Dalla periferia di Novoli alla costruzione di un immaginario fatto di musica, fantascienza e cultura nerd, Andrefuoco racconta un percorso fuori dagli schemi.
Un viaggio tra la scena indipendente fiorentina, i luoghi che hanno contribuito a formare una comunità musicale e le difficoltà di dare forma a un progetto personale nel panorama attuale.
Tra ironia, tecnologia e riflessioni sul presente, la storia di un artista che trasforma curiosità, dubbi e visioni in musica.
Dove sei cresciuto? Descrivilo in tre righe.
Sono cresciuto a Novoli, una delle periferie storicamente più problematiche di Firenze. Negli anni il quartiere ha attraversato un lungo processo di riqualificazione grazie all’arrivo della Tramvia, del Multiplex voluto durante l’amministrazione Renzi e della facoltà di Scienze Politiche. Nonostante questo, ancora oggi rimane uno dei luoghi più complessi della città.
Tre cose per cui è "famosa" la tua città/paese?
Aver inventato l’italiano. Aver dato vita al Rinascimento. La poesia di Pacciani.
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C’erano locali, etichette, altri artisti?
Ricordo un incontro, prima del 2010, in cui alcuni esperti spiegavano perché nel panorama musicale dell’epoca fosse praticamente impossibile avere di nuovo un “fenomeno Litfiba”. All’epoca ero ancora troppo giovane — soprattutto artisticamente — per frequentare una vera scena musicale, ma da questo e da altri ricordi sparsi posso dire che il punto di partenza sembrava essere la rassegnazione.
A un certo punto, per motivi personali e di circostanza, mi sono anche allontanato completamente dalla musica, concentrandomi sulla conclusione del percorso universitario in ingegneria.
Poi è arrivato il 2016, un anno di svolta: finiva la mia prima relazione importante, partivo per il mio Erasmus in Olanda, mi tornava la voglia di suonare e soprattutto di scrivere, cosa che non avevo mai fatto davvero. Nel frattempo uscivano e si diffondevano "Mainstream" di Calcutta e "Aurora" de I Cani, due lavori che hanno avuto un peso importante per me. Sono entrato davvero nella scena a partire dal 2017 e ho trovato un ambiente molto diverso da quello che avevo percepito anni prima. Mi colpì soprattutto la tenacia dell’associazione Fiore Sul Vulcano, che cercava di riunire band e artisti fiorentini per creare una sorta di “fronte comune”.
All’inizio era semplicemente un modo per incontrarsi, ma col tempo sono nate riunioni, workshop e occasioni di confronto per capire perché tanti progetti musicali a Firenze facessero fatica a crescere.
La domanda era quasi esistenziale: mancava qualcosa a questa città per permettere agli artisti di emergere, oppure eravamo semplicemente tutti scarsi?
Parlando di quelle riunioni: partecipavo e dicevo la mia senza essermi mai davvero scontrato con il mondo spietato della discografia, convinto di avere un progetto rivoluzionario tra le mani. Diciamo che questa sicurezza mi portava anche a dire parecchie fesserie.
La convinzione che mancasse qualche infrastruttura, magari un locale di medie dimensioni capace di accompagnare la crescita dei progetti, però, secondo me aveva un fondo di verità. La scena fiorentina cresceva grazie ai suoi spazi: la NOF, il Combo, il Jazz Club — che ha letteralmente formato generazioni di musicisti e che purtroppo oggi è chiuso — e il Glue, che ancora oggi rimane un punto di riferimento per la musica dal vivo.
Io inizialmente li frequentavo da spettatore, poi piano piano, con la mia prima band, ho iniziato a far parte attivamente di questa scena.

C’è qualcuno che ti ha ispirato sul territorio (artisti, promoter, figure di riferimento)?
Le persone che mi hanno ispirato maggiormente nel mio percorso sono stati soprattutto i musicisti incontrati lungo la strada. Perché va bene essere cantautori o band sgangherate, ma prima di tutto bisogna essere musicisti. E questa è sempre stata una cosa che ho ammirato e invidiato molto.
Ancora oggi, tra cantautori “della domenica” — persone che non fanno musica di professione — scherziamo sul fatto che non essere dei veri virtuosi del proprio strumento sia una ferita che ci portiamo dietro. Allo stesso tempo, due dei miei insegnanti di chitarra mi hanno trasmesso un concetto che per me è stato quasi un’epifania: se vuoi scrivere, devi farlo. È inutile aspettare di diventare un fenomeno dello strumento e iniziare il proprio percorso quando si è perfetti a quarant’anni.
Ho avuto insegnanti che hanno suonato con Litfiba, Diaframma, Dirotta su Cuba, ma anche professionisti che erano semplicemente — e incredibilmente — molto bravi. Non posso poi non citare i due produttori con cui ho lavorato: Samuele Cangi e Marco Carnesecchi, che per me sono stati importanti sia artisticamente sia come figure di riferimento.
Ricordi il primo live della tua vita, quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?
Il primo live della mia vita è stato un concerto auto-organizzato per dire al mondo che la mia band esisteva. Lo organizzammo in un ristorante di amici a Fiesole, che aveva uno spazio esterno molto bello. Ricordo che ero tesissimo, ma per l’epoca non andò nemmeno male. Sono comunque molto grato di non avere nessun reperto video di quella serata.
Il giorno dopo mi sono svegliato con la stessa sensazione di quando superi l’esame di maturità. Come locale del cuore scelgo sicuramente la Flog, dalla quale ho visto passare praticamente tutti i protagonisti della musica italiana di oggi.
Fortunatamente, però, oggi esistono ancora realtà e associazioni che mantengono viva la scena: Il Glue continua a proporre concerti gratuiti e di livello. La CDP di Grassina organizza sia piccoli concerti sia eventi più grandi grazie alla collaborazione con il Viper. L’ExFila rimane uno dei luoghi migliori per le serate alternative. E poi non posso non citare ancora il Jazz Club, che per decenni è stato un luogo di contaminazione e rifugio per musicisti di ogni tipo.
In cosa è più difficile, e in cosa più facile, essere un artista emergente in provincia?
La difficoltà principale è sicuramente sopperire alla mancanza di mezzi e connessioni. Credo che vivere in un luogo culturalmente vivo, dove persone e associazioni si spendono per la musica, sia un fattore fondamentale.
Firenze, pur non essendo il centro assoluto della scena italiana, oggi non mi sembra messa così male. Nel mio paese d’origine, che conta circa 10.000 abitanti, è molto più difficile fare cose che qui considero quasi normali: conoscere un produttore, proporsi a un locale, partecipare a eventi o festival. Poi, riuscire a farsi accettare da quei festival e quegli eventi è tutta un’altra storia. (ride)
La parte “facile” della provincia? Forse il fatto che vivere un disagio può diventare un motore creativo.
Musica nata quando si sta male >>> musica nata quando si sta bene.
Una cosa che non capisci o non accetti della discografia di oggi?
In breve: la scarsità dei contenuti, il prodotto prima dell’arte, il mezzo prima del significato.
La cosa che faccio più fatica ad accettare è che la possibilità stessa di emergere oggi passi attraverso processi che, volenti o nolenti, finiscono spesso per omologarti. Parlo di Spotify, playlist, pagine Instagram, TikTok, dell’aggettivo “virale” e della musica pensata per durare meno di un minuto. Anche io mi muovo dentro questo sistema e accetto le regole dell’esposizione, della soglia dell’attenzione e della musica come business. Però non significa che debba piacermi. Per fortuna i modi di fare arte sono infiniti e si può essere creativi anche dentro una cornice limitante.
Ma il fatto che il processo produttivo dell’arte finisca per influenzarne il contenuto è qualcosa di terribile. L’ultima trilogia di Star Wars è forse l’esempio perfetto: talmente problematica che persino Disney sembra aver iniziato a dimenticarsene.
Come e quando nasce il tuo progetto artistico?
Andrefuoco nasce dalla fine della mia prima band, gli Elettrogruppogeno, dove facevo sostanzialmente la stessa cosa che faccio oggi, ma in maniera un po’ più ingenua. Il progetto nasce nel 2020, quando inizio a condividere quello che scrivevo con il mio amico Archimede, che mi aiuta a completare i brani e a valorizzare quella vena un po’ demenziale che era già presente nelle canzoni.
Realizziamo un album omonimo e diversi prodotti multimediali legati ai nostri brani, tra cui spicca il videogioco di "La Mia Ragazza è Una Nerd". Facciamo qualche data in giro, ma alla fine una differenza di visione porta le nostre strade a separarsi. Da quel momento iniziano anni di silenzio mediatico e di ricerca interiore. Adesso sto lentamente riemergendo e, come un piccolo Batman che esce dal Pozzo per affrontare Bane, mi sento più forte di prima.
Quanto e come il luogo in cui sei cresciuto ha inciso nello sviluppo delle tue idee e del tuo sound?
Sinceramente: poco.
L’unica cosa che credo abbia influenzato davvero il mio modo di esprimermi è la vena ironica che appartiene alla tradizione toscana. Il luogo fisico, però, per me conta meno del luogo mentale. E il mio luogo mentale è fatto di università, fumetterie, libri di fantascienza, video divulgativi, videogiochi e internet culture.
Mi definisco un nerd old school perché, oltre alle classiche passioni nerd contemporanee come il Lucca Comics, sono profondamente interessato a capire come funziona il mondo. Non è raro che nel tempo libero mi ritrovi ad ascoltare spiegazioni sulla teoria della relatività: qualcosa che trovo assurdo e affascinante, anche se ancora oggi faccio fatica a comprenderla completamente.
Questo si intreccia anche con il mio lavoro quotidiano, dove mi occupo di sistemi operativi per robot. Tutte le mie idee nascono da questa quotidianità fatta di zeri, particelle, numeri e pagine di fumetti.
La fantascienza, in particolare, ha un valore enorme per me perché spesso riesce a porre domande che ancora non ci siamo fatti. E non è raro che proprio dalla letteratura fantascientifica gli scienziati abbiano trovato intuizioni capaci di indicare nuove strade. Anche il mio immaginario sociale è legato a una visione quasi fantascientifica della tecnologia: nella mia utopia i robot lavorano e gli esseri umani sono finalmente uguali, perché il concetto di lavoro come lo conosciamo oggi — legato al denaro e quindi alle disuguaglianze — non esiste più.
Potrei andare avanti per ore, ma forse è meglio fermarsi qui.
Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico fino ad oggi?
La sfida più grande che sento di affrontare ancora oggi è capire come comunicare il mio progetto. È una cosa che mi è sempre risultata difficile e credo sia un problema comune a molti musicisti: avere qualcosa da dire è una cosa, riuscire a farlo arrivare agli altri è un’altra.
Oltre a questo, penso al lavoro enorme fatto per promuovere il primo disco della band e poi al momento dello scioglimento. Essere in una band emergente significa lottare insieme contro il mondo. Lasciare una band, invece, significa ritrovarsi a combattere da soli.
Non è mai semplice: è molto simile alla fine di una relazione. Ma, proprio come succede dopo una separazione, ci si lecca le ferite, si cresce e si torna più forti di prima.
C’è un messaggio o un tema ricorrente che vuoi trasmettere con la tua musica?
Assolutamente sì. Il primo tema è l’invito a riflettere sulla realtà che ci circonda e sul modo in cui conviviamo con la tecnologia, soprattutto in un’epoca in cui tutto sembra spingerci verso una mancanza di riflessione.
Il secondo è portare la scienza fuori dai suoi confini tradizionali e restituirle una dimensione artistica. Vorrei raccontare la poesia che si nasconde dietro una formula matematica, il senso di meraviglia che provo quando riesco a comprendere anche solo un piccolo meccanismo che descrive il mondo. Per me la conoscenza scientifica non è distante dall’arte: entrambe nascono dalla stessa esigenza di capire e immaginare.
Come definiresti la tua evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?
Frastagliata, non lineare, ma finalmente indirizzata verso una sorta di feedback loop positivo. Trovare la mia vera voce non è stato semplice, sia in senso letterale sia figurativo. E soprattutto è un processo che non finisce e probabilmente non finirà mai.
Ho imparato ad accettare questa condizione di viaggio permanente che caratterizza la musica e, invece di subirla, ho iniziato a divertirmici dentro. Oggi sento di aver imboccato una direzione giusta e mi percepisco in un momento particolarmente fertile dal punto di vista creativo.
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L'articolo Da Novoli ai mondi possibili della musica di ANDREFUOCO di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-04 17:38:00
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