora (perchè tanto dura) a sentire musica… Io posso solo aver fiducia nei ragazzi.

D’altro canto se i dischi nuovi si sentono "male" non ci si può nemmeno stupire che poi non li si ascolti. Una delle conseguenze dell'abbassamento della qualità di ascolto è che i dischi si ascoltano meno. Il vinile in qualche modo ti costringeva a metterci dell’impegno, anche per il solo fatto di comprarlo. Da ragazzino quando compravo un disco, prima di rassegnarmi all’idea che avevo buttato via 20.000 lire lo ascoltavo 50 volte, per convincermi di aver speso bene i soldi. E il più delle volte finiva col piacermi. 
Assolutamente Fabio. E diciamocela tutta: oggi tu senti "La scomparsa di Majorana" e se ti suona il telefonino, la musica si abbassa e rispondi. Ma questi ragazzi, questi tre ventenni che chiudono il cerchio col fonico di 26 anni… Questo è un disco fatto per i giovani (senza trascurare le forze per il volontariato e anche quelli che fanno parapendio): comprate "La scomparsa di Majorana" (vedi anche il concetto di comprare non esiste più, anche questo elemento che hai portato nella discussione è interessante, “ché alla fine se comprava, la musica...”). Comunque andrà tutto benissimo, ci ritroveremo tutti a Belluno a La Bella Estate e faremo una bella tavola rotonda sul piacere dell'ascolto della musica.

 

 

 

Tag: intervista

Pagine: Flavio Giurato Non Voglio che Clara

Commenti (1)

  • Claudio Orlandi 05/12/2014 ore 10:53 @pericle73

    Grande Flavio! Abbracci di Pane

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