Qualche anno fa, mio padre venne da me sconvolto dall'aver ascoltato in radio una canzone che "sembrava francese, ma poi ho sentito meglio, ed era napoletano!". Manco a dirlo, era Marchià dei Nu Genia, pionieri e portabandiera di quel new neapolitan di epoca contemporanea che ha riportato la musica napoletana – ma anche la lingua – al centro della scena italiana.
Incontriamo Massimo e Lucio poco prima del loro MI AMI, dove sono stati highlight assoluto con una quantità di gente folle sotto il loro palco (le foto che vedete, arrivano da lì) e poco dopo l'uscita del nuovo People Of The Moon il disco a cui tocca seguire l'enorme successo di Bar Mediterraneo, il fortunatissimo disco pieno di hit, che li ha sdoganati anche nel – sto per dire una parolaccia – mainstream. Un album luminoso, che mescola il napoletano con ancora altre lingue, ricco di collaborazioni come sempre, nato da una sana reazione spontanea all'esplosione del precedente, per quanto ci sia stata la tentazione di rincorrere le hit.

Dopo anni di lavoro sul disco, com’è tornare tra la gente?
Massimo: Dopo 3, 4 anni di chiusura, aprirsi al mondo è importante per noi, per ricordarci che facciamo questo anche per il nostro pubblico, non solo per per noi stessi.
In questo disco c’è qualcosa che avete fatto solo per voi stessi?
Massimo: Ne abbiamo parlato a lungo, ci siamo resi conto che dopo Bar Mediterraneo, per quanto possiamo essere outsider, ci siamo lasciati influenzare dalla pressione, dalle aspettative. Quindi inizialmente avevamo cercato di fare dei brani che volevano diventare delle hit post Tienatè, Marechià e le altre. Poi ci siamo accorti che andava così tanto contro il nostro approccio che intanto facevamo dei brani invece più spontanei consideravamo un po' laterali, fatti per divertimento, spontaneamente, e alla fine ci siamo resi conto che “fare le hit” andava così tanto contro il nostro approccio che i brani più spontanei fanno parte del disco e quelli più “ruffiani” non li abbiamo più terminati, così alla fine la maggior parte poi di questi brani li abbiamo fatti con il tipico approccio nostro.

E qual è il vostro approccio?
Massimo: La nostra reference non è l'aspettativa del pubblico, ma quella nostra su come un brano può funzionare, soprattutto nei nostri dj set, perché quando li facciamo live tutto cambia, ma venendo dal DJing pensiamo a come un brano può essere contestualizzato: “Questo va bene in un warm up, questo in un festival” perché abbiamo tanti ricordi di eventi dove abbiamo suonato un certo tipo di musica a un certo tipo di reazione del pubblico.
Lucio: Quello che si dice “leggere la pista”.
E come si “legge la pista” mentre fai un disco?
Massimo: Tipo, sai, Ma tu che Bbuò è un brano downbeat ma comunque carico e visto che molti Dj set li apriamo con quel BPM ci siamo immaginati “ah ma che bello fare un brano con quel BPM da suonare in un nostro set tipo Shway Shway lo pensi in un warm up, oppure alle quattro del mattino dopo un set teso, spegni tutto e riparti con questa cosa più smooth per poi ripartire di nuovo con una roba tipo People of the Moon. Abbiamo ragionato un po' come se fosse un DJ set.
Lucio: Qualche volta è andata così, ma non per tutto il disco perché alcune cose sono nate anche proprio da una jam, da me che suonavo il Wurlitzer su un Groove fatto da Massimo alla batteria o un giro di di chitarrina o senza stare troppo a ragionarci sopra, che poi sono i brani più autentici, che ci rispecchiano di più, magari nati nelle pause: “ok, non siamo riusciti a fare la hit, allora lasciamoci andare”
Massimo: Lux, dicevo il fatto dei Dj set perché ce l'abbiamo dentro, anche senza accorgercene ce la portiamo dietro e quindi: l’influenza del pubblico e cosa potrebbe piacere alle persone sì, ma più che altro cosa potrebbe piacere a noi da suonare.

In queste Jam, ci sono state cose nuove che avete provato, appunto, “lasciandovi andare”?
Lucio: Prima stavamo a Berlino nel nostro salotto, adesso mi sono trasferito a Siracusa e ho messo su uno studietto con batteria e microfoni, e ci siamo divertiti un po' a entrare nel mondo della batteria con tutte le sue sfumature, compresa la registrazione… a parte che siamo messi entrambi a suonare la batteria, cosa che non avevamo mai fatto, ma in più abbiamo sperimentato. Io a un certo punto devo staccare perché c'è una bimba da mettere a letto, ma Massimo rimaneva fino alle due di notte a provare tutti i groove, poi la mattina io tornavo in studio e mi faceva sentire quattro groove diversi e poi magari partivamo da lì.
Cosa avete scoperto approcciandovi alla batteria?
Lucio: La batteria è un mondo incredibile in cui ancora ci sentiamo inesperti, però anche spostare il microfono in un'altra posizione, oppure riprendere più la stanza che la batteria diretta ti dà un effetto totalmente differente, che sembra un disco degli anni ‘60. Ma anche la scelta dei microfoni, oppure provare a metterlo apposta in maniera sbagliata, verso la porta invece che sul rullante e dà l’effetto di un riverbero interessante… ci siamo divertiti a sperimentare, e ci ha portato anche a dei risultati inaspettati, poi magari tutto è stato risuonato, però trovare un suono è stata una sperimentazione importante.
Massimo: Su Shway Shway per esempio, io ho fatto sto groove di batteria, ci ho messo un basso sopra, poi Lucio si è messo al piano Wurlitzer e abbiamo registrato il Wurlitzer, ma non bene: direttamente col microfono sulle sue casse piccoline, è uscito fuori un calore che con quella melodia lì è diventata proprio la base del brano. Se Lucio avesse suonato la stessa bellissima melodia con una emulazione di Wurlitzer anche con un suono migliore, probabilmente avremmo abbandonato il brano perché quel calore che ci ha fatto entrare in quel mood da musicista di settant'anni di Trinidad e Tobago che mentre tu sei a casa sua a comprarti i dischi che lui si vuole vendere, lui sta suonando la sua melodia preferita al piano, un effetto quasi malinconico: come una melodia che già esiste.
Come si porta questa attitudine dal vivo?
Massimo: Abbiamo fatto le prove con la band e dobbiamo ammettere che per esempioShway Shway abbiamo deciso di non farla live, per il momento, perché senza il wurlizer originale perde quello charme che per noi è fondamentale. Magari nessuno se ne accorge neanche, però quel dettaglietto piccolo piccolo ci cambia tutto.

Gli strumenti nuovi vi hanno dato anche un po' di voglia di fare “qualcosa di completamente diverso” dal grande successo del disco precedente?
Massimo: Sì, entrambi ci divertiamo a studiacchiare strumenti extra rispetto a quelli che di base suoniamo e ci siamo messi a studiare per un periodo la chitarra, perché è presente praticamente in tutti i brani quindi oltre ovviamente ad avere i nostri chitarristi, le idee vengono da noi, quindi è importante conoscerla. Lucio un giorno se n’é uscito con questa melodia che sarebbe la melodia di Celavì che è uscita un po' storta, però è venuto un suono particolare. Per quanto i nostri chitarristi siano dei geni, quel suono di chitarra suonato da Lucio è particolare proprio perché non ha una conoscenza della chitarra come un chitarrista puro. Racconta un po’, spiega che stavi suonando
Lucio: Rispetto al piano le corde sono disposte in maniera non lineare, quindi facevo un mini arpeggio nato come un esercizio, mi faceva sballare il fatto che col piano sarebbe stato molto più complicato invece con la chitarra bastava un dito per farlo ed è nata la melodia di Celavì.
Voi che avete mandato in radio un napoletano che non sembrava napoletano, ora che la lingua è dovunque, vi sentite precursori o responsabili, o anche un po’ colpevoli?
Lucio: È un nuovo trend che fa piacere, ma è merito della lingua, perché siamo fortunati ad avere questo dialetto lingua col quale ci possiamo divertire, ma musicalmente è una lingua molto duttile e rispetto all'italiano che invece ha tutti finali definiti, è molto più ritmico. L'italiano è una lingua bellissima per la musica più melodica, più la forma della chanson, mentre per un ritmo serrato, tipo quello dei rapper, cantano in napoletano, lo puoi anche cantare In maniera più lirica però la morte sua è il ritmo. Per noi che ci divertiamo a utilizzare ritmi di altre culture e paesi l'effetto è simpatico: di Tienatè c'era chi lo credeva un pezzo brasiliano o africano e quindi si crea un ibrido e la gente non riesce a identificarlo perché non lo conoscono e sono disorientati, però allo stesso tempo ti fa muovere, ti fa ballare che è la cosa fondamentale.
Non sembra che tutti vogliano prendersi un pezzo di Napoli?
Lucio: Per noi è stato quasi un movimento di nostalgia comporre il napoletano poi abbiamo visto che ci piaceva e anche che funzionava. Poi l'hanno fatto altri all'epoca, stava iniziando anche anche Liberato, però se prima veniva con difficoltà trasmesso in radio e spesso ci si vergognava soprattutto nella musica pop, adesso invece ne vanno tutti orgogliosi e anzi è un motivo di vanto, anche per i non napoletani, vedi Serena Brancale o Angelina Mango. Al sud Italia sono tutti grandi fan del napoletano, dalla Sicilia alla Puglia, alla Calabria: se ascolti le radio quasi sempre becchi musica napoletana, ed è divertente.
Il vostro disco nuovo fa "stare bene", unisce molti popoli e culture, quasi un antidoto al brutto che c’è nel mondo, una presa di posizione verso un pianeta che va in direzione opposta.
Massimo: Noi l’abbiamo sempre fatto: da Tony Allen Experiments che già era un incontro tra noi e Tony, nigeriano e abbiamo mischiato un po' le nostre influenze con le sue ovviamente, cioè, l’afrobeat. Anche Nuova Napoli, eravamo fan di tante musiche differenti, come fece anche all'epoca Pino Daniele. In questo disco abbiamo deciso di farlo ancora di più, ma non come presa di posizione, semplicemente perché a noi piace farlo. È sempre la musica che ci dà la direzione nel senso che se proviamo a cantare un brano in napoletano e non funziona al 100% ma ci piace tanto, lo cantiamo in una lingua che non esiste: “ok, così suona portoghese, perfetto, scriviamolo in portoghese”, oppure in francese, o in arabo però con l'accento libanese… e lo facciamo: più passa il tempo più è spontaneo aprirci perché ci dà anche la possibilità di incontrare musicisti di altre culture che poi è quello che veramente dà alla musica vitalità.

L'antidoto vero, quindi, è tornare ad incontrare le persone?
Massimo: In un mondo dove siamo noi e il nostro computer, noi e il nostro Instagram, noi e le persone che già frequentiamo, imporci di collaborare con qualcuno, è un pretesto per l'incontro, l'unico piccolo residuo di umanità in questo mondo perlopiù digitale, e quindi passare delle ore con un musicista brasiliano che seppur inconiscmente, ma ti insegna tanto, dalla sua esperienza di vita passando per i suoi ritmi alle sue conoscenze musicali, è una cosa bellissima che forse è la cosa che ci piace di più in questo momento della nostra vita e quindi è stato fantastico poter collaborare con tanti musicisti differenti dai quali abbiamo imparato tanto.
Lucio: Poi le nostre prese di posizione, il nostro parlare di politica, il nostro modo di essere si legge attraverso la nostra musica, quindi le collaborazioni più che con un attivismo particolare. Il messaggio che diamo è “mescoliamoci, collaboriamo”. Bar mediterraneo è proprio questo questo bar dove arrivano da tutto il mondo, ci incontriamo lì, parte una jam session e da lì nasce un brano senza troppe sovrastrutture. La musica è bella perchè non ha ha gerarchie, non ha credo politici, ma è un linguaggio che va al di fuori di tutti i ragionamenti: ti incontri, ti trovi bene, suoni, dialoghi e forse con la musica siamo più bravi che con le parole a esprimere un messaggio politico.
E quali sono stati gli incontri fondamentali che hanno determinato questo disco e questo periodo?
Lucio: Maria José Largo ci ha aperto il mondo della musica andalusa che per quanto fossimo fan ci ha aperto a delle nuance differenti, se noi su alcuni brani ci immaginavamo un tipo di voci, volevamo che Maria José cantasse in un modo, poi nella realizzazione le cose cambiano stando a confronto con lei, dalla sua interpretazione sono nate sfumature che non ci sarebbero mai venute in mente, perché non fanno parte della nostra cultura, ma anche il modo in cui sta sul ritmo è una cosa che non puoi pensare troppo a tavolino. Così è capitato anche con Gabriel Prado che non è nemmeno un cantante professionista, ma è stato il nostro percussionista per alcuni brani di questo disco e nelle pause mentre ci fumavamo una sigaretta lui stava lì a canticchiare brani che non conoscevamo e gli abbiamo detto “ma che bella voce che c’hai, perché non proviamo a fare una cosa insieme” così, per gioco, e alla fine poi è uscito Ondas do mar che è un brano importante del disco ed è stato strano anche per lui, poi magari darà anche un la per una sua futura carriera da cantante, spero perché veramente bravo.
Quali altre ispirazioni non musicali vi hanno aiutato a scrivere questo disco?
Lucio: Bella domanda…Per quanto mi riguarda non c'è qualcosa di specifico che ha influenzato questo disco, ma una serie di esperienze personali che abbiamo vissuto negli ultimi anni, anche insieme negli ultimi tour, no, Massimo?
Massimo: In generale viviamo di cose molto semplici e ci facciamo ispirare dalle piccole cose che ci succedono durante il giorno: mangiare una cosa buona, incontrare una persona che ci racconta la sua vita, non per forza capito cose enormi. Forse le persone anziane, perché mi piace parlare con musicisti degli anni 70. A noi questa cosa piace molto, perchè ti fa tornare con i piedi per terra e con una realtà che dimentichiamo, persone che non sono vittime dei social e vivono la loro vita come all'epoca. È di grande ispirazione perché sono dei saggi, vivono una vita felice nella loro semplicità mentre noi siamo sempre alla ricerca, in questa rincorsa continua di qualcosa che quando poi la ottieni non ti interessa manco più perché già stai pensando alla prossima. Questa saggezza mi affascina e che mi fa pensare sempre di più che non mi interessa proprio avere il successo tipico che immaginiamo per una band. Io e Lucio siamo molto simili, ci nutriamo di queste cose qua, il contatto con le persone semplici. Abbiamo amici che nel mondo della musica, che fanno mille cose, certo però poi Lucio adesso vive a Siracusa e in Sicilia hai contatto con tante persone normali: c’è un’umanità nel Sud italia molto simile all’umanità di Napoli. Cerchiamo di riflettere questa semplicità anche nel disco, con collaborazioni non volte ad aumentare il posizionamento social o gli stream, ma con persone: magari nemmeno cantanti, non esattamente delle carriere di successo, ma persone con le quali ci siamo trovati bene ed è nato qualcosa di autentico.
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L'articolo Nu Genea: "La nostra musica è fatta di collaborazione, non di gerarchie" di Marco Mm Mennillo è apparso su Rockit.it il 2026-05-29 14:02:00

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