Johnny Marsiglia & Big Joe: nuova e vecchia scuola Intervista

Johnny Marsiglia & Big JoeJohnny Marsiglia & Big Joe
10/10/2012 di

È tempo di tirare un attimo le somme, ripensando a questo 2012 quasi arrivato alla fine: c'è qualcosa, che ci ha regalato quest'anno solare, di cui possiamo dirci davvero orgogliosi? Sì, c'è. E vogliamo suggerire due nomi: Johnny Marsiglia & Big Joe. Vengono da Palermo, e sono sicuramente una delle realtà più interessanti del momento. Il primo racconta in maniera lucida e attenta la realtà dei nostri giorni, senza mai una posa. Il secondo fa dei beat da fare invidia a buona parte dei produttori della Penisola. Già attivi insieme nel collettivo Killa Soul, hanno da poco pubblicato “Orgoglio”, sicuramente un album da avere. E di cui essere orgogliosi.

Se chi non vi conoscesse troppo bene volesse sapere qualcosa su di voi?
Johnny Marsiglia: Johnny Marsiglia e Big Joe, nati e cresciuti a Palermo, la città che più influenza i nostri pezzi, come si può facilmente intuire ascoltando l'album. Abbiamo iniziato a fare rap grazie a Stokka & Mad Buddy, insieme ai quali siamo anche nella crew Gotaste. Una volta iniziato, non ci siamo più fermati: abbiamo pubblicato due album a nome Johnny Marsiglia, un EP come Killa Soul, collettivo composto da me, Joe e Louis Dee. Abbiamo anche registrato un sacco di altre cose che però non sono mai uscite. E forse è meglio così. [Ride, Ndr].

Ma oggi, in Italia, c'è davvero qualcosa di cui essere orgogliosi?
JM: Il nostro è l'orgoglio di essere palermitani, di avere a fianco la nostra gente, di fare la nostra musica. Siamo orgogliosi di riuscire a essere sempre noi stessi, continuando a fare le nostre cose e mantenendo una nostra identità, senza farci influenzare dagli altri.

Orgoglio puramente personale, quindi?
JM: Sì, anche se in realtà rimane comunque legato alle nostre origini, alla nostra cultura e a tutto quello che ci ha permesso di sviluppare il nostro particolare approccio alla musica, che per noi è una cosa molto importante. E poi c'è l'orgoglio della nostra terra, l'amore per la nostra Sicilia.

“Io voglio stare qua anche se va tutto peggio”
JM: Ho scritto quel pezzo (“Nella Mia Città”) per descrivere la difficoltà di vivere a Palermo. Eppure, ogni volta che ci torno, per me è come prendere una boccata d'aria fresca. Nello stesso brano – a rendere ancora meglio l'idea – c'è la strofa di Louis Dee che racconta di un ragazzo che vive a Palermo, e nonostante tutte le difficoltà continua a essere estremamente orgoglioso della sua città. Palermo è difficile e bellissima, quando ci vivi crei con lei un legame che definirei “biologico”.
Big Joe: Sono molto combattuto, perché spostarmi al nord potrebbe aprirmi nuovi sbocchi dal punto di vista lavorativo, e prima o poi sarò costretto a trasferirmi. Ma è davvero dura lasciare la propria città, lasciare il posto in cui sei cresciuto e di cui sei orgoglioso.

Definireste il vostro come un Suono del Sud?
BJ: Assolutamente sì, anche perché siamo cresciuti con Stokka e Buddy, e sicuramente ci siamo ispirati a loro. Può essere che ascoltando loro e poi noi riconosci un sound caratteristico dell'area geografica.
JM: Le nostre radici sono lì, e nel disco si parla molto della vita in Sicilia, forse è anche per quello che l'ascolto può dare la sensazione di avere fra le mani “qualcosa del Sud”.

È più difficile riuscire a farsi notare se si arriva da un posto come la Sicilia?
JM: Io sono a Varese da tre anni, e devo dire che qua ci sono molti più contatti e possibilità. Ho avuto la possibilità di conoscere praticamente da subito Ensi, che ha iniziato a farci suonare ai live dei Onemic. Ho trovato chi ha saputo darmi una mano per iniziare a farmi conoscere. Per chi fa musica, è difficile emergere rimanendo a Palermo. Mancano gli eventi, le strutture, e in generale le possibilità di farsi vedere. Quando stavo in Sicilia non suonavo quasi mai, mentre salendo si incontrano molte più possibilità.
BJ: Anche per me – nonostante finora sia rimasto a Palermo – il meccanismo è stato lo stesso. Ho iniziato a produrre beat per Ensi, i Onemic, Stokka e Buddy, e pian piano la gente ha cominciato a chiedere di noi e sono arrivate le richieste.
JM: Comunque credo che, al di là della provenienza geografica, se c'è qualcosa di originale da dire – e c'è determinazione – i risultati prima o poi si raggiungono. Anche se il livello attuale in Italia è altissimo, e c'è molta più competizione. L'importante è essere se stessi, senza forzare le cose.

Più competizione e più visibilità per tutti, vero. Voi come lo vedete questo periodo di grassa che sta attraversando l'hip hop italiano?
BJ: Sicuramente è più facile emergere oggi rispetto a dieci anni fa, anche grazie a Internet e in generale ai nuovi mezzi di comunicazione, che offrono a chiunque la possibilità di far girare i propri pezzi e farsi conoscere a un bacino potenzialmente enorme di ascoltatori.
JM: Sinceramente non sono uno di quelli che parlano mossi dal classico pensiero secondo cui il rap, ora che è diventato un fenomeno di massa, ha perso le sue radici culturali e ha perso di senso. Sono convinto che l'attuale attenzione mediatica sul fenomeno sia davvero un'occasione imperdibile per chi fa qualcosa di nuovo e originale. Ma è anche vero che molti personaggi non hanno coscienza di tutto quello che è successo prima, cosa che per noi è invece molto importante. Ci sono i pro e i contro.

“L'ignoranza sembra un vanto”
JM: Ho scritto questo verso proprio pensando a quanto detto sopra: molti fra i nuovi rapper di oggi sanno pochissimo di quello che è successo prima. A volte bisognerebbe porsi il dubbio: magari non sono il migliore, ma c'è stato qualcuno prima di me che ha posto le fondamenta.
BJ: Quello che manca nel rap di oggi, secondo me, è l'umiltà. Chiunque prenda in mano un microfono sembra autorizzato a credersi il migliore del mondo, senza troppo rispetto per chi c'è stato prima o chi ci sarà dopo. Se devo trovare qualcosa nell'attuale rap italiano che mi infastidisce, è sicuramente questo apetto.

Meglio esser persone o personaggi?
JM: Noi cerchiamo sempre di essere veri, più persone che personaggi. Se nei miei testi parlassi di cose che non vivo, mi sentirei fuori luogo. Sembrare finto e non essere credibile è la mia paura più grande, credo che in questa musica la credibilità sia tutto.

Cosa ha ispirato il disco?
BJ: Dal punto di vista delle sonorità si parte da J Dilla e in generale dal sound di Detroit, anche se poi ascoltando il disco trovi i riferimenti più disparati, dai pezzi boom bap a quelli con una gamma di suoni più piena e variegata. Volevo essere il più aperto possibile, in modo da non risultare ripetitivo e monotono, dato che il disco è prodotto tutto da me.

Ok, ma alla fine il risultato è molto omogeneo. Qual è il filo conduttore?
JM: A Big Joe è toccato il lavoro più difficile, perché il suo compito era quello di mettere insieme tutte queste influenze per ottenere un prodotto che seguisse una linea musicale unica e riconoscibile. L'obiettivo era proprio quello, riuscire a fare un album vario che comunque non uscisse troppo dai toni. Anche io ho spaziato molto: per quanto riguarda la scrittura, mi sono ispirato a quello che viviamo e abbiamo sotto gli occhi. Tecnicamente invece ho un sacco di modelli e riferimenti, anche se poi i versi sono comunque molto personali, risultato di vita vissuta e frutto dell'evoluzione di quello che può essere definito il mio stile.

Come avete lavorato a “Orgoglio”, considerando che uno sta a Palermo e l'altro a Varese?
JM: Alcuni pezzi li ho registrati io e li mandavo a Palermo a Joe, altri invece li abbiamo registrati insieme quando riuscivo a scendere. Per i beat, invece, abbiamo messo giù alcune idee insieme, per avere una via comune, altri invece me li ha mandati già finiti e mi son piaciuti immediatamente. È stato un lavoro fianco a fianco, nonostante le distanze.
BJ: Sì, anche perché oggi le distanze le senti di meno, anche grazie a Internet. Si è creato un flusso continuo di scambio di materiale e idee, lavorare non è stato difficile. Poi ovviamente trovarsi insieme in studio è più bello, riesci a esprimerti meglio, ma siamo comunque contenti di come è andata.

E per il futuro? Quali sono i progetti?
JM: Spero che presto – magari entro la fine di quest'anno – riusciremo a fare un altro disco. Abbiamo già qualcosa, e contiamo di sfornare qualcosa di nuovo il prima possibile.
BJ: Io ho fatto un EP di strumentali, “Astronauta EP”, l'anno scorso, e non è detto che non faccia di nuovo qualcosa del genere. In più, come ha detto lui, sono al lavoro sul prossimo album di Johny Marsiglia & Big Joe, un progetto con Louis Dee e varie produzioni sparse in giro per l'Italia.
 

Commenti (1)

  • iocero 11/10/2012 ore 17:22 @iocero

    Questi scrivono "nella mia città", Duke Montana scrive "la mia città"...
    Il rap italiano fa veramente pena, se mai esiste...

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