Oh! Pilot / intervista

Il pilota e il passeggero: Oh! Pilot racconta l'ep d'esordio "OKness"

Oh! Pilot ci racconta l'ep d'esordio "OKness", che ascolteremo dal vivo il prossimo 26 maggio al MI AMI Festival.
23/04/2018 10:04

Oh! Pilot é un progetto pop-folk creato dal regista e musicista Roberto Cicogna, nato nel 2014 a Parigi insieme al produttore musicale e musicista Colin Buffet (co-autore di alcuni dei pezzi). Nel 2018 è uscito l’ep d’esordio “OKness”, e nell’attesa di ascoltarlo dal vivo il 26 maggio al MI AMI Festival (consigliate le prevendite qui), Roberto ce lo racconta in quest’intervista.

Iniziamo con due domande semplici e curiose: perché il tuo progetto si chiama Oh!Pilot?
Quando ho cominciato a registrare i primi pezzi e a suonare nei bar parigini mi esibivo insieme al mio amico Colin Buffet. Eravamo un duo e ci chiamavamo Copilots. Più avanti, pur continuando la nostra collaborazione, il progetto si è incentrato molto su di me e dovetti cercare un altro nome (inoltre esistevano già diversi gruppi con quel nome). Non mi piaceva l’idea di abbandonare completamente il concetto di Copilots e non volevo esibirmi come Roberto Cicogna, quindi ho adottato il nome Oh!Pilot.

E poi: Italia/Francia. Due luoghi, due modi di essere, due mondi musicali, sotto alcuni punti di vista diversi. Cosa condividi con queste due nazioni sia dal punto di vista personale che da quello musicale?
Milano e Parigi per molti aspetti si assomigliano tanto. Parigi è una città molto frenetica, anche solo per la densità della popolazione, e dopo un po’ che vivi qui ti rendi conto che Milano è una città con dei ritmi intensi ma in fondo molto più sani. In Francia ci sono più possibilità (almeno per ora) di vivere d’arte, ma anche qui bisogna fare tanti sacrifici. Musicalmente mi ispiro moltissimo alla musica anglofona più che a quella italiana o francese, quindi in questo senso non saprei dire se sento più l’influenza di un Paese o un altro. Forse con i francesi condivido più un certo tipo di gusto nella produzione dei dischi, se però parliamo della Varieté Française (che qui va tanto di moda) non ci siamo proprio. Non la capisco, mi sembra tutto super trash.

Della scena italiana di oggi, nessun genere escluso, chi pensi meriti una menzione? C’è qualcuno tra le ultime uscite di questi anni che ti ha particolarmente colpito?
Devo dire che, non abitando più in Italia da un po’, non credo di essere aggiornatissimo sulla scena italiana. Gli artisti che conosco li conosco grazie ai feedback dei miei amici. Mi è piaciuto tantissimo il primo disco di Calcutta, alcuni pezzi sono pop puro e funzionano a mio avviso sotto tutti i punti di vista. Recentemente ho scoperto il talento di Birthh e sono impazzito ascoltando “Stormi” di Iosonouncane, che per me è una delle canzoni più belle mai scritte di sempre.

(foto di Paolo Caponetto)

Nel 2014 hai dato alla luce le tue prime demo assieme al produttore e musicista Colin Buffet, in uno studio a Montreuil. Come è nata la collaborazione tra voi due?
Ho conosciuto Colin appena prima di arrivare a Parigi. Quando ho lasciato Milano ho messo anche la musica da parte, per concentrarmi sulla regia. Ogni tanto io e Colin ci vedevamo per scrivere e suonare ma per me era più una specie di valvola di sfogo. Poi, nel 2014, abbiamo vissuto entrambi delle esperienze di vita molto simili e ci siamo ritrovati a creare musica per necessità e non più solo per divertimento. In quel periodo sono nate alcune delle canzoni di “OKness”.

Sei anche un regista, e in entrambe le vesti narri qualcosa, racconti, scrivi, crei. Dov’è che il tuo modo di fare musica incontra il tuo linguaggio cinematografico? Ad esempio, vedrei benissimo i tuoi brani come parte di una colonna sonora. Non percepisco una scissione tra le due arti, anzi, tutt’altro.
In effetti non saprei dire se sono le immagini a influenzare la mia musica o viceversa. Quando ero piccolo, e viaggiavamo sulla nostra Fiat Tipo, ascoltavamo per lo più colonne sonore di film. Mentre ascoltavo le canzoni guardavo fuori dal finestrino e mi venivano in mente immagini e storie. Credo, in questo senso, che la musica sia il pilota, l’elemento che ti porta da un punto A a un punto B mentre le immagini che scorrono rappresentino il viaggio, l’esperienza vissuta come passeggero. In musica e nel cinema a volte capita di essere simultaneamente passeggero e pilota, e quando succede è bellissimo.

Hai prodotto da solo anche i tre video dei brani “See You Down”, “Best Thing So Far” e “Riot Head”. In che metropolitana ti trovi in “Riot Head”? È un video molto semplice, ma molto intenso. Trasmette un messaggio che, come hai scritto tu stesso, è rivolto a tutti coloro che si sentono così.
Il video è stato girato a Place des fêtes una domenica mattina, ed è stato realizzato con l’aiuto del mio amico e fotografo Paolo Caponetto, con il quale ho realizzato molti video. All’inizio il testo doveva essere il flusso di coscienza di un giovane trentenne che sta per diventare papà, poi, continuando la scrittura, il concetto è diventato ancora più universale. Credo che ogni tot anni tutti ci poniamo delle domande su ciò che abbiamo fatto fino a quel momento, chi siamo e chi volevamo essere, a qualsiasi età. L’interminabile scala mobile di Place des Fêtes era perfetta per comunicare quel senso di moto continuo e gli incontri talvolta fugaci che animano la nostra vita.

Definisci la tua musica come “Lazy Crazy Love Songs”. Il tuo pop folk è delicato, ma allo stesso tempo è banale definirlo tale. È a tratti malinconico, ma anche ritmato e spensierato. Decisamente accattivante. Da cosa o chi trae ispirazione?
Le canzoni che scrivo parlano di esperienze personali o sono ispirate a situazioni e persone che fanno parte della mia vita. Se parliamo di influenze musicali, credo che la malinconia derivi molto dalla dimensione più folk dei Nirvana (di cui sono ovviamente un grande fan) e la parte più pop dai Beatles (che è il mio gruppo preferito). L’altro mio riferimento quando scrivo, anche se può sembrare strano, è Bill Murray. L’eroe-trickster romantico per eccellenza, almeno per quanto mi riguarda.

Cosa diresti a proposito di "OKness" se dovessi presentarlo in poche parole?
Domanda difficile. In una riga credo che lo descriverei come '5 pezzi facili (e belli)'.

L’okness è uno stile di vita per te?
Okness é una parola ricorrente nelle mie conversazioni con Colin e altri amici. Esiste un vero e proprio principio del quale però non conosco nulla. Per me l’okness è uno stato d’animo, non da confondere con il pensiero positivo. È un po’ come quando vai a vedere un film e rispondendo a qualcuno dici che il film era “ok”. Non si tratta certo di uno stato d’animo ideale, ma non significa neanche rassegnazione. Per me è più come uno stato di equilibrio, qualcosa che ti permette ti stare a galla, che non ti tira verso il basso ma non ti spinge neanche verso l’alto.

Ti sei già esibito a Milano, soprattutto in due posti che hai definito a te cari. Quest’anno sarai ospite al MI AMI, cosa ti aspetti da questa esperienza?
Nel 2017 ci siamo esibiti al Milano Film Festival ed è stata una bellissima esperienza (anche per il mio background di videasta), e dagli amici del Colibrì ci divertiamo sempre come dei matti. Suonare al MI AMI è sempre stato un mio sogno. In Italia non esiste situazione più adatta per un progetto indie come questo. Si tratta di un’occasione unica. Detto questo non so cosa aspettarmi. Preferisco concentrarmi sul preparare lo spettacolo al meglio e fare un grande concerto perché poi se ci penso troppo vado in sbattimento.

Tag: intervista

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