Non Voglio che Clara / intervista

Non Voglio Che Clara e la filosofia del tempo necessario

Nuova musica e nuovi suoni per la band bellunese che manca dalle scene da 5 anni. Il 13 dicembre uscirà il singolo "Croazia"
03/12/2019 16:55

Sono passati cinque anni da L’amore fin che dura e alla fine di questo decennio travagliato stanno per tornare anche i Non Voglio Che Clara con l'album Superspleen Vol. 1,  che conterrà il singolo Croazia, fuori il prossimo 13 dicembre. Cinque anni sono davvero tanti, specialmente nella logiche del pop e nei cambiamenti che l'industria discografica ha fatto negli ultimi tempi, eppure il gruppo bellunese non è stato dimenticato da una larga fetta di pubblico che fin dall’esordio con Hotel Tivoli li ha seguiti con grande, grandissima fedeltà. In un nebbioso pomeriggio di pieno inverno abbiamo raggiunto Fabio De Min, la voce della band per farci raccontare qualcosa in più sul loro nuovo singolo Croazia e sulla loro speciale filosofia del tempo necessario.

 

Sono passati cinque anni dalla vostra ultima uscita, un periodo che nel pop equivale ad una vera e propria era geologica: come mai vi è servito tutto questo tempo per tornare con un nuovo album?

Credo che nella vita così come nella musica ci sia un tempo "utile" e un tempo "necessario". Il tempo utile, nelle logiche del pop, in effetti prevede dei tempi molto più brevi e stringenti, però c’è anche il tempo necessario da tenere in considerazione. È proprio quello di cui mi rendo conto ora che il disco è finito: ci voleva esattamente questo tempo per fare questo disco, al netto di quanto ci è successo e come persone e come musicisti in questi anni.  A distanza di cinque anni ci sentiamo tutti dei musicisti molto più maturi di quelli che eravamo prima, e delle persone un pochetto diverse. Tutto sommato, il fatto di non aver pubblicato in questi anni, non mi dispiace, anzi.

 

Di certo la scena musicale non è la stessa...

Abbiamo visto la scena cambiare, i gusti del pubblico modificarsi mentre noi eravamo fuori da questa giostra: e questo chiamarsi fuori non è affatto un rimpianto per me. Abbiamo scritto e prodotto tanto dopo L’amore finché dura, un disco tra l’altro che a noi piace molto ma che, forse, ha raccolto meno di quello che poteva e doveva raccogliere e questo fatto ci ha portato ad un lungo periodo di riflessione, di scrittura e di registrazione di materiale. Senza considerare poi il tempo tecnico per firmare il contratto, trovare reti di distribuzioni etc.

 

 

In questo periodo cosa avete ascoltato in particolare?

Gli ascolti che abbiamo fatto in questi cinque anni sono stati tanti, ma se ti debbo dire un’artista che davvero ci ha colpito è Kendrick Lamar. Poi abbiamo ascoltato tantissima black music, tantissimo hip-hop. Dal punto di vista del cambiamento della musica alternativa in questi anni non ho proprio voglia di passare per quello che “è contro la musica trap perché è povera di contenuti”. Anzi, debbo dirti che mi piace, mi è piaciuto un sacco il disco di tha Supreme è questa asciuttezza della lingua della trap mi interessa, mi colpisce e me la fa piacere. Magari non dovrebbe ma mi piace e mi interessa tanto. Non è che se uno fa musica che si potrebbe definire come cantautorale ascolta tutto il giorno Sergio Endrigo e basta: personalmente sono un grandissimo fruitore di death-metal, quindi gli ascolti sono davvero molto diversi e come ascoltatori siamo molto ondivaghi.

 

Il nuovo disco si chiama Superspleen Vol. 1. Quindi ci sarà un volme due?

È previsto un secondo volume, ma diciamo che l’idea del volume uno nasce non tanto dalla voglia di avere un seguito, quanto dal fatto che abbiamo scritto e prodotto tantissimi pezzi e quindi volevamo chiudere il discorso su disco per dare la sensazione dell'enorme mole di lavoro. Ci rimangono una dozzina di altri brani, gli ultimi in ordine cronologico che abbiamo composto, che potrebbero finire in un volume due, ma non è detto, non è obbligatorio. Oggi c’è il volume uno, il segno e simbolo del nostro lavoro, con brani che non sono accumunati da una narrazione comune ma, semplicemente, sono i primi brani realizzati. Non abbiamo fatto così tanti calcoli su questa cosa.

 

 

 

Il vostro primo singolo Croazia è ambientato in un presente che è contemporaneamente passato e futuro, per citare le vostre parole. In che senso?

Il senso è legato ad un paradosso. Il nostro cervello identifica il presente in un lasso di tempo che va dai cinque ai sette secondi circa. Il nostro presente vale cinque o sette secondi eppure noi, nel presente, prendiamo tutte le nostre scelte per il futuro. L’interrogativo di Croazia è proprio questo: quanto queste scelte che facciamo, quelle che si prendono durante la post-adolescenza, una volta terminata l’università, sono così importanti? Se poi a 44 anni, che sono gli anni che ho io, ci si guarda indietro, si è davvero sicuri che quelle scelte che abbiamo preso vent’anni prima sono state così importanti e determinati per le persone che siamo?  Non è che se avessimo intrapreso strade diverse saremmo stati, comunque, gli stessi di oggi? Noi dovremmo concentrarci sul presente perché è l’unica cosa che conta, eppure ci continua a sfuggire, e allora si finisce per essere molto più condizionati dalle paure generate dal nostro passato e dalle ansie sul nostro futuro. Credo che tutti abbiamo sperimentato, almeno una volta nella vita, un ragionamento simile.

 

Decisamente. Anche alcuni suoni sono cambiati in questo nuovo corso, sbaglio?

Abbiamo suonato tanto in questo disco, ci sono delle parti programmate e realizzate al computer ma anche tante, tantissime suonate con strumenti analogici, che poi sono quelli con i quali siamo cresciuti. Senza stare qui a intavolare lo scontro tra analogico e digitale, che è anche passato di moda, e considerando il fatto che Croazia ha tanti suoni digitali, di sintetizzatori, avevamo voglia di realizzare un disco che si potesse portare in live senza tante parti campionate, che si potesse suonare il più possibile. Siamo partiti con l’idea di fare un disco analogico non come macchine ma come persone, un disco da suonare assieme.  Questo è un lavoro molto più corale rispetto ai precedenti, c’è stata molta più condivisione a livello di scrittura anche perché, dopo dieci anni che suoniamo insieme, siamo anche molto cresciuti come musicisti. Ecco anche perché abbiamo veramente tanta, tantissima voglia di tornare dal vivo a suonare. Siamo convinti di essere migliorati molto a livello di live e non vediamo l’ora di, per così dire, farlo sentire a tutti.

 

Il pezzo è ambientato nella cala di Podrace: è un posto dove siete stati veramente?

Anche per provenienza geografica conosciamo bene la Croazia ma in realtà nel luogo in sé, nella cala di Podrace non ci sono mai stato. Abbiamo voluto scegliere un luogo più dello spirito che concreto ma anche dargli un nome e cognome, un po' alla maniera di Salgari con la sua Malesia scritta a tavolino e con l’atlante sotto il foglio.

 

Visto che avete avuto sempre copertine particolarmente evocative, ci potete anticipare su come sarà graficamente il vostro nuovo disco?

Per il nuovo disco non volevamo passare per i soliti artisti che fanno le copertine degli album "con due colori e basta" e quindi volevamo giocare sulla multicromia. La soluzione trovata, per altro capitata per caso, ci ha davvero molto soddisfatto. Il lavoro realizzato da Pietro Berselli, che tra l’altro anche un bravo cantante, è proprio bello e si sposa perfettamente con le atmosfere dell’album.

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L'articolo Non Voglio Che Clara e la filosofia del tempo necessario di Mattia Nesto è apparso su Rockit.it il 03/12/2019 16:55

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