Original Cultures, dai portici di San Luca si vede Essaouira

11 anni fa tra l'Emilia e Londra nasceva un progetto bello e visionario, che tiene assieme le diverse arti e pubblica dischi da tutto il globo. Ce lo racconta il cofondatore Cristian Adamo, anima della musica bolognese da "Sxm" fino all'esperienza di Vinilificio
23/12/2020 10:38

"La distanza per noi non è mai stata un limite": se si chiede a Cristian Adamo com'è stato possibile tenere in piedi un'esperienza di 11 anni assieme a gente sparsa ovunque nel pianeta, lui risponde così. E infatti Original Cultures è sempre qua e continua a fabbricare e condividere con tutti la propria musica, confezionata a mano e di estrema qualità. 

Cristian è stato in questi anni tra i più preziosi agitatori musicali di Bologna, che dagli anni '70 almeno non ha mai smesso di essere la città italiana più agitata ed effervescente da un punto di vista culturale. Sempre presente alle serate e le iniziative cittadine in cui si suona e si fa balotta, nel 2005 fonda Vinilificio, "il primo servizio al mondo di personalizzazione completa del disco in vinile in singola copia". Un'esperienza unica nel suo genere. 

Kaos in piazza Verdi a Bologna, evento organizzato da Original CulturesKaos in piazza Verdi a Bologna, evento organizzato da Original Cultures

Nel 2009 ecco Original Cultures, una realtà che non è nemmeno così semplice definire e che negli ultimi periodi ha pubblicato due dischi di rara luce: Deserto di Okè, trio di cui fa parte Andrea Visani, già fondatore dei Sangue Misto con il nickname di Deda e noto negli anni successivi come Katzuma, e Don Karate, progetto del polistrumentista Stefano Tamborrino. Lavori che partono dal jazz per andare molto lontano, grazie all'uso dell'elettronica e a un approccio internazionale e internazionalista alla musica. 

Questo sta proprio nelle viscere di Original Cultures, che nasce da un'idea di Laurent Fintoni con Cristian, Alessandro Micheli e Yassin Hannat, che ha sede a Bologna e pezzi di cuore in Marocco, in Giappone, a Londra e un po' dappertutto. OC è un progetto senza scopo di lucro e il suo obiettivo è mettere assieme le diverse arti, dal suono a quelle visive, e le diverse culture.

Cristian Adamo durante un evento al giardino del Guasto di BolognaCristian Adamo durante un evento al giardino del Guasto di Bologna

In tutti questi anni ha organizzato seminari e laboratori, mostre e un'infinità di concerti e showcase, eventi in cui all'aspetto live erano quasi sempre associati momenti pittorici o altre espressioni artistiche. Alcune idee erano particolarmente ambiziose e persino un po' strane, e ovviamente sono quelle di cui i fondatori di OC vanno più fieri. "Abbiamo trasformato un teatro moderno e un cortile secolare a Bologna, un wine bar a Londra e un centro culturale a Essaouira".

Nel frattempo Original Cultures è diventata anche un'etichetta, che ha pubblicato tutta una serie di artisti "amici o con cui condiviamo un percorso" provenienti da ogni angolo, da release dei C'Mon Tigre a Bioshi e gli italo-marocchini Fawda Trio, dall'inglese Lewis James al già citato Katzuma, gli olandesi Sleepin Giant e questo disco di Tatsuki Oshima, il primo sotto il nome Original Cultures.

Parliamo dell'inizio: come si mette in piedi tutto ciò?

L'idea del progetto è venuta a Laurent Fintoni poco prima di lasciare il Giappone nel giugno 2008, parlandone con Hiroki Sakaida, dell’etichetta POP GROUP, e con il producer giapponese Goth Trad. L'idea era di creare qualcosa che potesse connettere le scene e gli artisti underground europei e giapponesi. Al suo ritorno in Europa nel settembre dello stesso anno, Laurent mi parlò dell’idea di creare un progetto senza scopo di lucro che consentisse lo scambio culturale tra Giappone, Italia e Regno Unito attraverso le arti performative contemporanee, a partire dalla musica e dalle arti visuali. Subito coinvolsi due miei cari amici Yassin Hannat e Alessandro Micheli.

Qual è il primo evento che avete realizzato?

Erano gli anni in cui si cominciava a viaggiare low cost e spostarsi in aereo cominciava ad essere alla portata di tutti. Dopo sei mesi di preparazione nel giugno 2009 Original Cultures ha tenuto il suo evento pilota a Bologna. Una settimana di residenza con un happening finale. Per questo primo evento avevamo coinvolto Om Unit (UK), Tayone (IT) e Tatsuki (JP) per la parte musicale, mentre per la parte visiva DEM (IT), Ericailcane (IT) e Will Barras (UK). Oltre alla residenza e allo show finale, abbiamo realizzato una mostra audio video di un mese presso il Museo della Musica di Bologna.

Qual era l'idea per voi irrinunciabile, quella su cui avete edificato il progetto?

Ci piaceva l’idea che Original Cultures fosse un laboratorio basato non su rapporti mercantili e lavorativi bensì su uno scambio reciproco. Ogni progetto aveva una sua direzione artistica inziale che però durante le residenze mutava in altro, in qualcosa di unico e irripetibile. Erano eventi che nascevano sulle idee e sull’alchimia che si creava tra noi, Original Cultures, e gli artisti che coinvolgevamo. La realizzazione di questi happenings richiedeva un lungo lavoro organizzativo e di ricerca delle risorse, mai sponsor privati, ma fondi e bandi pubblici e tanto supporto di situazioni locali che hanno reso possibile quanto siamo riusciti a realizzare senza avere budget esorbitanti.

Faccio subito anche a te la domanda con cui ho iniziato la mia chiacchierata con Deda, poche settimane fa: che ne pensi della definizione di World Music?

Mi ricordo quando questa parola divenne popolare, era la prima uscita dell’etichetta Real World di Peter Gabriel, la colonna sonora Passion, per altro un gran bel lavoro. Mi sembra fosse l’89 o giù di lì. L’idea di Peter Gabriel era quella di portare al mondo occidentale la musica del mondo (world), la così detta musica etnica. 

Non suona benissimo...

Eh, no. Era un’idea che partiva dal presupposto di dividere il mondo in due parti, quello occidentale urbanizzato e quello non occidentale, come nel caso della ricorrente opposizione tra la cultura occidentale e quella cosiddetta ‘etnica’. Come se il sistema pianeta terra fosse un sistema compartimentato dove ci sono degli spazi puri ed esotici incontaminati contrapposti al mondo tecnico e tecnologico dell’occidente. Questo presupposto è estremamente superficiale e molto pericoloso. Alla base c’è un pensiero coloniale sostanziale, difficilissimo da scrostare dalla nostra forma mentis occidentale: l’occidente, esploratore e avventuriero, alla scoperta di mondi lontani che riporta a casa frutti e tesori esotici.

Mi sa che è meglio se lasciamo perdere la definizione...

In nome della World Music tra l’altro si sono compiuti alcuni misfatti gravissimi, uno su tutti “proteggere” con il copyright patrimoni di musica popolare da sempre tramandata di padre in figlio. Ora, certe musiche tradizionali, per il copyright europeo sono di proprietà di qualcuno che le ha depositate. È indispensabile andare oltre il marchio World Music e rimettere in discussione l’idea di etnico. Bisogna porsi degli interrogativi sul perché bisogno suddividere il mondo in occidente e “world”, come se l’Europa e il Nord America non facessero parte di questo mondo. Se pensiamo all’etnico come la scoperta di antichi mondi incontaminati, ci sbagliamo.

Oggi è diversa la percezione di questo tipo di musica?

Oggi World Music è un termine ancora più generico di trent’anni fa. Indica qualsiasi cosa che abbia un’impronta sonora o geografica non occidentale, sia esso la provenienza dei musicisti sia l’impronta sonora. Si può fare musica World a prescindere dalla musica che si suona e da dove la si suona. Diciamo che se sei africano quasi sicuramente sei catalogato come World Music, a prescindere dalla musica che suoni. Per citare solo alcune cose che mi vengono in mente, così su due piedi, catalogate come World: l’etichetta Ugandese Nyege Nyege che produce musica elettronica sperimentale, le produzioni di Clap Clap! e Kalhab che però sono musicisti italiani, il così detto Blues del Mali e la musica Mbalax senegalese. Tutto questo e tantissimo altro sono catalogati come World Music. Per rispondere alla tua domanda, credo che la percezione della World Music oggi, come ieri sia più che altro legato a un sentimento orientalista. La definizione che rimane “ideologica”, e non parla realmente della musica che si vorrebbe descrivere. 

Road to Essaouira from Massimiliano Bartolini on Vimeo.

Oggi, gioco forza, siamo un po' tutti Original Cultures: come si lavora tra Bologna, Londra e altri posti sparsi per il mondo?

Negli ultimi anni il nostro progetto è mutato. Laurent dopo Londra si è spostato a Bruxelles, poi negli Stati Uniti e di recente, in piena pandemia si è spostato nuovamente in Italia. I nostri progetti di residenze ed eventi in realtà sono in stand by da un po’ di tempo. Road to Essaouria è stato l’ultimo progetto che abbiamo realizzato: è un progetto che è durato tre anni dal 2013 al 2016 e che ci ha portato ad Essaouria in Marocco, per una residenza che ha coinvolto il trio italo marocchino Fawda Trio, il duo londinese LV e il Mallem Sudani e la sua crew di musicisti. Da questa residenza è nato un album che nel suo piccolo ha avuto un ottimo riscontro.

Cosa serve per portare avanti simili progetti, ambiziosi, dispendiosi e non esattamente mainstream?

Molte professionalità, competenze e connessioni, ma soprattutto risorse economiche. Per scelta non abbiamo mai chiesto supporto a grosse aziende, ma abbiamo sempre optato per finanziamenti pubblici, perché crediamo che questo tipo di lavoro non si presti a stare sotto un cappello di alcun brand commerciale. Arrivati a un certo livello di produzione, le risorse di cui avevamo bisogno non erano più sufficienti e i bandi pubblici a cui potevamo avere accesso non riuscivano più a coprire il fabbisogno per portare a casa produzioni di un certo livello.

Oggi su cosa vi concentrate?

In questo momento Original Cultures si occupa di produzioni discografiche. Produciamo musica che ci piace e prevalentemente realizzata da amici e persone che stimiamo. Questo forse è il vero filo conduttore della nostra storia. Non abbiamo mai fatto scouting e non ci interessa più di tanto farlo. Collaboriamo e realizziamo i nostri progetti soprattutto con persone che incrociamo nei nostri percorsi e con cui nasce una certa intesa. La distanza per noi non è un limite.

Da esperto, qualche consiglio per chi oggi è costretto ad arrabattarsi con lavoro a distanza e quotidianità digitale?

Siamo tutti nella stessa barca. Ci dobbiamo confrontare nel presente con quello che abbiamo a disposizione. Il mondo digitale offre molte opportunità, soprattutto ora che la vita “fisica” è molto limitata alla propria individualità. Creare scambio e comunità è particolarmente complesso in questo momento, ma il mondo internettiano se utilizzato con i giusti criteri può essere d’aiuto. Original Cultures, dal giorno zero, esiste anche grazie allo strumento internet. Ad esempio, ho conosciuto Laurent sui forum di scratch e turntablism ad inizio dei duemila, quindi il contatto a distanza per noi non è un vero limite. È un limite piuttosto non avere contatti fisici nel quotidiano e non poter viaggiare.

Lavorativamente non senti la frustrazione di una situazione del genere?

Personalmente, essendo coinvolto in un progetto radiofonico nuovo e molto stimolante come Neu Radio, attualmente con uno studio al Museo di Arte Moderna di Bologna, MAMbo, riusciamo, nonostante le varie restrizioni, ad organizzare eventi radiofonici come showcase, happenings e workshop. Questo ci permette di lavorare tra di noi a un livello comunitario unico e allo stesso tempo comunicare e avere scambi con l’esterno, anche tramite il web.

Quali sono le tre cose che ti stanno più al cuore tra quelle che siete riusciti a realizzare?

Ogni progetto di Original Cultures era concepito per essere unico ed irripetibile. Per questo sono legato a tutti i nostri progetti. Il primo evento, un vero e proprio esperimento dall’esito imprevedibile fino alla sua realizzazione finale. Il secondo, From Outer Space, con Katzuma e la sua Expanding Disco Machine assieme al collettivo di video maker Opificio Ciclope, è stato un evento estremamente stimolante a cui siamo riusciti a dare una certa solidità produttiva e un risultato artistico che credo sia stato di alto livello. Con The Formula abbiamo fatto un piccolo colossal creando un ensemble composto da musicisti, un produttore, un dub master, un video maker, un collettivo di tipografi, due performer e un regista teatrale. Il tour europeo di Daisuke Tanabe e Jealousguy ci ha permesso di girare in mezza Europa e realizzare un vinile picture disc 7” in collaborazione con Zooo Print & Press. Il progetto Road to Essaouria ha richiesto un impegno mastodontico che ci ha portato fino ad Essaouira in Marocco e da cui è stato prodotto un album che ci ha dato molte soddisfazioni.

Original Cultures 'From Inner Space' - The Documentary from Original Cultures on Vimeo.

Il musicista piu incredibile con cui hai collaborato?

Domanda difficilissima. Ho organizzato il mio primo concerto nel lontano 1993. Ho incontrato e lavorato con moltissimi musicisti. Non saprei dire se è il più incredibile, però Deda forse può riassumere una certa idea di musica e un certo modo di lavorare che trovo molto affine al mio. Con lui ci ho lavorato in diversi momenti della mia vita. Da giovanissimo come tour manager ai tempi dei Sangue Misto e Messaggeri della Dopa, un decennio più tardi con Original Cultures e la residenza evento From Outer Space, oggi con Oké, di cui abbiamo pubblicato il loro ultimo lavoro Deserto. In ogni progetto Deda è stato sempre capace di alzare il livello ben oltre lo standard, di dare un suono unico e distintivo pur rimanendo coerente con il linguaggio con cui si stava confrontando. Lo ha fatto come mc e produttore hip hop con i SxM e i Messaggeri della Dopa, come produttore di musica disco e house come Katzuma, lo ha fatto con il progetto Oké. La sua è una musica che non scade.

Tre scene musicali da seguire oggi?

Trovo molto interessante la riscoperta di un certo tipo di jazz. Mi riferisco ad una parte della scena inglese, tra i musicisti che apprezzo di più c’è Greg Foat. Anche oltre oceano ci sono etichette come International Anthem grazie alle quali è stato possibile riscoprire glorie del passato ma anche a far emergere musicisti jazz che fino a qualche hanno fa erano relegati a scene locali e che solo gli appassionati più attenti potevano apprezzare. Mi piace parecchio la scena house che fa riferimento a producers come Funkineven, Byron the Aquarius, Jay Daniel, Max Graef, Nas1, Brothermartino. In West Africa ci sono molte cose da tenere d’occhio. Per citarne solo alcune, in Senegal la musica Mbalax e il rap, in Ghana e Nigeria il pop afrobeat ma anche cose meno mainstream come le produzioni dell’etichetta Akwaba Records, la musica Balani in Mali.

E Bologna? E l'Italia? Che contributo abbiamo da dare in questo momento storico? 

La prospettiva globale viene data dalle circostanze e da quanto le scene locali siano in grado di uscire da loro stesse. A Londra è sicuramente più facile creare una scena. C’è un’industria musicale affamata di novità che non attende altro. A Bologna e in Italia ci sono molti musicisti e produttori di grandissimo spessore, pochi però riescono a trovare quella congiuntura positiva che gli permette di avere visibilità fuori dai confini. Non è impossibile ma è sicuramente più complicato. Mi vengono in mente musicisti e producer come Khalab, Clap! Clap! che fanno musica che può essere in qualche modo accomunata ma che però non fanno parte di una scena. Anche Tommaso Cappellato e Gianluca Petrella possono in qualche modo avere delle affinità, ma loro stessi non fanno parte di una scena italiana vera e propria. A Bologna c’è una scena legata al jazz e all’hip hop e alle varie derive elettroniche, che trovo molto interessante, ma che fino ad ora non è stata capace di valorizzarsi e trovare una giusta via di uscita. Forse il progetto Oké è una buon sintesi di questa scena e che speriamo riesca ad avere un giusto riconoscimento anche fuori dai nostri confini. 

Il vinile di 'Deserto' di OkéIl vinile di 'Deserto' di Oké

Passiamo a parlare dell'altro tuo figliolo, Vinilificio. Spiega cos'è a chi non lo conosce.

Vinilificio è uno studio di transfer audio su vinile. Produciamo vinili in singola copia, piccole quantità e stampe in quantità, grazie alla partnership con una stamperia tedesca. Lo faccio dal 2005 e posso dire con un certo orgoglio che sono stato tra i primissimi al mondo ad offrire questo tipo di servizio e il primo in assoluto a dare la possibilità di personalizzare un vinile in tutte le sue parti incluse le label e le copertine stampate. Oggi dal sito di Vinilificio è possibile creare il proprio vinile personalizzato in tre semplici passi. 

Che prospettive ci sono, in questi tempi assurdi, per un progetto così? 

Nel 2005 quando ho iniziato il progetto Vinilificio è stato l’anno in cui il vinile ha raggiunto il picco più basso delle vendite. Da sempre ho saputo che lo sviluppo del digitale e la conseguente immaterialità della musica avrebbero paradossalmente contribuito alla rinascita e alla seconda giovinezza del supporto disco in vinile. Così è stato. Oggi il vinile è il supporto per eccellenza. Se vuoi possedere l’oggetto musica acquisti o regali un vinile, non regali Spotify o Youtube. Aprono le fabbriche di dischi e nonostante il momento infausto che stiamo vivendo, le vendite di dischi sono ancora in crescita. Non ho la sfera magica, ma credo con una certa sicurezza che questo tipo di supporto non sparirà mai.

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L'articolo Original Cultures, dai portici di San Luca si vede Essaouira di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 23/12/2020 10:38

Tag: etichette - bologna - vinili

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