L'orso - No, non vogliamo chiedervi scusa Intervista

Flavia Eleonora Tullio - L'orsoFlavia Eleonora Tullio - L'orso
27/03/2015 di

Gli adolescenti, la provincia, le ansie. Gli hater e i troll. Il bisogno di una rivoluzione che metta a posto le cose, e spinga tutti a smettere di criticare ed essere più costruttivi. Abbiamo intervistato Mattia Barro de L'Orso per capire dove sta andando quel certo "pop giovanilista" italiano: oltre che a raccontarci un bel po' di cose, ci hanno regalato anche l'anteprima video de "I buoni propositi" feat. COSTA!

 

L’ultimo disco de L’Orso si chiama “Ho messo la sveglia per la rivoluzione”: qual è questa rivoluzione?
La parola rivoluzione ha tanti significati, ma quello contenuto nel nostro disco ha a che fare con l’idea di una rivoluzione personale. Te lo fa capire anche la frase che viene prima, “ho messo la sveglia”: voleva dare l’idea di un percorso, un pensiero di voler cambiare. La rivoluzione che bisogna fare in questo momento è personale, sia nostra in quanto band, sia collettiva. Ci piaceva l’ambivalenza tra il nostro cambiamento e quello del periodo storico in cui viviamo, in cui tutti gridano alla rivoluzione, al cambiamento. Tutto è sbagliato e tutto è da aggiustare, ma non si da mai una via da percorrere. Lo si dice, e poi tende a spegnersi tutto lì. La rivoluzione che noi intendiamo è proprio questa: ripartire da sé stessi, dalle cose piccole che puoi modificare di te in quanto persona che vive in una società. Io penso che gli italiani siano uno dei popoli meno costruttivi della storia, nel senso che se c’è da distruggere siamo sempre i primi a farlo. Apri Facebook e hai un esempio perfetto di cosa gli italiani dicano e pensino. Siamo un popolo molto ironico, nel bene e nel male, e spesso questo fa sì che la nostra critica si limiti all’ironia, a rendere una situazione assurda, tendiamo sempre alla parodia… ma poi alla fine ci manca la sostanza. Ci manca quel passaggio lì, e manca anche a me. Il titolo quindi parla di questo: del ripartire dall’essere costruttivi. Se c’è qualcosa che non va, invece che trollare, dillo. Quando qualcuno trolla in realtà non sta dicendo niente, sta solo creando confusione, un po’ come i black bloc all’interno di un corteo: spaccano le vetrine, ma non dicono perché lo stanno facendo, esattamente. Se tu mi spieghi che il comportamento del L’Orso ti fa schifo e hai le tue ragioni, per me va bene. Se invece fai solo una gran confusione non dai a nessuno l’opportunità di migliorare (posto che le tue critiche siano giuste).

Sulla vostra pagina Facebook hai scritto “La scena indipendente italiana sta degenerando nella tristezza, nella pochezza e nella grettezza di parte del suo stesso pubblico, di parte dei suoi stessi musicisti e rappresentanti. (...) Per fortuna (la musica) va ben oltre ste bassezze da scuola superiore. Lei sta nel rispetto e nell'onestà.” Ho letto che i fan nei commenti non sapevano di cosa tu stessi parlando e chiedevano spiegazioni. Cosa volevi dire?
Da quando ho finito l’ultimo disco mi sono trovato parte di un ambiente musicale in cui io non mi riconosco. Io arrivo da un altro background. Io ho fatto rap dai 15 ai 19 anni. Penso che l’adolescenza sia un periodo molto formativo, soprattutto se fai musica. Ti insegna dei valori ai quali tu puoi fare riferimento. La scena rap ha tantissimi difetti, è molto chiusa, brutalmente si può quasi chiamare una setta; ci sono dei princìpi sui cui ti devi basare, e sono quelli lì. Che poi è il motivo per cui a un certo punto me ne sono andato: io facevo rap, avevo iniziato a introdurre la melodia nella scena della mia città, Ivrea, e mi iniziarono a dire che “mi ero venduto”. Pensa te, eravamo in 10 a rappare e 100 ad ascoltare, cosa che era già un miracolo. Avevo fatto una trentina di concerti, organizzavamo serate, era il periodo in cui era esploso “8 Miles” quindi c’era un certo interesse. Però se ascolti il rap italiano scoprirai che ci si focalizza tanto su una cosa, ovvero il rispetto per la musica, che “è sopra”. Lascia perdere i pezzi in cui in pratica si dice solo “io sono più figo di te”, è una cosa che fa parte del rap game, come dice Marracash, che nel disco nuovo dice “dire che è soltanto autocelebrazione è come dire che una natura morta è soltanto frutta”. Il rap mi ha insegnato il rispetto per la musica degli altri: ci sta lo scherno, ci sta la presa per il culo, però il rispetto della musica nella sua sacralità è chiaro. L’Orso non è Lo Stato Sociale, non facciamo milioni di concerti, ma in quattro anni ne abbiamo fatti circa 300. Ho conosciuto persone sopra e sotto il palco, addetti ai lavori, promoter, booking etc - e penso che spesso venga a mancare proprio questo. Io poi sono una persona molto testarda in certi casi, e quindi quando penso che questo rispetto venga a mancare, la vivo male. Come se mi toccassero mia madre, mi sale dentro la rabbia. Ed è successo varie volte negli ultimi anni. Non mi arrabbio perché mi dicono che L’Orso fa schifo, anche perché me lo dicono dal primo giorno.

Perché secondo te?
Penso che in Italia sia una cosa che l’80% delle band si è sentita dire almeno una volta, persino i Verdena, che in questo momento sono “intoccabili”. Ma ci sta, anche perché io faccio una musica per certi versi criticabile.



Quali sono gli aspetti criticabili della vostra musica?
Penso che in Italia ci sia un grosso problema con il giovanilismo. Se parli di ciò che eri quando avevi 18 anni, allora vuol dire che parli solo per i diciottenni, e sei un paraculo. Non penso funzioni così. Io non sto lì a fare i calcoli su quello che vado a scrivere, lo faccio e basta. Il primo disco è uscito che avevo 22 anni, ma con canzoni che avevo scritto a 20. Immagino che in quel periodo io abbia preso molto dalle storie della mia adolescenza, ma è anche normale. Uno a 20 anni non è che si mette a raccontare i quarantenni, cioè non è nemmeno sbagliato, è che io non ne avevo le proprietà.

Ora che ne hai 26 invece, perché ti criticano ancora?
Io sto facendo un percorso, e così la band. Penso che il disco parli di tante altre cose, ma in Italia se dici due volte “cuore e amore” in una canzone sei finito. Specialmente se parli di giovani, c’è da stare attenti. A me semplicemente non interessa questa cosa qua. Io scrivo, e cerco di farlo al meglio. Non son un genio, e lo so dal primo giorno. Penso di fare una roba molto onesta, e di mettere in piazza i cazzi miei. E per questo, per quanto lo faccia in maniera romanzata, sono un bersaglio facile. Quello de L’Orso poi è un genere che in Italia è esploso, siamo nella stessa etichetta de Lo Stato Sociale, e per chi non ha voglia di ascoltarti è più comodo etichettarti. Poi magari gli facciamo schifo comunque, ma va benissimo. Non voglio piacere a tutti. Potrei mettermi a scrivere robe più complesse, ma a me piaccono le cose semplici pulite e chiare. Ho avuto un’adolescenza che è stata la stessa di quasi tutto il resto d’Italia, in un paesino di provincia, 2500 abitanti, senza un club per i live. Il primo concerto l’ho visto a 16 anni, Torino per vedere i Subsonica. Insomma non ci vedo nulla di male nell’aver parlato di quei luoghi, delle cose che si facevano. Nell’ultimo disco invece parlo del 90% di com’è vivere in una città, di com’è vivere i traslochi, e tutte queste cose qui. Mi spiace che molti lo riducano alla continuazione di un discorso giovanilistico. In parte lo è, ma non posso tagliare netto con il mio passato.

Nelle vostre canzoni parlate di adolescenti, provincia, senso di inadeguatezza, voglia di fuggire, persone che falliscono e usano l’ironia e la disillusione per giustificarsi ai propri occhi e a quelli del mondo. Non credi che siano cliché? Non credi che a volte si debba avere l’umiltà di auto-censurarsi, oppure sforzarsi di avere un punto di vista artistico meno inflazionato?
Io parto dal presupposto che di italiano ascolto pochissimo, quindi non so chi stia facendo questa roba qui e chi no. Ma poi, perché dovrei guardare gli altri per sapere cosa devo scrivere io? Sarebbe sbagliato, sarebbe pensare di essere uguale agli altri, e io non lo sono. Certi temi sono già stati trattati da tutti ampiamente, e da tutti meglio di quanto abbia fatto io: se dovessi dare importanza a questa cosa non dovrei far musica. Il tema è sputtanato, amen. A qualcuno piace e a qualcuno no. Non penso di essere la risposta italiana a tutti i problemi dei cliché mondiali. Sono cresciuto con “L’educazione sentimentale” di Flaubert, è normale che cerchi tutta la vita di far quello, di raccontare quella cosa a modo mio. Non ho la fretta che hanno gli italiani di far le cose, di dover essere unici al mondo e subito riconoscibili. E poi non ce n’erano poi così tanti che parlavano della provincia. A un certo punto ho smesso di seguire la scena indipendente italiana, anche se non l’avevo mai seguita tanto; quando avevo 19 anni è uscito il primo di Brondi e di Dente, mi piacevano. Ora sono arrivati al terzo, quarto disco, e mi sembra che le cose dette nei primi dischi fossero più efficaci. Poi magari musicalmente sono migliorati, certo. A 19 anni mi colpì molto il disco de Le Luci della Centrale Elettrica, ma non ho mai pensato fosse musica per adolescenti. D’altro canto anche i primi dischi dei Nirvana e dei Joy Division sono da adolescenti, e invece trattano di cose pesantissime.

(una fan de L'Orso)

I Nirvana, Joy Division o Brondi musicalmente però sono molto pesanti, o oscuri, se vuoi. Mentre L’Orso anche a livello musicale è una band molto leggera e spontanea
No, nel disco nuovo non penso sia così. Il primo disco di Brondi musicalmente era una merda.

Sì, voglio dire che a temi se vuoi ‘giovanilistici’ c’era contrapposta una musica cupa
Se fai musica di merda ma la fai cupa, non è meglio che se fai musica decente ma felice. Penso che Brondi non scrivesse né meglio né peggio di altri in quel periodo. Però ha formato, nel bene e nel male, una schiera di musicisti che poi son venuti dopo. Che usano uno stile molto romanzato, da diario.

Anche il vostro stile lo è.
Sì, ma infatti io a 18 anni ero fan di Brondi, a 20 no.

Quindi un ascoltatore potrebbe dire la stessa cosa di voi?
Ma certo. Il primo di Vasco Brondi ci ha segnato, era un momento in cui c’era bisogno di quella cosa là. Da quel momento lì la scena italiana è cambiata.
In generale, non devo e non voglio chiedere scusa per come io tratto dei temi nella mia musica. A molti il disco è piaciuto, a molti no. Perché devo passare il tempo a giustificarmi con questi ultimi?

Quella è una cosa che scegli te.
No, non lo scelgo io, è quello che quest’intervista chiede.

Parliamo d’altro, allora. Dando un’occhiata alle foto della gente ai vostri concerti e ai vostri fan su facebook mi pare di capire che il vostro pubblico sia giovanissimo, e forse prevalgono le ragazze sui ragazzi. Sai darti una spiegazione del perché?
Soprattutto con le nostre prime release avevamo un pubblico molto preciso. Ovviamente se pubblichi un ep che si chiama “L’Adolescente” un po’ te la vai a cercare. Poi più avanti il pubblico si è sgretolato, nel senso che quelli che ci conoscevano dall’inizio sono cresciuti, altri nuovi e giovani ne sono arrivati. Questo dimostra che non facciamo musica per un pubblico specifico, facciamo i dischi che vogliamo. Avremmo potuto benissimo pubblicare repliche del primo disco, riproporre la stessa formula, e invece no. Anche per vicissitudini interne che ci han portato a cambiare formazione, la nostra musica è cambiata, il nostro pubblico anche. Poi siamo in giro da troppi pochi anni per poter giudicare se il pubblico del primo disco è cresciuto con noi, oppure ci ha abbandonato.

Cosa pensi che piaccia, della vostra musica, ai 18-20enni?
Piace il fatto che siano dei racconti, non c’è retorica, sono cose che ho vissuto o cose che ho visto attorno a me. Penso che la cosa che passi dalle canzoni sia l’onestà e la sincerità di dire “oh io l’ho vissuta così” e poi scoprire che in tanti certe cose le hanno vissute allo stesso modo.

L’altro giorno Jovanotti mi ha detto più o meno la stessa cosa
Prendila con tutte le pinze possibili, ma rispetto a Brondi, Dente, Brunori, tutti quelli a cui veniamo accostati nel genere “cantautore” (anche se non sono un cantautore e ho un background completamente diverso) penso di essere più vicino a un Jovanotti, un Max Pezzali. Quelli che da ragazzini erano degli sfigatelli.



Jovanotti non era così sfigato, da ragazzino. Faceva il dj, la tv…
Sì ma se lo guardi come personaggio era un po’ così. Faceva l’americano in Italia. Jovanotti può essere il figo che vuole, ma poi sua moglie l’ha tradito e lui le ha scritto comunque delle canzoni bellissime.

Ma questo non è essere sfigati
Parlo di quel senso di sfiga alla Max Pezzali, è il “Loser” di Beck. Una persona ingenua. Quando Jovanotti tornò dalla leva militare decise di organizzare una grande festa in un locale per celebrare il suo ritorno, c’era anche una diretta tv. Alla festa però non si presentò nessuno. Mia madre, che è una sua grande fan, mi raccontava di come in quel periodo lì sembrava spacciato, artisticamente parlando.

Max Pezzali invece per me è il vero simbolo della sfiga: bruttissimo e provinciale, malvesito e impacciato. Però ha fatto proprio di questo il proprio successo.
Io penso di essere stato questo tipo di sfigato provinciale. Gli 883 per me erano l’apice perché Pezzali diceva e faceva le stesse mie cose, ovvero niente.
Penso che la parte più giovane del nostro pubblico mi veda come un fratello maggiore, gli altri come un amico, forse. Ma tra noi c’è quest’atmosfera di “oh, l’abbiam passata entrambi”. Perché è vero.

“Tutta questa merda prima o poi farà curriculum” è forse una delle frasi più riuscite dell’album. Che tipo di curriculum volete raggiungere? E perché per raggiungerlo ci vuole la merda?
La frase era intesa con un tono speranzoso. Il brano parla della fine dei 20 anni, del rendersi conto che una certa età è passata. Io l’ho vissuta male. A un certo punto, verso i 25 anni, ti rendi conto che l’epoca delle feste universitarie è finita ed è iniziata quella delle bollette e dei lavori di merda. A un certo punto c’è un click che ti scatta (a me è scattato scrivendo quest’ultimo disco, per esempio) e ti chiedi cosa tu abbia fatto fino a quel momento, che mattoni hai messo per la tua vita, senti il bisogno di concentrarti. Quindi speri che tutti questi anni, tutte queste esperienze che la vita ti ha posto davanti, servano a qualcosa. Poi alla mia età ti rendi conto che la provincia che tanto hai odiato in realtà è il posto in cui vuoi vivere, io vorrei tornarci.

Perché allora sei a Milano?
Per me la musica è importantissima, fondamentale, sento di doverle dare tutto me stesso. In questo momento tornare ad Ivrea vorrebbe dire metterla in un angolo. Nessuno sentirebbe la mia mancanza, ma io sentirei di aver tradito una cosa a cui tengo molto.



Nel nuovo disco provi a rappare, anche se il risultato è una sorta di spoken word sconclusionato. Molti hanno pensato che fosse il vostro tentativo di salire sul carrozzone de Lo Stato Sociale, vostri compagni di etichetta, tentando di avvicinarvi al loro stile e quindi ai loro fan. Prima invece mi spiegavi di essere un mega appassionato di rap da sempre. Com’è allora che non hai fatto il rapper?
Io ho fatto rap attivamente dai 15 ai 19 anni. Avevo una piccola crew ad Ivrea e passavamo i pomeriggi in casa e nei parchi a rappare freestyle. Per ogni data cercavamo di avere almeno due canzoni nuove. Ho fatto un mixtape, che spero non esista più online, e una marea di concerti, mi piaceva da morire. Verso la fine di questa fase ho iniziato ad ascoltare altre robe, e volevo continuare sulla strada del rap inserendo però anche delle parti cantate, anche non avendone le capacità. Quelli più vecchi della scena, che avevano 10 o 15 anni in più, mi dissero “sei melodico”. “Melodico” a quei tempi voleva dire che ti stavi vendendo, che eri commerciale. Dato che per me era un argomento molto sentito, ho deciso di mandare tutti affanculo. Non volevo star lì a farmi dire dalla gente come doveva essere la mia musica, volevo essere libero. Per me è stata una grande delusione, con quella crew posso dire di esserci cresciuto, non solo a livello musicale. Per questo poi ho smesso. Ho iniziato a studiare chitarra, i miei ascolti si sono spostati sull’indierock (i Bloc Party sono stata la band della mia adolescenza) e così anche le canzoni che iniziavo a scrivere. In ogni caso il primo ep de L’Orso ha momenti molto rappati, “Parlami della tua gioventù” ha quasi 2000 parole. E’ una cosa che in ogni caso è rimasta molto nella musica de L’Orso, anche perché non sono riuscito a frenarla del tutto, anche se non mi sentivo all’altezza, non ero pronto per rappare sul serio su quella musica. Però abbiamo chiamato Mecna in un nostro pezzo proprio perché quella parte lì volevamo averla. Poi un giorno ho registrato una cover di Nesli per una compilation di Garrincha, e risentendomi ho capito di aver fatto pace con il rap.

Quindi ora sei pronto per un disco totalmente rap.
Lo vorrei tanto, ci sto provando da tre anni. Io mi producevo i beat da ragazzino, ne ho tantissimi. Nei momenti in cui non sono in tour ci continuo a lavorare. Ho avuto la fortuna in questi anni di conoscere Ghemon, Mecna, Fritz da Cat, che per me è sempre stato un mito. Quando una cosa la ami così tanto non è semplice cimentarsi. Infatti il modo in cui io uso il rap non è canonico.

Rappavi meglio a 17 anni o adesso?
Meglio a 17 anni, perché avevo una fotta infinita, registravo ogni giorno. E’ una cosa che per un certo periodo ho perso, e che ora sto ritrovando pian piano. Rompo i coglioni con questa cosa del rap a tutti quelli che mi conoscono, penso che la musica sia sacra, è la mia religione in un certo senso.

Tag: provincia

Commenti (3)

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  • IlCommodoro 27/03/2015 ore 12:47 @IlCommodoro

    la band è l'orrore fattosi musica ma almeno in questa intervista c'è della rara, rarissima onestà.

  • Simone Piccolo 27/03/2015 ore 20:12 @littlethebig15

    Troppe risposte in prima persona singolare..... secondo me

  • Chiara Ambra Eirene Pagani 29/03/2015 ore 12:41 @chiara.a.pagani

    Ma di cosa si dovrebbe parlare in una canzone se non di quello che si ha dentro, che si conosce? Bisognerebbe scrivere apposta di qualcosa di diverso, senza spontaneità, perchè altrimenti sono clichè?
    E al contrario, scrivere di amore, sentimenti, giovani, provincia è necessariamente fatto per avere riscontro nel pubblico? Io non credo.
    Se Mattia scrivesse di cose che non conosce sarebbe forzato.
    A me sembra che troppo spesso chi fa "critica musicale" in realtà non ami la musica, non abbia curiosità, non accetti che a volte chi fa canzoni lo fa perchè ne sente il bisogno, ama farlo e non può farne a meno, non necessariamente perchè vuole vincere un Grammy, o creda di poterlo fare. Ancora, mi è sempre sembrato incredibile che se un progetto ha seguito di pubblico è perchè il pubblico è ignorante. Ma cosa volete? Concerti deserti a cui partecipate solo voi in quanto critici musicali? Allora quella sarebbe arte? La musica è comunicazione, e se a qualcuno le canzoni dell'Orso comunicano qualcosa direi che hanno centrato il punto. Vuol dire che ciò che Mattia sente e scrive, è risuonato dentro chi ha ascoltato una sua canzone. E credo che non ci sia successo più grande. "Non vorrei essere il primo a dirti che i tuoi vent'anni son già finiti" ad esempio, è una frase che rispecchia esattamente il mio stato d'animo in questo preciso momento della vita. E mi commuove. E' un clichè? Meraviglioso, ma è la mia vita, la sua, quella di tanti altri che si sono riconosciuti nelle sue parole. Non vogliamo nient'altro in fondo che sentirci meno soli, ritrovandoci nelle parole di altri.

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