"Un organismo vivo, istintivo e in movimento". È dentro queste sette parole che si muove e scalcia l'identità degli Ortensia, progetto nato ad Arzano - alle porte di Napoli - da un'esigenza tutta personale di Francesco Serao, autore, voce e chitarra, che col tempo si è fatta cosa condivisa, passando attraverso musicisti diversi, energie diverse, formazioni che sono cambiate più volte.
Un power trio, sempre, anche se qualche live è stato suonato in due, chitarra, voce e batteria. Quello che non è mai cambiato è il nucleo del progetto: trasformare rabbia, fragilità, desiderio, caos e bisogno di luce in canzoni vere.
Fuori dal palco, dicono, le loro sono vite normali (e spesso complicate) fatte di lavoro, provincia e insonnia, non smettendo "mai davvero di vivere nella musica, con la musica e per la musica". Una formazione più emotiva che tecnica, quella di Serao e dei due compagni attuali, al basso e alla batteria: dischi consumati, ore in sala prove, demo registrate sporche. "Prima ancora della tecnica - racconta - ci ha formato l'urgenza espressiva". Il resto lo fa il palco, fisico e istintivo, fatto di sudore, feedback, amplificatori al limite e qualche chitarra distrutta a fine concerto. Per Serao, il rock non è mai stato "qualcosa da eseguire con freddezza", ma da vivere fino in fondo, "una specie di esorcismo che fa uscire fuori luce e purezza e anche altro".
Negli ultimi mesi, basso e batteria hanno assunto un ruolo decisivo, grazie a una sintonia creativa che, sottolinea il musicista campano, non è casuale: è lì che sta prendendo forma il secondo capitolo discografico. Il punto di partenza è il punk, il rock, il grunge, ma dentro convivono melodia, poesia e momenti di grande vulnerabilità. Serao fatica a parlare delle proprie canzoni, ma le definisce "qualcosa di sporco ma emotivo, aggressivo ma fragile", un modo per far dialogare il punk con la poesia e il rock con la letteratura.
I temi che emergono sono l'amore, la perdita, il dolore, l'alienazione, il desiderio di essere capiti. E la luce, certo, ma non sempre consolatoria: spesso assume i contorni "di una ferita, di uno squarcio". Il mercato e le mode veloci non lo interessano: meglio una musica con un'identità reale, "che lasci qualcosa addosso".
L'immaginario di riferimento è quello di chi ha saputo fare della musica qualcosa di vivo e necessario: Janis Joplin, Pixies, Nirvana, Hendrix, Morrison, Lou Reed, R.E.M. e Beatles, ma anche Ramones e Sex Pistols, e in Italia De André, Battiato, Verdena e Afterhours. Scelte guidate da un'unica e precisa convinzione, secondo la quale "un musicista smette davvero di crescere nel momento in cui smette di ascoltare".
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Una curiosità che, attraversando tutto proprio il percorso, si ritrova nell'ultimo disco del gruppo, Luce, che ha avuto "una gestazione lunghissima, quasi tormentata". Otto brani su dieci sono nati quando Serao non era ancora maggiorenne, in un momento in cui il bisogno di trasformare inquietudini in musica era già fortissimo. Poi è arrivato un periodo lungo e complicato, "umano prima ancora che artistico", in cui il disco è rimasto sospeso, incompiuto ma ancora vivo. Nel 2020 la necessità di riprenderlo in mano è tornata, e pubblicarlo è stato "un atto necessario, quasi liberatorio".
Il titolo racconta bene il senso del lavoro: cercare uno spiraglio dentro momenti molto bui. Molti pezzi sono nati in modo spontaneo, quasi impulsivo, e Serao ha scelto di non rifinirli troppo. "Non volevo ripulire troppo le emozioni o rendere tutto perfetto - spiega - mi interessava lasciare dentro anche le crepe". Ne esce un disco che parla della difficoltà di restare sensibili in un tempo che tende ad anestetizzare tutto, dove convivono rabbia, malinconia, amore, smarrimento e il tentativo di non spegnersi del tutto. Suona emotivo e viscerale, dice, perché attraversa anni reali di vita, "senza cercare di nasconderli".
Ogni volta che salgono su un palco, gli Ortensia cercano di dare il massimo, tra concerti caotici, amplificatori saltati, sangue sulle dita, feedback infiniti, ma anche momenti intimi, quasi sospesi. Il momento più forte arriva quando una canzone smette di appartenere a chi la scrive. "Vedere qualcuno urlare un tuo testo con gli occhi chiusi o restare fermo sotto al palco completamente dentro la musica è qualcosa che non si riesce davvero a spiegare". Ed è probabilmente quella "connessione umana", conclude Serao, la ragione per cui "continuiamo a fare tutto questo".
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L'articolo Ortensia, il rock come esorcismo di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-10-05 12:20:00

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